Cronaca Mesagne

Aiutarono 2 latitanti della 'ndrangheta: due calabresi arrestati a Mesagne

Si erano stabilite in un'abitazione nelle campagne di Mesagne due persone che si presume abbiano supportato la latitanza di due elementi di spicco della 'ndrangheta (il 32enne Umberto Bellocco e il 26enne Francesco Bellocco) catturati il 24 luglio del 2012 dai carabinieri della stazione di Roma - Casalotti. Achille Rocco Gioffré, 37 anni, di Taurianova (Reggio Calabria) e Leopoldo Cosentino,32 anni

MESAGNE – SI erano stabilite in un’abitazione nelle campagne di Mesagne due persone che si presume abbiano supportato la latitanza di due elementi di spicco della ‘ndrangheta (il 32enne Umberto Bellocco e il 26enne Francesco Bellocco) catturati il 24 luglio del 2012 dai carabinieri della stazione di Roma - Casalotti. Achille Rocco Gioffré, 37 anni, di Taurianova (Reggio Calabria) e Leopoldo Cosentino, 32 anni, di Palmi (Reggio Calabria), sono stati arrestati in una casa situata in contrada Boccone Nunziata.

L’arresto è stato effettuato dai carabinieri del Nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale di Roma, con il supporto dei carabinieri della compagnia di San Vito dei Normanni, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Roma, su richiesta della locale Dda. Il provvedimento restrittivo riguarda anche una terza persona che si presume abbia aiutato i latitanti: il 32enne A.M., originario di Oppido Mamertina (Reggio Calabria), ma residente a Roma. 

ll blitz è scattato la scorsa notte. Diverse pattuglie dell’Arma si sono ritrovate sulla strada che collega Mesagne a Torre Santa Susanna, per poi dirigersi verso il covo di Gioffré e Cosentino. Si tratta di una villetta di campagna intestata a una donna del posto del tutto estranea ai fatti. Da quanto risulta all’Arma di Brindisi, non sussistono legami fra gli arrestati e la malavita locale. Di certo non passa inosservato il fatto che si fossero stabiliti in un territorio in cui le attività illecite sono sotto il dominio della Scu, fondata da Giuseppe Rogoli proprio con il capo del clan Bellocco. Le accuse contestate sono di  favoreggiamento personale e procurata inosservanza di pena, con l’aggravante di aver agevolato la cosca della ‘ndrangheta “Bellocco”, attiva a Rosarno (Reggio Calabria) e nei comuni limitrofi.

Da quanto appurato dagli inquirenti, i tre avevano reperito e messo a disposizione dei cugini Bellocco, a vario titolo, un appartamento di via Perlo, a Roma, le autovetture e i motocicli, intestati a prestanome, nonché i documenti di identità. I militari sono giunti sulle loro tracce a seguito appunto della cattura dei due latitanti, effettuata in circostanze rocambolesche da una pattuglia di carabinieri in servizio di sera. Questi  decisero di controllare di un gruppo di giovani che si trovavano nei pressi di un complesso residenziale di via Carentino. 

Alla vista dell’autoradio dell’Arma, i giovani si diedero alla fuga. Ma le forze dell’ordine riuscirono a bloccarne due, i quali in un primo momento fornirono dei documenti di identità falsi e, successivamente, furono identificati. Erano appunto i cugini Bellocco, all’epoca entrambi latitanti da due anni, in quanto destinatari di numerosi provvedimenti restrittivi emessi dalle autorità giudiziarie di Palmi e Reggio Calabria nel 2010 per gravi reati, tra i quali anche quello associativo di tipo mafioso.

Umberto Bellocco, figlio di Giuseppe Bellocco, era già noto per associazione mafiosa, omicidio, estorsione, armi e altro. Il suo nome figurava nell’elenco dei 30 ricercati di massima pericolosità del ministero degli Interni. Venne arrestato dal Ros dei Carabinieri nel 2007. Adesso si trova detenuto presso la casa circondariale di Terni. Suo cugino, Gregorio Bellocco, è un capo storico dell’omonima cosca.

Francesco Bellocco è figlio di Carmelo Bellocco, latitante fino al 1994, attualmente detenuto nella casa circondariale di L’Aquila, ritenuto elemento di spicco, insieme al fratello Umberto, della medesima cosca. I Bellocco sono considerati i rampolli di un clan la cui operatività nella piana di Gioia Tauro è stata accertata con numerose sentenze.  Le indagini scaturite dal loro arresto furono delegate ai carabinieri del nucleo investigativo di via in Selci, che individuarono un appartamento nel Comune di Casalotti, in via Perlo, dove i due latitanti avevano predisposto la loro base logistica.

Durante la perquisizione del covo vennero riscontrati elementi tali da appurare che i due ricercati si erano stabiliti a Roma da alcuni mesi ed erano inseriti nel tessuto malavitoso locale. L’appartamento era dotato di impianto di videosorveglianza. Furono rinvenuti numerosi telefoni, computer portatili, , ricevitori radio, macchine conta banconote, bilancini elettronici di precisione, un blocco notes con cifre ed appunti in codice, nonché l’Epistola di Leone IV, utilizzata dagli affiliati della ‘ndrangheta nel rito di iniziazione svolto in occasione delle nuove immissioni nelle cosche. I latitanti disponevano inoltre di 3 auto e 2 moto nuovissime, intestate a dei prestanome e poste sotto sequestro. Partendo da quell’immobile di via Perlo, dunque, i carabinieri sono arrivati nelle campagne di Mesagne, dove si trovavano due dei loro fiancheggiatori.

“È altresì corretto sostenere che l’evoluzione successiva – scrive l’allora sostituto procuratore Michele Emiliano in una relazione sulla criminalità organizzata pugliese e sulle infiltrazioni camorristiche e mafiose - abbia visto il consolidamento, anche a causa del rapido declino della Nuova camorra organizzata, dei legami, anch’essi di natura sostanzialmente imitativa, tra la criminalità organizzata pugliese ed i gruppi criminali calabresi che in Puglia venivano percepiti come appartenenti alla ’ndrangheta . A sostegno di tale assunto si pone soprattutto la sentenza n. 3 del 23 maggio 1991 della Corte d’Assise di Lecce nella quale si dimostrano i legami tra Giuseppe Rogoli  ed Umberto Bellocco (parente omonimo della persona arrestata nell’operazione dei carabinieri, ndr) ‘pregiudicato calabrese, il quale rimase detenuto nella stessa cella del Rogoli dal 16 settembre 1986 al 23 gennaio 1987 con un’unica interruzione tra il 23 settembre e il 31 ottobre 1986 quando Bellocco era stato tradotto a Palmi per la celebrazione di un processo a suo carico. Secondo numerosi collaboratori di Giustizia sarebbe stato proprio il Bellocco a donare al Rogoli il ‘fiore’ che lo abilitava a formare e denominare un propria famiglia su base regionale”.

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