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Cronaca

Accusata di aver minacciato cliente per ottenere il suo onorario: avvocata assolta

Cadono le accuse contestate a una professionista brindisina querelata dalla sua assistita: “Non può essere considerato un male ingiusto, il compenso richiesto da un professionista”

BRINDISI – Una cliente l’aveva querelata per minacce, ma le accuse, in aula, non hanno retto. Il giudice di pace ha assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste, una avvocata del foro di Brindisi (V.I. le iniziali del suo nome), difesa dal collega Riccardo Mele. La sentenza è a firma del giudice di pace onorario, Vincenzo Rizzo. Il procedimento a carico della professionista è scaturito da una denuncia sporta nel 2016 da una donna residente nel Brindisino (D.G.) che era stata assistita da V.I. in un processo per il furto di un paio di candeline di Natale in un negozio di Mesagne.

Nel capo di imputazione si legge che l’imputata avrebbe riferito alla cliente la seguente minaccia: “Io sono un grande avvocato penalista che ho svolto egregiamente 20 anni di carriera, in grado di farvi del male tutte le volte che verrò se non mi date quello che vi chiedo e non avete fiducia in me”. Poi avrebbe aggiunto “di essere in grado di rovinarla, perché poteva farlo”.  Stando alla ricostruzione dei fatti della parte civile, l’avvocata avrebbe fatto pressioni sull’assistita, recandosi anche presso la sua abitazione e aspettandola all’esterno della caserma dei carabinieri, per ricevere un’ulteriore somma di denaro (circa 650 euro) rispetto alla somma che aveva già ricevuto (634 euro) dopo aver accettato l’incarico di difenderla nel processo per furto, che si è poi concluso con un’assoluzione per intervenuta remissione di querela, da parte del titolare del negozio.

La cliente era stata indirizzata verso la legale da un avvocato di sua conoscenza, che non si occupa di diritto penale. Il professionista è stato esaminato come teste davanti al giudice di pace, oltre all’imputata, alla parte civile e alla madre di quest’ultima.

Nel corso del suo esame, D.G. ha sostenuto che le presunte minacce, pronunciate in presenza della madre, erano riferite alla richiesta di denaro che l’avvocata riteneva le spettasse e non ad altri tipi di male “che potesse aver adombrato – si legge nelle motivazioni della sentenza – nel corso di quella conversazione”. La parte civile ha anche accusato l’imputata di averle ostacolato nella possibilità di accedere al gratuito patrocinio a spese dello Stato, in quanto la documentazione sulla sua situazione patrimoniale sarebbe stata ritenuta non corretta.

L’imputata ha sostenuto di non aver mai pronunciato la frase minatoria contestata. Riguardo alla questione del gratuito patrocinio, ha spiegato di aver consigliato alla cliente di non depositare istanza, poiché non erano chiari i redditi di natura immobiliare. La stessa ha precisato che l’onorario ricevuto è stato regolarmente fatturato e ha chiarito i motivi per cui la somma inizialmente corrisposta, doveva essere integrata un ulteriore mille euro. La legale ha confermato di essere andata in casa della cliente, non per metterle pressione, ma per munirsi di una procura speciale per la richiesta del rito alternativo, a causa della mancata disponibilità di un mezzo proprio di trasporto da parte della querelante.

Nella querela, la parte civile ha sostenuto di essersi lamentata con l’avvocato civilista del comportamento della sua collega. Ma il professionista, nel chiarire di essersi limitato a fare da tramite, ha negato questa circostanza. 

Il giudice ha ritenuto irrilevante la questione del gratuito patrocinio, in ordine alla minaccia contestata. Nella sentenza viene certificata “l’assoluta legittimità” della richiesta di pagamento del proprio onorario, sulla base anche della documentazione depositata dalla difesa. “Non può essere in alcun modo considerato un male ingiusto – scrive il giudice - il compenso richiesto da un professionista per l’attività difensiva prestata in favore del proprio assistito né, in ipotesi, la prospettazione di una possibile legittima azione di recupero del credito professionale in caso di mancato adempimento”.

“L’unica preoccupazione astrattamene plausibile, ed umanamente comprensibile, in capo alla persona offesa - si legge ancora nella sentenza - potrebbe essere derivata dalla difficoltà economica nella quale versava a fronte della posizione debitoria assunta nei confronti dell’avvocato e non certamente per delle indimostrate minacce che avrebbe mai subito dall’odierna imputata”.

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