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Uccise il figlio in garage, tre testimoni per il padre sotto processo

Cosimo Di Cataldo imputato per l’omicidio di Antonio, avvenuto a Latiano il 26 luglio 2016: rito condizionato all’ascolto del medico di famiglia e due poliziotti. La difesa ha chiesto anche l’acquisizione dell’ordinanza di arresto di Giuseppe Diamante, accusato dell’attentato ai danni dell’abitazione di una donna, due mesi prima: a sparare fu Antonio Di Cataldo, stessa armata usata nell’omicidio

BRINDISI- Sarà processato con rito abbreviato condizionato all’ascolto di tre testimoni, il padre di Latiano che uccise il figlio: Cosimo Di Cataldo, 58 anni, è accusato di omicidio volontario per aver esploso sei colpi di revolver nel garage della sua abitazione dopo una lite con Antonio, 33 anni, la sera del 26 luglio 2016.

Il tribunale di Brindisi

L’imputato oggi è stato ammesso al rito alternativo al dibattimento, dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Brindisi, Tea Verderosa. Il suo difensore, Giancarlo Camassa, ha chiesto l’ascolto del medico di famiglia, di un poliziotto e di un agente penitenziario a sostegno della tesi secondo cui il diverbio finito in tragedia non fu il primo, ma l’ennesimo di una lunga serie di tensioni in ambito familiare. Perché, come sostenne il genitore, subito dopo aver chiamato i carabinieri per confessare l’omicidio, lui e la moglie erano esasperati dalle continue litigate con il figlio, per questioni economiche. L’ultima sarebbe stata legata alla vendita di un terreno agricolo.

Il penalista, inoltre, ha chiesto l’acquisizione dell’ordinanza di arresto di Giuseppe Diamante, 38 anni, di Latiano, in carcere perché ritenuto coinvolto nell’attentato avvenuto il 31 maggio 2016, ai danni dell’abitazione di una donna, madre di un giovane del posto, già noto alle forze dell’ordine. Diamante è in carcere dal 17 marzo scorso e secondo l’accusa mossa dal pm e condivisa dal gip, sarebbe stato il complice dell’autore materiale di quella sparatoria, indicato in Antonio Di Cataldo.

Due mesi prima della lite con il padre, quella che gli costò la vita, Antonio Di Cataldo, avrebbe esploso tutte e sei le cartucce del tamburo di una 38 contro la porta d’ingresso della casa al pian terreno della donna. Doveva essere un’azione intimidatoria rivolta nei confronti di una persona considerata rivale in interessi che leciti non dovevano essere, stando a quanto si legge nel provvedimento di arresto. L’acquisizione agli atti dell’ordinanza è stata chiesta per un duplice motivo: da un lato ci sono elementi considerati di rilievo sul piano della personalità della vittima, dall’altro ci sono elementi che attengono al possesso e alla disponibilità dell’arma usata nell’omicidio perché stando agli accertamenti eseguiti dai carabinieri del Ris si tratta della stessa dell’attentato all’abitazione. Il che confermerebbe, secondo questa tesi, la circostanza che la sera del 26 luglio dello scorso anno, ad essere armato fosse Antonio Di Cataldo e non il padre.

Stando alla ricostruzione dei fatti, Antonio Di Cataldo  si presentò a casa dei genitori. Arrivò poco prima delle 23 per fare una doccia: la madre gli aprì la porta, vide che era armato, corse a svegliare il marito che cercò di parlargli. Da lì a poco, la situazione sarebbe precipitata fino a diventare tragedia. Il ragazzo si sarebbe chiuso in bagno e una volta sotto la doccia, il padre sarebbe riuscito a prendere la pistola, secondo i ricordi sia della madre che della figlia: il revolver era sulla mensola dello specchio. Nella ricostruzione dell’uomo, invece, il tentativo di disarmalo sarebbe avvenuto dopo, quando il ragazzo raggiunse il garage: una volta fatta la doccia, sarebbe andato nella sua camera continuando a urlare che voleva i soldi, quelli che i genitori avevano ottenuto a titolo di caparra dalla vendita di un fondo agricolo, circa cinquemila euro. Avrebbe anche dato uno schiaffo alla madre. La confessione in lacrime poco dopo: “Arrestatemi, sono stato io”.

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