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Mala, politica e droga, riparte l’Appello per Brandi, Lekli e Oggiano

Gli albanesi, ex semaforo, irreperibili dal 4 luglio 2011. Imputato anche l'ex consigliere comunale per concorso esterno in associazione mafiosa, la Procura ha impugnato l'assoluzione, chiedeva la condanna a sei anni e mezzo. Tra gli attentati, quelli alla Peritas e a Pagliara

BRINDISI – Riparte il processo d’Appello sulla presunta esistenza di un gruppo mafioso a Brindisi e su traffici di cocaina tra il capoluogo e l’Albania: tra gli imputati ci sono i fratelli Giovanni e Raffaele Brandi, residenti nel capoluogo e ritenuti al vertice del sodalizio a cui ascrivere gli attentati alla Peritas e all’avvocato Cosimo Pagliara, gli albanesi Arben e Viktor Lekli, noti in città per aver regolato il traffico lungo il canale Patri, ma latitanti da quasi cinque anni, e dell’ex consigliere comunale Massimiliano Oggiano, assolto dal Tribunale dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, a fronte della richiesta di condanna a sei anni e mezzo avanzata dalla Procura.

fratelli semaforo 1-2Dopo rinvii legati a difficoltà nella composizione del collegio e a difetti di notifica, nel primo pomeriggio di oggi, si è svolta l’udienza di fronte alla Corte d’Appello di Lecce, dedicata all’ascolto dell’ingegnere nominato dai giudici per la trascrizione di nuove intercettazioni telefoniche e ambientali chieste dai difensori dei fratelli Lekli, gli avvocati Raffaele Missere e Giuseppe Terragno: i penalisti, anche nell’interesse dell’imputato Antonio Lococciolo, hanno ottenuto la parziale rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale con il deposito di conversazioni rimaste fuori dal processo definito dal Tribunale di Brindisi.

Si tratta di telefonate sia in italiano che in albanese, sulle quali ha relazionato Luigina Quarta a cui ha conferito incarico la Corte, mentre la difesa ha chiesto la consulenza di Maico Turso sostenendo che l’oggetto dei dialoghi non fosse la droga, come sostenuto dalla Procura, ma porte blindate e materiale di carpenteria utile per l’attività che i fratelli Lekli rilevarono in Albania investendo i ricavi dell’attività di “semafori umani” svolta lungo il canale Patri dal 1990 al 2003. Lavoro che portò entrambi a ottenere la cittadinanza onoraria di Brindisi. Avrebbero rilevato un distributore di benzina per duemilioni di vecchie lire, un albergo con undici stanze più un bar e infine avrebbero avviato una società per la commercializzazione di porte blindate, chiamata “Marisa”, dalle iniziali del nome dei figli di entrambi.

Per i Lekli oggi è stata dichiarata la contumacia, sono latitanti dal 4 luglio 2011, ultimo giorno in cui risulta la loro firma sul registro della Questura, due settimane prima della sentenza di condanna in primo grado a 16 anni di reclusione per traffico di droga, escludendo il ruolo di capi e promotori. Poi il nulla, come se fossero stati inghiottiti sino a sparire. La Procura ha impugnato per chiedere la condanna a 27 anni per Arben Lekli e 24 per l’altro. Lococciolo è stato condannato a 14 anni, il pm aveva chiesto 26 anni.

Raffaele BrandiFrancesco Giovanni BrandiLa sentenza del Tribunale è stata impugnata, tanto dal pm quanto dai difensori, per le posizioni di Giovanni e Raffaele Brandi (nella foto) condannati con l’accusa di essere stati alla testa di un gruppo di stampo mafioso per sette anni, a far data dal 2000, nel solco della vecchia Sacra Corona Unita. Raffaele Brandi è stato condannato a 16 anni e sei mesi, il pm chiedeva 19 anni: “il trattamento sanzionatorio riservato” è stato ritenuto “eccessivamente blando e in contrasto con la descrizione della caratura criminale dello stesso” visto che i giudici si sono espressi affermando la “negatività della personalità”, ha scritto il pm nei motivi di appello. Giovanni Brandi, il più giovane dei fratelli, è stato condannato a 13 anni e otto mesi: il pm ha appellato per chiedere venti anni di reclusione e questo perché “ritiene che la pena non appare proporzionata al ruolo rivestito nella consorteria mafiosa capeggiata dal fratello nonché dalla vastità degli interessi perseguiti”. Basti pensare – si legge– “all’interessamento manifestato e attuato al momento dell’apertura del cantiere dove doveva sorgere il complesso commerciale Carrefour o alla capacità di ricorrere alla violenza per piegare la volontà di altri illeciti concorrenti nella gestione delle estorsioni”.

 “Alcune episodi sono gravi come l’incendio all’auto dell’avvocato Cosimo Pagliara” che era il presidente della Multiservizi: le fiamme sarebbero state il frutto di una “vendetta” per il licenziamento di Brandi, seguito all’arresto in flagranza per il furto di una vettura. L’incendio risale al 6 dicembre 2006.

Pagliara è parte civile. Non è stata, invece, depositata alcuna istanza di costituzione di parte civile da parte dell’imprenditore Ferrero Cafaro, titolare della società Peritas: i silos dello stabilimento furono presi di mira  da quattordici colpi di kalashnikov, azione anche questa di natura intimidatoria per ottenere la guardiania, posta in essere la sera del 31 dicembre 2006.

 Giuseppe GerardiTra gli imputati anche Giuseppe Gerardi (foto accanto) ritenuto il “braccio armato” dell’associazione, condannato in primo grado a 16 anni di reclusione, mentre il pm aveva invocato 20 anni tenuto conto del  “numero impressionante di reati, molti dei quali confessati a dibattimento praticamente terminato, indicativi di uno spessore criminale non comune, sebbene sorretto da un’arroganza molto spesso primitiva, basti pensare che tutte le accortezze approntate dai correi, nulla hanno potuto contro le chiare, limpide ed evidenti ammissioni e coinvolgimenti di terzi effettuate da Gerardi all’interno dell’auto oggetto di intercettazione”. E’ la Renault nella quale è stata nascosta una cimice che ha permesso di ascoltare – tra le altre – la conversazione sulla preparazione e sull’esecuzione dell’attentato incendiario dell’auto di Pagliara.

Massimiliano Oggiano-2La Procura ha appellato l’assoluzione di Massimiliano Oggiano, consigliere comunale uscente e non ricandidato, assolto dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale perché “non vi è stata alcuna prova che abbia fornito vantaggi al sodalizio”. Anzi c’è stata evidenza del contrario, stando alle motivazioni del Tribunale che ricalcano quanto sostento dal difensore dell’imputato, l’avvocato Fabio Di Bello, nella sua arringa aveva fatto riferimento al caso dell’ex ministro della Dc, Calogero Mannino, non solo indagato ma anche arrestato (il 13 febbraio 1995) con accuse identiche a quelle mosse nei confronti del brindisino, poi cancellate dalla Corte di Cassazione. La verità processuale di primo grado è questa: “Può ritenersi processualmente acquisito che Oggiano nell'ambito della sua attività politico-elettorale si sia avvalso dell’ausilio del gruppo “Brandi” che gli assicurava protezione e voti; che di tale protezione Oggiano abbia usufruito anche al di fuori della sua attività strettamente politica, anche in virtù di un pregresso rapporto di conoscenza che legava il padre, alla figura di Raffaele e di Giovanni Brandi, personaggi il cui spessore criminale gli era certamente noto”.

 “Tuttavia alla luce dei principi giurisprudenziali sopra richiamati, tali circostanze non appaiono sufficienti a configurare la penale responsabilità del medesimo imputato per i reati ascritti, in assenza di ulteriori evidenze processuali che dimostrino l'esistenza di una effettiva contropartita offerta dal politico in favore dell’associazione che non può essere per ciò solo presunta”, hanno rimarcato i componenti del collegio giudicante.

 “Non vi è prova, infatti, che Oggiano abbia a sua volta offerto specifici vantaggi al gruppo che lo sosteneva”. La Procura è convinta del contrario e chiede la condanna a sei anni e sei mesi.

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