Cronaca

"Quel pentito è credibile quando accusa il fratello di omicidio”

La Corte di Assise di Brindisi riconosce per la prima volta l'attendibilità di Sandro Campana: "Non si è tirato indietro dal muovere accuse pesanti nei confronti di Francesco". Per queste dichiarazioni è stato condannato all'ergastolo con Carlo Gagliardi: risarcimento simbolico di un euro a Massimo D'Amico, fratello di Antonio, vittima di vendetta nella Scu

Sandro Campana il giorno dell'arresto

BRINDISI –  “Sandro Campana non si è tirato indietro e non ha risparmiato neppure il fratello Francesco, quando ha deciso di collaborare con la giustizia: ha confessato che fu suo fratello a sparare a Toni D’Amico, usando un fucile calibro 12, prima alle spalle mentre pescava sulla diga di Punta Riso a Brindisi e poi in faccia”.

Francesco Campana L’ultimo (in ordine di tempo) dei pentiti della Sacra Corona Unita, fratello del presunto capo del sodalizio, frangia Rogoli-Buccarella, è stato riconosciuto come credibile per la prima volta dai giudici. La “patente di attendibilità” arriva dalla Corte di Assise di Brindisi che, anche in relazione alle dichiarazioni di Sandro Campana, ha condannato all’ergastolo, con isolamento diurno di un anno,  Francesco Campana (nella foto accanto), il maggiore dei fratelli, detenuto nel carcere di Voghera, dove si è sposato l'anno scorso e ha iniziato a studiare Filosofia. Ergastolo anche per  l’altro imputato, Carlo Gagliardi (foto in basso). Entrambi sono stati riconosciuti colpevoli, come esecutori materiali del fatto di sangue consumato il 9 settembre 2001 attorno alle 22, per punire il pentito Massimo D’Amico, alias l’uomo tigre, perché aveva iniziato a collaborare con la giustizia.

La Corte ha condannato entrambi, in solido, al pagamento del risarcimento del danno in favore della parte civile, il vecchio Tigre della Scu, da anni passato con lo Stato, così come chiesto da quest’ultimo: un euro, a titolo simbolico, perché il pentito ha tenuto a precisare di voler solo giustizia, non soldi.

“Campana Sandro è interno al gruppo mafioso cui era ricollegabili entrambi gli imputati, risulta portatore di conoscenze dirette e in parte de relato”, si legge nelle motivazioni, nelle quali viene ricordato che Campana è anche il primo collaboratore a staccarsi dal gruppo dei rogoliani di Brindisi-Tuturano, mentre i pentiti precedenti sono tutti del clan dei mesagnesi. I passaggi del racconto che i giudici hanno apprezzato sono relativi all’ordine “dato da Giuseppe Gagliardi, detenuto a Livorno, fratello di Carlo Gagliardi, per il tramite di un altro fratello, Giovanni Gagliardi, nel luglio-agosto 2001, approfittando una visita nel penitenziario”. In quel periodo i due imputati “erano latitanti nel basso Salento, ad Acquarica del Capo. Le modalità, il pentito Sandro Campana, le avrebbe apprese da Giovanni Gagliardi subito dopo l’omicidio”.

Carlo GagliardiGli altri pentiti che  di fatto hanno condannato al fine pena mai i due imputati, sono  Fabio Panico, il primo a svelare gli esecutori materiali, a distanza di anni Ercole Penna, a seguire Francesco Gravina. Panico è stato ritenuto credibile e le sue dichiarazioni definite “apprezzate in un’altra vicenda giudiziaria, quella dell’omicidio di Massimo Delle Grottaglie, per il quale sono stati condannati Carlo Gagliardi e Antonio Campana”, giudicati con rito abbreviato.  Per l’omicidio di D’Amico, Panico ha detto che la “fonte della sua conoscenza è Francesco Argentieri, nel periodo di comune detenzione nel carcere di Lecce, tra marzo e aprile 2003” senza precisare da chi Argentieri avesse saputo. Circostanza evidenziata dal difensore di Campana, Cosimo Lodeserto (nella foto in basso), anche con riferimento alle dichiarazioni degli altri collaboratori e dello stesso Sandro Campana, considerate “circolari” e alimentate dalla lettura di provvedimenti di arresto e di articoli di giornale. Il penalista ha 45 giorni per ricorrere in Appello. Per Gagliardi la difesa è affidata all'avvocato Massimo Murra.

Cosimo Lodeserto-2Penna ha prima di tutto chiarito il rapporto tra il suo gruppo, quello dei mesagnesi e quello di Campana e Gagliardi definendolo “buon viso a cattivo gioco” e poi ha affermato di aver saputo dell’omicidio “direttamente dai protagonisti”: “Gagliardi, suo ex affiliato che poi era passato con Giuseppe Leo e infine con Campana, gliene aveva parlato nel carcere di Lecce per le udienze del processo Mediana, in seguito lo stesso aveva fatto Francesco Campana sempre in carcere, indicato come il più prodigo nel riferire le modalità dell’esecuzione. Nessuno invece gli aveva detto come avevano fatto a trovare Toni D’Amico sulla diga”. Aspetto sul quale l’avvocato Cosimo  Lodeserto ha puntato nell’arringa, ma per la Corte non è di rilievo dal momento che a Penna questo non interessava, essendo invece interessato a capire cosa avesse mai detto D’Amico sul conto. Nessuno poteva immaginare che Penna sarebbe diventato lui stesso pentito. Neppure Francesco Campana.

Gravina, alias il Gabibbo, “riferisce di aver saputo tutto da Massimo Delle Grottaglie, defunto, e poi di aver appreso altri particolari dallo stesso Carlo Gagliardi durante l’ora di aria nel carcere di Lecce, quando i due ebbero una lite. Gagliardi  lo rimproverava di aver picchiato il figlio di Pino Rogoli, mentre lui e Francesco Campana erano stati capaci di uccidere D’Amico, fratello del tigre”.

Tutti i collaboratori riferiscono che Campana e Gagliardi hanno usato una moto, una Ducati: “guidava Gagliardi che conosce le strade per la fuga mentre Francesco Campana mancava da anni e per questo fu lui a sparare”. Convergenti anche le motivazioni alla base della vendetta trasversale che per la Corte sono state evidenziate con linearità da Sandro Campana, quando gli è stato chiesto del movente: “Innanzitutto la necessità di dare un segnale forte all’esterno del gruppo per impedire le collaborazioni, tra l’altro Antonio D’Amico si recava ancora a colloquio con Massimo D’Amico, quindi vicende del passato risalenti alla scissione del gruppo dei mesagnesi da quello che faceva capo a Rogoli, Giuseppe Gagliardi che non aveva aderito”. Dopo la rottura, “Giuseppe Gagliardi veniva messo da parte e i suoi affiliati transitavano nelle fila della nuova organizzazione anche ad opera del reclutamento portato avanti da Massimo D’Amico che si permetteva anche di offendere pesantemente e provocare Gagliardi nel corso di comuni detenzioni”. C’era stata già una sentenza di condanna a morte nelle logiche della Scu. 

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