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Giovedì, 9 Dicembre 2021
Cronaca

Agente custodia in cella: "Non rappresenta Stato"

BRINDISI - “Sarebbe già estremamente grave se fossero i famigliari a consegnare ai loro cari sostanza stupefacente, ma se tale condotta è tenuta da chi deve operare affinché ciò non accada, allora il sistema collassa e il detenuto percepisce il rappresentante dello Stato non come un suo antagonista, ma come un suo complice”.

BRINDISI - "Sarebbe già estremamente grave se fossero i famigliari a consegnare ai loro cari sostanza stupefacente, ma se tale condotta è tenuta da chi deve operare affinché ciò non accada, allora il sistema collassa e il detenuto percepisce il rappresentante dello Stato non come un suo antagonista, ma come un suo complice". Lo scrive il gip Maurizio Saso nell'ordinanza di custodia cautelare chiesta dal pm Milto Stefano De Nozza, che ha coordinato indagini rapide ed efficaci su un giro di spaccio all'interno della casa circondariale di via Appia. Il giudice, facendo proprie le considerazioni del pm, lo rimarca almeno un paio di volte, riferendosi al comportamento di Salvatore Papadonno, 48 anni, agente di custodia che ora in cella ci è finito da indagato, insieme a due personaggi ben noti nel panorama criminale brindisino, Aldo Cigliola, 42 anni e Vito Braccio, 33 anni, entrambi già detenuti.

Le indagini risalgono all'agosto del 2013 e sono state eseguite con il supporto tecnico di intercettazioni telefoniche e ambientali. Tutti gli arrestati rispondono di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente. "Emerge il profilo di un appartenente alle forze di polizia - scrive ancora il gip - che disonora la divisa che indossa, incapace a rappresentare lo Stato italiano per essere i suoi comportamenti tipici di un agire criminale". Secondo quanto riportato nel provvedimento l'agente di polizia penitenziaria sarebbe stato in grado anche di svelare le modalità di installazione da parte della procura di microspie all'interno della sala colloqui dell'istituto detentivo, oltre che di segnalare la loro entrata in funzione decisa dagli operatori di polizia giudiziaria nella sala intercettazioni di palazzo di giustizia.

"Adesso si fa tutto direttamente in wireless" spiega l'uomo a un'altra persona in una conversazione captata nella sua automobile. Le forniture di droga, a quanto appurato, avvengono su richiesta. Papadonno se ne occupa, secondo l'accusa, prevalentemente durante il turno notturno, per evitare guai. Nell'inchiesta del pm Milto Stefano De Nozza, risultano coinvolte altre due persone: un minore e un altro uomo che fu arrestato in flagranza nel clou delle indagini. I due pregiudicati che rispondono in concorso con l'agente penitenziario di spaccio avrebbero avuto ruolo di procacciatori di stupefacente, svolto mentre si trovavano agli arresti domiciliari.

L'attività investigativa si incentra inizialmente su Papadonno. A parlare di lui è una "fonte interna" le cui dichiarazioni però non potevano essere acquisite senza riscontro. E' partita la frenetica attività di indagine che aveva da essere veloce, proprio per raggiungere l'obiettivo prefissato: far cessare quanto prima il paradosso. La fornitura "in cella" di coca e hascisc. La "fonte interna" dunque, osserva Papadonno mentre effettua personalmente una consegna. Gli investigatori poi acquisiscono informazioni su di lui: emerge che egli "è in contatto con numerosi pregiudicati di zona, con i quali ha instaurato un rapporto tanto stretto quanto confidenziale, fino al punto da avvisarli della presenza di pattuglie dei carabinieri in zona, o di modifiche eseguite all'interno della sala intercettazioni".

Ecco cosa avviene in piazza Zandomeneghi, al Sant'Elia. Papadonno parla con una persona ai domiciliari: "Ai domiciliari stai? E statti attento, sta una pattuglia in giro, carabinieri". Evidentemente esperto di microspie chiacchiera con un'altra persona in auto che gli dice: "Là non puoi parlare, sta pieno di microspie dentro". Risponde: "Noo, dentro la sala colloqui. Mo ti spiego. Hanno tolto i vetri, la procura non è più che li mettevamo noi, che salivamo sopra che stava lo sgabuzzino, adesso tutto direttamente in wireless. La procura accende e spegne, noi non sappiamo, nemmeno noi non sappiamo quando accende e spegne".

"Con l'antenna - prosegue - hai capito? E funziona. L'unica cosa che sappiamo che quando mette in moto il motorino, c'è una cazzo di cosa, una scatola che fa aria. E sappiamo quando è caldo che sta funzionando". Sarebbe stata rivelazione del segreto di ufficio qualora vi fosse stata prova che l'agente di custodia avesse svelato il meccanismo ai detenuti. Potrebbe trattarsi solo di millanteria, ma si tratta comunque di un'informazione utile a tratteggiare il profilo della guardia carceraria che "dovrebbe vantarsi di essere un appartenente alla polizia penitenziaria, dal fare rigoroso, duro, irreprensibile, non di essere solito fare favori ai detenuti".

Le indagini appurano che l'uomo "non solo è dedito costantemente al consumo di sostanza stupefacente, ma che acquista per conto terzi" e porta in carcere. "Un ragazzetto mi sta rompendo i c? in galera" spiega a uno dei suoi fornitori. "E fammi vedere domani mattina, vediamo se?" gli risponde l'altro. Altra circostanza. Parla Cigliola: "Che vuole quello?". Spiega Papadonno: "4 grammi". Ribatte Cigliola: "Ma digli di farsi la galera e di non rompere i c?, dove vado a prendere adesso quattro grammi a quest'ora dalle persone?". Gli arrestati sono difesi tutti dall'avvocato Ladislao Massari, Papadonno anche da Vito Epifani.

Numerosi i sequestri di sostanza, con corredo di arresto per Gianfranco Centonze, coinvolto ma stavolta senza richiesta di custodia cautelare, perché già arrestato in flagranza. "L'immagine della polizia penitenziaria - ha detto oggi in conferenza stampa il commissario Ilaria Lomartire - non può essere ricondotta a casi come questi". Un'inchiesta "dolorosa", ma inevitabile. Il carcere deve avere una funzione rieducativa, prima che punitiva. Per la cura delle tossicodipendenze, ci sono le comunità.

 

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