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“Grazie a te che mi fai fare il boss dal carcere”

Nel pizzino di Martena, il nuovo assetto del gruppo: "Cristian prende fumo, eroina e coca, solleverà il mio nome alle stelle. I vecchi non devono esistere più, li rispettiamo". Tarantino nel 2013 si nascose a Torre San Gennaro: botola nel box doccia. In un'altra sfoglia l'intenzione di "Mino" di diventare latitante

BRINDISI – “A casa nostra stiamo noi, nessuno deve mettere piede, i vecchi non devono esistere più, li rispettiamo”.

Cristian Tarantino, nell'ultima foto segnaleticaNel pizzino scritto da Raffy, indentificato in Raffaele Martena,  e trovato dai carabinieri nell’auto di Giuseppe Perrone, alias Barabba, emerge un ricambio generazionale in corso negli ambienti della criminalità organizzata, dove le nuove leve sarebbero state pronte a prendere il posto dei senior che ormai il loro tempo lo avevano vissuto. Largo ai giovani, alla categoria juniores, che a dispetto della giovane età, poteva vantare un curriculum di tutto rispetto, come quello di Cristian Tarantino, 28 anni, ma 30 da scontare stando a quanto è scritto in quel foglietto.

Tarantino, difeso dall’avvocato Francesco Cascione, ha riportato diverse condanne, l’ultima delle quali relativa al processo per narcotraffico scaturito dall’inchiesta Game Over: 18 anni di reclusione, da aggiungere ai cinque che si riferiscono a un periodo precedente e che prima che diventassero definiti, costituirono il motivo che spinse il giovane a darsi alla latitanza a febbraio 2013. Tarantino riuscì a sottrarsi all’esecuzione dell’ordine di carcerazione per cinque mesi, senza neppure andare lontano perché venne scoperto in una villetta di Torre San Gennaro, marina di Torchiarolo, il successivo 15 luglio.

I carabinieri arrivarono al suo nascondiglio seguendo gli “affetti”, la famiglia, nella convinzione che non potesse essere andato chissà dove perché la latitanza costa. E avevano ragione. Nella villetta, il suo nascondiglio ricavato nel box della doccia. Da quel giorno, stando a quanto emerge dal pizzino, Tarantino sarebbe diventato il protagonista di una scalata all’interno del gruppo e avrebbe dovuto restare al vertice occupandosi droga, stando alle disposizioni impartite dal carcere dall’autore dello scritto in stampatello, tale Raffy, che per la Dda altri non sarebbe se non Raffaele Martena, più volte condannato per narcotraffico nella zona a Sud di Brindisi, con riferimento ai comuni di San Pietro e Cellino e alla frazione di Tuturano.

Il messaggio è stato trovato nell’auto di Giuseppe Perrone di San Pietro, il 25 maggio scorso, il giorno del suo arresto, e per questo si ritiene che fosse lui il destinatario. Lo hanno trovato i carabinieri della Compagnia di Brindisi, diretti da Luca Morone, e del Nucleo investigativo, diretti da Mariano Giordano: “Lo sai i miei discorsi quali sono”, si legge a titolo di premessa. “A casa nostra stiamo noi e nessuno più deve mettere piede, i vecchi non devono esistere più, ora siamo noi, li rispettiamo ma non serve nessuno”.

Scritto questo, Raffy riferisce di un episodio sul quale sono ancora in atto indagini: “Vedi che a Taranto ho scoperto del fatto del bambino, chi è il responsabile ed è quel Cinque lire con Sergio Panzetta che ora che esce Cristian ti spiegherà meglio, poiché sta a lecce e doveva parlare con una persona di Squinzano. Però dobbiamo capire chi all’epoca dei nostri paesani ha dato l’ok”. Cinque lire è il soprannome che negli ambienti della criminalità identificava Giovanni Donatiello, tirato in ballo dal pentito Ercole Penna nella ricostruzione delle affiliazioni nel Brindisino.

Giuseppe GiordanoAltra questione affrontata nel pizzino, i rapporti con uno altro del gruppo: “Riguardo ad Aiace per ora non so che pensare, gli voglio bene però mi sta facendo arrabbiare su ciò che sento”. Anche Aiace è un alias, riferibile a Giuseppe Giordano (nella foto accanto), arrestato dai carabinieri a marzo 2013 dopo un periodo di latitanza iniziato a novembre 2012: venne trovato a Manduria, fece perdere le sue tracce prima che diventasse definitiva la condanna a trent’anni per l’omicidio di Santino Vantaggiato, avvenuto a Bar, Montengero il 6 settembre ’98. Quel “fatto di sangue” è passato alla storia, sia quella interna della Scu, che quella processuale come l’omicidio che la polizia ascoltò in diretta telefonica. L’accusa è stata mossa nei confronti di Vito Di Emidio, alias Bullone, poi diventato pentito, e Lorenzo De Giorgi. Aiace è anche nome legato dagli inquirenti al tentativo di evasione dal carcere di Raffaele Martena.   

“A noi non interessa, noi dobbiamo essere noi, ho fatto tutta una cosa con Cristian Pepe e Ivan Cavallo e Cristian mi ha chiesto se Fabietto Pisano lavora con voi, faglielo sapere”, si legge nel pizzino.

Chiusa anche questa parantesi, Raffy parla di Cristian: “Ascolta quello che ti dirà e aiutalo perché dovrà prendere fumo, eroina, coca e con il tuo benestare vi regolate il da farsi”. Infine, i saluti: “Ricordati che ti amo, che ti sarò riconoscente, che grazie a te mi fai fare il boss dal carcere e Cristian solleverà il mio nome alle stelle a togliermi le pietre che ho nelle scarpe”. Carriera, a quanto pare, in fase di crescita e al tempo stesso vendetta per episodi del passato mai dimenticato.

I carabinieri hanno trovato un altro pizzino, sempre nell’auto di Perrone, un foglio scritto da un’altra persone, tale “Mino” che scrive per “chiedere un consiglio”. Scrive, ritiene l’accusa, a Perrone: “Ti te ho sempre avuto stima”. Per quale motivo scrivere? Perché in quel periodo Mino avrebbe avuto “problemi” e “la mente è offuscata, ho una spina nel fianco ormai da troppo tempo”. Quella spina avrebbe avuto un nome, tale “Paolo”, scritto fra parentesi.

“Sta infangando il mio nome e minando l’immagine della mia famiglia, è diventato una mina vagante, non so chi lo sta appoggiando ma ormai sono arrivato al limite della sopportazione, sto veramente pensando di andarmene latitante”.

La sparizione, quindi, sarebbe stata l’unica soluzione possibile. “Estirpare il problema, la mia mente mi sta costantemente dicendo questo, per questo ti chiedo un consiglio e in favore, di stare vicino alla mia famiglia perché se intraprendo questa strada mi porterà a mancare per tanto tempo”. Alla fine, prima della firma, il “T.v.b”, messaggio di affetto e riconoscenza.

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