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Cavallo di ritorno: tre condanne annullate 13 anni dopo

Sentenza della Cassazione favorevole per Donato Borromeo, Luciano Saponaro e Salvatore Manca: erano stati condannati dal Tribunale di Brindisi per un "cavallo di ritorno" contestato nel febbraio 2003

BRINDISI – L’accusa di estorsione è stata annullata dalla Cassazione tredici anni dopo la contestazione che portò alla condanna a quattro anni di reclusione per tre brindisini: Donato Borromeo, Luciano Saponaro e Salvatore Manca sono finiti sotto processo per un episodio qualificato come “cavallo di ritorno”, rispetto al quale solo ora è arrivata la pronuncia favorevole degli Ermellini.

La sentenza di annullamento (motivazioni ancora da depositare) mette la parola fine al caso che risale al mese di febbraio 2003 e che si riferisce a un’auto rubata e poi restituita al proprietario, rubricata come estorsione dalla Procura che chiese e ottenne il processo per i tre, sostenendo che gli imputati fecero pressioni per ottenere la somma di 2.500 euro, a titolo di riscatto per la restituzione dell’auto.

Donato BorromeoBorromeo (foto accanto) si è sempre professato innocente e di fronte l’accusa confermò l’incarico difensivo all’avvocato Laura Beltrami. Estranei ai fatti si dichiararono anche i due coimputati, assistiti dagli avvocati Orazio Vesco e Gianluca Palazzo.

Il procedimento penale ha origine da uno stralcio dell’inchiesta chiamata Yellow, sullo spaccio di droga in alcuni quartieri della città: al centro del fascicolo, una Opel Corsa rubata a un imprenditore di Brindisi, titolare in città di una ditta di materiale elettrico che, tra l’altro, in udienza negò di aver subito minacce.

Gli elementi raccolti in fase di indagine preliminare, portarono la Procura a ritenere esistente “un disegno criminoso” posto in essere dai tre: “in concorso tra loro, ciascuno anche quale istigatore e rafforzatore dell’altrui proposito” avrebbero costretto il titolare dell’impresa a versare la somma di 2.500 euro, quale corrispettivo per il ritrovamento della vettura nonché di altro materiale di pertinenza dell’impresa, beni rubati il primo febbraio 2003”.

La minaccia “implicita ed esplicita – si legge nel capo di imputazione – era che in caso di mancata consegna del denaro, auto e oggetti non sarebbero stati restituiti”. In tal modo avrebbero “procurato a se stessi un ingiusto profitto con pari danno per l’imprenditore”. In questa ricostruzione Saponaro sarebbe stato delegato a “tenere direttamente i contatti con l’imprenditore, dopo aver ricevuto le opportune indicazioni da parte di Donato Borromeo”, il quale avrebbe avuto un ruolo di primo piano.

Il Tribunale di Brindisi si pronunciò con sentenza il 12 novembre 2012, riconoscendo tutti e tre colpevoli allo stesso modo e per questo furono condannati alla pena di quattro anni di reclusione  e 1.200 di multa, previo riconoscimento delle attenuanti generiche. Con pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni.

La sentenza venne poi appellata dall’avvocato Laura Beltrami così come dagli altri e la Corte di Lecce confermò l’accusa, sottraendo tre mesi alla pena finale. La difesa, di conseguenza, ha impugnato presentando ricorso in Cassazione. Nel frattempo, anno dopo anno, si è arrivati al 2016 per chiudere il cerchio dei tre gradi di giudizio iniziati nel 2012, per un contestazione risalente al 2003. La giustizia non dimentica, questo è vero. Ma chiede pazienza, qualche volta anche troppa.



 

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