Cronaca

Attentati a Ostuni, depone in aula un altro imprenditore

OSTUNI – La memoria spesso non accompagna i testi del processo per gli attentati compiuti a Ostuni e le minacce al sindaco Domenico Tanzarella e a vari amministratori e imprenditori. Questa mattina è toccato a Vincenzo Schiavone, costruttore ostunese, seduto sul banco dei testimoni dinanzi al tribunale in composizione collegiale (presidente Gabriele Perna), dire e non dire, aggiustare il tiro. Per paura? Non è da escludere.

Alfredo Capone in manette davanti al commissariato di Ostuni

OSTUNI - La memoria spesso non accompagna i testi del processo per gli attentati compiuti a Ostuni e le minacce al sindaco Domenico Tanzarella e a vari amministratori e imprenditori. Questa mattina è toccato a Vincenzo Schiavone, costruttore ostunese, seduto sul banco dei testimoni dinanzi al tribunale in composizione collegiale (presidente Gabriele Perna), dire e non dire, aggiustare il tiro. Per paura? Non è da escludere.

I quattro personaggi rinchiusi nel gabbione dell'aula Metrangolo (gli ostunesi Denis Loparco, 38 anni, Alfredo Capone, 52 anni, Giovanni Basile, 32 anni, e Pierluigi Cisaria, 42 anni) non sono angioletti. Incutono timore anche se per il momento non sono in libertà. Nella scorsa udienza Schiavone non si presentò. "Non stavo bene - ha detto -; ho avuto una colica addominale ed ho fatto pervenire un certificato medico".

Schiavone è un altro finito nel mirino dei taglieggiatori che sono alla sbarra. Oggi per la prima volta ha parlato di un bigliettino con la richiesta di duemila euro trovato sul suo cantiere, dove il giorno prima gli è stato distrutto, in un attentato, un Caterpillar. Il bigliettino era diretto a lui e al titolare della ditta Codeco. Gli autori del biglietto chiedevano duemila euro a lui e altrettanti alla Codeco.

In sede di interrogatorio dinanzi ai poliziotti di Ostuni il 4 aprile 2009 disse che era stato Basile a chiedergli i soldi e a fargli fare da tramite con la Codeco. Oggi in aula ha detto: "La verità è che Basile non mi ha mai detto di chiedere soldi alla ditta Codeco. Io, dopo avere visto il bigliettino, chiamai il titolare e gli dissi della richiesta. Il biglietto, per la rabbi, lo distrussi".

Schiavone è uno che di attentati e minacce ne ha subite tante. Lui ha contatti con Basile. "Lo conosco sin dall'infanzia", dice in tribunale. Viene anche aggredito una sera del 2006 proprio da Basile. "Stavo mettendo la macchina in garage - dice - quando fui avvicinato da Basile che ruppe il parabrezza della mia vettura. Mi aggredì perché riteneva che io avessi convinto Giovanni Rodio a denunciarlo per estorsione".

Giovanni Rodio è un rivenditore di automezzi per i lavori edili. Vendette un caterpillar ad una persona di Montalbano di Fasano che non glielo pagò. Schiavone incontrò in un bar Basile e gli chiese di dargli una mano a far recuperare il denaro a Rodio. "Ma Basile non riuscì a risolvere il problema", precisa.

Successivamente Rodio disse a Schiavone che stava avendo problemi con Basile il quale si presentava da lui ogni settimana per chiedere denaro. "Dissi a Basile di lasciar perdere Rodio - spiega in udienza il teste - ma non ricordo cosa mi rispose". Di fronte alla contestazione dell'avvocato Gianvito Lillo, la memoria gli ritorna: "Mi rispose: 'Di cosa stai parlando?', e non aggiunse altro". Poi Rodio denunciò Basile per estorsione e il pregiudicato si vendicò con Schiavone.

Quattro mesi dopo Basile ricomparve con Schiavone e si fece cambiare un assegno di 2.800 euro. L'imprenditore non aveva i soldi. Si rivolse a Francesco Beato, il quale glielo cambiò. Ma quando si accorse che l'assegno era rubato, chiese a Schiavone di restituirgli il denaro. "Ci ho rimesso anche quel denaro", ha detto questa mattina il teste.

La mattina del 4 aprile 2009 alcuni poliziotti lo vanno a prendere sul cantiere e lo portano in commissariato. "Mi hanno fatto delle domande e io ho risposto - ha riferito Schiavone -. Non sono andato spontaneamente. Ho parlato di Basile perché lì dentro ho trovato Rodio e i poliziotti mi hanno fatto domande".

I pubblici ministeri, Milto De Nozza e Alberto Santacatterina hanno però depositato una annotazione di servizio dalla quale si evincerebbe come l'imprenditore ostunese, prorpiro alla vigilia dell'udienza del 30 giugno scorso sia stato avvicinato e minacciato da due giovani del posto (G.M. e F.F) ed invitato dagli stessi a non rivelare nel processo circostanze che potessero danneggiare la posizione di Giovanni Basile. Tanto avrebbe confidato lo stesso Schiavane all'imprenditore ostunese Giovanni Epifani, attuale consigliere regionale. Episodio confermato peraltro anche da un ispettore della polizia. Per questi motivi la Pubblica accusa avrebbe chiesto di inserire a Patrimonio probatorio soltanto le dichiarazioni rese dal teste in sede di indagini preliminari. La Difesa si è opposta. Il collegio dei giudici, presieduto da Gabriele Perna, si è riservato nel merito una decisione.

Dopo Schiavone è stato interrogato Giuseppe Zurlo, all'epoca dei fatti presidente del consiglio comunale. Ha riferito di pressioni ricevute da Matteo Tanzarella per dimettersi dal consiglio comunale. A fare quelle pressioni fu Capone. "Informai - dichiara Zurlo - il sindaco di questa situazione".

E poi: "Ho assistito all'incontro avuto da Capone con il sindaco. Capone disse al sindaco che aveva bisogno di denaro per lui e i suoi ragazzi perché non stavano lavorando. Chiese 200mila euro. Il sindaco rispose che non se ne parlava proprio e alla domanda del perché gli stava facendo questa richiesta, Capone rispose: 'Perché voi avete i soldi e noi no' ". L'udienza è stata aggiornata 29 settembre.

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