Lunedì, 27 Settembre 2021
Cronaca

Andrea Romano: "Così droga e pizzini entravano nel carcere di Brindisi"

Nei verbali del collaboratore di giustizia brindisino oltre ai traffici di stupefacenti della Sacra Corona anche i metodi per eludere i controlli

BRINDISI – La droga non girava (e gira tuttora) solo fuori, ma entrava anche nella casa circondariale di Brindisi. Insieme ai pizzini, necessari per comunicare con l'esterno. Lo racconta il collaboratore di giustizia Andrea Romano nei suoi verbali, depositati nel corso dell'udienza preliminare del procedimento scaturito dai blitz “Fidelis” e “Synedrium”, poi accorpati in un unico processo, udienza che si è svolta il 5 febbraio scorso. Romano racconta di droga, armi, estorsioni, di dinamiche criminali della Sacra Corona brindisina. Ma anche di un metodo rudimentale e ingegnoso per introdurre stupefacenti nel carcere di Brindisi.

E' il 18 dicembre 2020, sono passate da poco le 15.30. Andrea Romano è in videoconferenza, dal carcere, con il procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e con i sostituti Giovanna Cannarile e Carmen Ruggiero della Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Comincia a parlare: “Sono detenuto sin dal 2014 e ad oggi ho la piena disponibilità di un telefono cellulare nella mia cella”. Non sarà l'unica occasione in cui colui che si dichiara “reggente” a Brindisi parlerà di telefoni e di “ambasciate” ricevute o inviate dalle quattro mura delle varie carceri in cui è stato detenuto. E sì che i contatti con l'esterno per un personaggio di rango della criminalità organizzata sono importanti, durante la detenzione. Nel verbale il novello collaboratore di giustizia parla anche di alleanze. Una in particolare, con altri soggetti, nel carcere di Taranto per il traffico di droga. Andrea Romano (nella foto sotto) spiega anche di avere contatti con la piazza leccese.

ROMANO ANDREA CLASSE 1986-2

Il 15 gennaio 2021 il figlio di Gino Romano, detto “ramarro”, dà conto anche di altre dinamiche, davanti a un registratore di marca Sony. Racconta di quando nel febbraio 2015 era detenuto nel carcere di Brindisi, in cella con un suo affiliato. E' tramite costui che le ambasciate di Romano uscivano fuori dal carcere e raggiungevano i destinatari, in forma orale o attraverso i classici pizzini, consegnati ai famigliari dell'affiliato. Poi, Romano passa al carcere di Lecce, quindi ritorna nella sua Brindisi, sempre nella casa circondariale. Stessa storia per i pizzini, ma utilizzando un altro personaggio. E per le comunicazioni urgenti? In quel caso non si può aspettare, così viene utilizzato un detenuto che si trovava nell'infermeria. 

E' sempre Andrea Romano che parla: “Dalla finestra dell'infermeria, proprio adiacente al muro di cinta del carcere, era possibile anche inviare e ricevere pizzini nonché sostanza stupefacente, attraverso il lancio con una mazza in legno, legata a un filo. La mazza di legno, introdotta attraverso la grata, fungeva da peso per fare arrivare il filo oltre il muro di cinta. Una volta che il lancio andava a buon fine, chi si trovava all'esterno sganciava la mazza di legno e collegava l'involucro contenente sostanza stupefacente o i pizzini, che venivano recuperati con il filo all'interno della cella. Tali operazioni avvenivano all'incirca a mezzanotte, durante il cambio turno del personale della polizia penitenziaria”.

Ogni criminale di spessore, anche nella Sacra Corona, sa che prima o poi dovrà fare i conti con una detenzione, magari lunga. Romano non fa eccezione. Ovviamente il rischio di essere tagliati fuori dalle dinamiche della mafia c'è sempre. Così i boss si ingegnano a trovare modi più o meno sicuri per comunicare con l'esterno. Andrea Romano questo lo sa. Il collaboratore di giustizia ha offerto agli inquirenti uno spaccato esaustivo della vita in cella e dei contatti con il mondo di fuori. E ha descritto anche un metodo tanto rudimentale quanto ingegnoso per introdurre pizzini e stupefacenti nel carcere di Brindisi.

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