Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Cronaca

E il pentito Ercole Penna inizia a lavorare in carcere

Dopo la collaborazione condannato a 30 anni: sentenza definitiva per l'omicidio di Pasimeni del quale si è accusato dopo essere stato assolto. Nove anni per il fatto di sangue avvenuto a Mesagne nel '98, 12 per essere stato al vertice della Scu

BRINDISI – Pentito da sei anni, Ercole Penna non è più “Linu u’ biondu” della Sacra Corona Unita, ma è un collaboratore credibile per la Dda, “un uomo solo”, che in carcere ha iniziato a lavorare e che ad oggi ha accumulato condanne per trent’anni: sono definitivi  nove anni per l’omicidio di Ezio Pasimeni, che ha confessato dopo essere stato assolto in primo e secondo grado, più 12 anni per l’appartenenza alla Scu sino al 2010.

Il collaboratore di giustizia, assistito dall’avvocato Sergio Luceri di recente è stato sentito in videoconferenza nel processo in corte d’Assise a Brindisi per gli omicidi di stampo mafioso che lui stesso avrebbe ordinato e dei quali ha detto di essere stato a conoscenza, anche se non coinvolto in prima persona. Per quei capi di imputazione, i pm della Dda di Lecce hanno chiesto la condanna a nove anni di reclusione dopo aver consegnato ai giudici popolari e togati il suo ritratto.

Penna venne arrestato a settembre 2010 nel blitz Calypso eseguito dagli agenti della Mobile di Brindisi in collaborazione con quelli del La dirigente del comissariato di Mesagne, Sabrina Manzonecommissariato di Mesagne, paese in cui viveva con moglie e figli, tutti trasferiti in una località segreta. Finì in carcere il 29 settembre 2010, il 9 novembre successivo chiese di parlare con il commissario Sabrina Manzone che con i suoi poliziotti lo stava tenendo d’occhio assieme a Daniele Vicientino, entrambi tornati in libertà dopo lunghi periodi di detenzione per scontare condanne definitive con l’accusa di associazione mafiosa sino alla fine degli anni Novanta, mossa nel procedimento penale chiamato Mediana (nella foto a destra, Sabrina Manzone).

 “Sei anni fa era accusato di associazione mafiosa, non gli veniva contestato neppure il traffico di droga, né tanto meno aveva la prospettiva di un ergastolo perché era stato assolto in primo e secondo grado dall’omicidio di Ezio Pasimeni”, ha ricordato il sostituto procuratore Alberto Santacatterina. “Poi ha deciso di passare dalla parte dello Stato e ha detto di averlo commesso, così come di aver commesso quelli di Giancarlo Salati e di Toni Cammello”.

Il delitto di Pasimeni è quello che ha convinto dell’autenticità del pentimento poiché Penna avrebbe potuto incassare l’assoluzione in via definitiva, in Cassazione, dopo le sentenze favorevoli in primo e secondo grado ottenute dai suoi difensori, Marcello Falcone e Rosanna Saracino. Era stato indicato come esecutore materiale mentre Massimo Pasimeni, mandate e organizzatore, assolto anche lui. L’accusa venne mossa anche nei confronti di Cosimo Leo, ritenuto esecutore, uno dei primi a scegliere la strada della collaborazione e di Antonio Vitale, indicato come mandante,  che invece non ha mai reso neanche una parola.

Ezio Pasimeni rimase vittima di un agguato a colpi di pistola calibro 7,65  l’8 giugno ’98, quando la Scu ebbe il sentore che si stesse per allontanare dal sodalizio.

“Cosa è successo quando si è saputo che Ercole Penna aveva deciso di parlare?”, chiesto il pm. “Che c’è stata una bomba davanti all’abitazione dei suoceri il 31 dicembre 2010, due giorn dopoi gli arresti, i primi, sulla base delle sue dichiarazioni. Suo padre che è maestro di Pino Rogoli, capo storico della Scu, lo ha disconosciuto pubblicamente in udienza e suo fratello parlando di lui lo ha definito una disgrazia. Sua moglie e i suoi figli sono stati prelevati di notte e portati via da Mesagne”.

Mai, neanche una volta, la mala avrebbe fatto ingresso nell’abitazione di Penna. Il pentito l’ha ripetuto più volte e risulta dai verbali resi: “Io mia moglie non l’ho mai mandata fare incontri in degli appartamenti con gli associati, le ho fatto crescere i miei figli ed è stata casa a fare la casalinga. Malavita dove c’erano i miei figli, casa mia, non entrava”.

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