Cronaca Torre Santa Susanna

Omicidi Scu nel Salento, assolto in appello l’ergastolano Ciro Bruno

Riformata la sentenza:era accusato di aver ucciso Giuseppe Quarta e Valerio Colazzo. Accolta la tesi degli avvocati Lodeserto ed Epifani. La Corte: “Non ha commesso il fatto”. Il pg aveva chiesto la conferma della condanna. L’imputato è ristretto a Sulmona, dove sta scontando il fine pena mai per i delitti di Romolo Guerriero e di Cosimo Persano

BRINDISI – Assolto per non aver commesso il fatto, probabilmente anche sulla base delle confessioni di alcuni pentiti della Scu: Ciro Bruno, 56 anni, il maggiore dei fratelli di Contrada Canali a Torre Santa Susanna, ha incassato la riforma della sentenza dai giudici della Corte d’assise d’appello che ieri si sono pronunciati sugli omicidi a marchio Scu nel Salento, consumati negli anni Novanta.

Il torrese era accusato di essere stato l’esecutore materiale nel delitto di Giuseppe, detto Pippi, Quarta, avvenuto l’11 ottobre 1989 e di Valerio Colazzo il 3 settembre 1989, morto nell’agguato in cui rimase ferita la fidanzata Cristina Ferma. Ha ottenuto l’assoluzione per i tre capi di imputazione. Era presente in videoconferenza.

Nel corso delle udienze del processo era stato sentito il collaboratore di giustizia Nicola Grasso che in aula riferì che il nome di Ciro Bruno non gli venne mai fatto come componente del gruppo di fuoco. Non disse dapprima chi fu la sua fonte di “notizia” e alla Corte riferì di aver appreso tutto dai fratelli Calabrese,  rispondendo a una specifica  domanda dei difensori di Bruno, gli avvocati Cosimo Loderserto e Vito Epifani.

I penalisti anche sulla base di quelle dichiarazioni hanno invocato l’assoluzione, mentre dal procuratore generale è arrivata la richiesta di conferma della pronuncia in primo grado. La sentenza dei giudici della Corte d’Assise d’appello ribalta quelle conclusioni, ma per conoscerne le motivazioni bisognerà attendere almeno 90 giorni, tempo stabilito per il deposito.

Il processo scaturisce dall’inchiesta chiamata “Maciste” condotta dalla Procura Distrettuale Antimafia: il 9 settembre 2009 le indagini portarono agli arresti di 38 persone, con l’accusa di aver fatto parte di un’associazione di stampo mafioso, la Scu, che avrebbe operato nel Salento, nel periodo compreso tra la metà degli anni Ottanta e il 2002. Quel sodalizio avrebbe ordinato 28 omicidi. Diciotto riuscirono, gli altri no.

Bruno dal carcere ha sempre respinto le accuse, così come ha fatto una volta finito alla sbarra degli imputati per due omicidi avvenuti nella “sua” zona, per i quali è stato condannato all’ergastolo, fine pena mai diventata definitiva: l’omicidio di Cosimo Persano avvenuto la primavera del ‘90, nonostante in primo grado avesse ottenuto l’assoluzione per non aver commesso il fatto e l’omicidio di Romolo Guerriero avvenuto due mesi dopo quello di Persano (Guerriero era l’autista di Persano e rimase ferito nell’agguato teso al suo datore di lavoro).

Persano venne ucciso il 9 marzo 1990, giorno in cui la vittima avrebbe festeggiato il compleanno, cinquanta anni. Trovò la morte a colpi di fucile a pallettoni nell’abitacolo di una Golf di colore rosso. Secondo l’accusa a imbracciare l’arma altri non era se non Bruno che qualche tempo prima avrebbe avuto un diverbio con la vittima per questioni di affari: nella prospettazione formulata dai magistrati dell’Antimafia, il torrese avrebbe chiesto a Persano di fargli spazio nella società che operava nel settore dei vini .

Ma non ci sarebbe stata risposta affermativa. E proprio nel rifiuto opposto da Persano che ci sarebbero stati i margini per concepire il movente confermato dalle affermazioni consegnate dai pentiti, ossia dagli ex uomini della Sacra Corona Unita, ritenuti attendibili in diverse inchieste e a volte persino determinanti ai fini dei blitz.

Dopo l’uccisione di Persano e di Guerriero, scomparvero anche i genitori di quest’ultimo e la compagna del primo, Silvana Foglietta, che viveva a Ostuni.  Lupare bianche rimaste senza colpevoli certi. Attualmente Ciro Bruno è detenuto nel carcere di Sulmona, in regime ordinario. E’ stato ristretto al 41 bis per 12 anni dal 1992 al 2005 e poi per i dodici mesi successivi all’arresto di Andrea Bruno, il fratello, nell’ambito dell’inchiesta chiamata “Canali”.

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