Cronaca

“Borromeo era affiliato a Pasimeni, ma dava anche una mano a Campana”

I pentiti della Scu Penna, Gravina e Passaseo ascoltati nel processo in cui il brindisino è accusato di tentata estorsione a una fioraia. "Si riforniva di coca da Tobia Parisi, bidonò una Bmw x6 e fece qualche attentato”. La difesa: “Dichiarazioni contraddittorie”. E il Gabibbo svela: “Piccolo dente voleva uccidere quelli dell’altro gruppo"

Il chiosco di fiori al centro oggetto del processo. Sotto, Donato Borromeo e i collaboratori di giustizia Francesco Gravina ed Ercole Penna

BRINDISI – “Donato Borromeo era affiliato a Massimo Pasimesi del gruppo dei mesagnesi, ma dava anche una mano a Francesco Campana di cui era amico e qualche attentato a Brindisi l’ha fatto anche lui che sulla piazza si riforniva di cocaina da Tobia Parisi”. I rapporti di conoscenza e quelli di affiliazione, seguiti dai presunti settori di “lavoro” di Donato Borromeo, 41 anni, ex dipendente della Monteco, sono stati consegnati oggi dagli ultimi pentiti della Sacra Corona Unita, Francesco Gravina, Ercole Penna e Antonio Passaseo, chiamati a testimoniare dal pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, nel processo in cui il brindisino è imputato per tentata estorsione ai danni della titolare di un chiosco di fiori alle spalle del cimitero del capoluogo. Chiosco che venne distrutto da un incendio la notte del 2 novembre 2015.

Donato Borromeo durante un precedente arrestoL’accusa è stata mossa anche nei confronti della compagna Serena Lorenzo, 27 anni, del fratello maggiore Giovanni Borromeo, 45, nonché di Luca Ferrari, 38, ex dipendente della Monteco ed ex marito della donna ritenuta vittima della richiesta estorsiva, e di Francesco Palma, 36. Tutti e cinque furono arrestati il 14 novembre 2015 nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal pm Alberto Santacatterina, delegata agli agenti della Digos e ai carabinieri del Nucleo investigativo di Brindisi.

Sotto processo anche Marco Schirinzi, dipendente delle poste italiane, che rimase a piede libero, accusato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, nonché di falsità ideologica.  Borromeo e gli altri, nel frattempo, hanno ottenuto i domiciliari e questa mattina hanno partecipato all’udienza dedicata all’ascolto dei collaboratori di giustizia che per la Dda restano attendibili quando sostengono che “Donato Borromeo è un noto esponente dell’associazione per delinquere di stampo mafioso”.

Nell’impostazione della Dda “i cinque, in concorso tra loro” avrebbero compiuto “atti idonei a costringere” la donna “a cedere senza alcun corrispettivo a Donato Borromeo il contratto di concessione dell’immobile e la licenza dell’attività commerciale”. La titolare non si è costituita parte civile nel processo: nella ricostruzione della Dda la donna avrebbe detto al suo ex marito di aver ricevuto la visita di uomini di Mesagne che le avevano fatto capire che lì, in via Ticino, non poteva aprire alcuna rivendita di fiori perché la zona era di Tobia Parisi. Ferrari, a quel punto avrebbe deciso di rivolgersi all’amico Donato Borromeo il quale, alla fine, avrebbe preteso l’attività. Accusa che l’imputato respinge, così come quella di essere affiliato alla Scu e ha già fatto sapere di essere pronto a sostenere l’esame per affermare la sua verità.

Francesco Gravina, GabibboMa del suo essere uomo del sodalizio ha riferito innanzitutto Francesco Gravina, alias il Gabibbo, assistito dall’avvocato Manfredo Fiormonti, lo stesso di Vito Di Emidio: “Lo conosco personalmente dal 2008, l’ho visto per la prima volta in un’autofficina alle spalle del Perrino del fratello di un nostro affiliato. E che fosse affiliato me lo disse lo stesso Borromeo”, ha detto il pentito che ha confessato la sua affiliazione a Penna e l’ingresso nella Scu dal ’96, rispondendo alle domande del pm Alessio Coccioli. “Lo incontrai nel 2009 a Mesagne, in una discoteca, e mi disse che stava dando una mano a Francesco Campana di cui era amico. Qualche attentato l’ha fatto anche lui. Bidonò una Bmw x 6 a una concessionaria di Carovigno ed ebbe problemi con Ivan Carriero, cosa di cui venni a sapere il giorno dopo dell’arresto di Lino Penna, da Daniele Vicientino e da Tobia Parisi che erano latitanti. Io mandai Vito Stano e tale Sandrino di Brindisini a chiedere spiegazioni”.

Il difensore di Borromeo, Laura Beltrami, ha chiesto come mai nei verbali resi dallo stesso Gravina tra aprile e giugno 2014 non ci fosse alcun riferimento all’imputato come affiliato: “Ho parlato di tante cose, droga, estorsioni, omicidi, non mi ricordo”. E su Campana: “Lui apparteneva a Pino Rogoli e a Buccarella, gruppo opposto al nostro: hanno fatto attentato come quello a Leto per prendersi tutta Brindisi. Tra noi e quelli non c’erano buoni rapporti perché venimmo a sapere che Bucarrella pagava Antonio Bruno e Tonino Screti per avere alcune dichiarazioni”.

“Com’è possibile che Borromeo sia affiliato a Pasimeni e amico di Campana se i due clan sono rivali”, ha chiesto la penalista. Risposta del pentito: “Quando venne scarcerato Campana, faceva una botta alla padella e una al coperchio, nel senso che camminava sott’acqua”. Poi ha aggiunto: “Pasimeni che voleva scappare prima della sentenza Mediana, voleva ammazzare Campana e fu fortunato che venne arrestato. Pasimeni poteva fare quello che voleva, non è che doveva dare spiegazioni ai suoi affiliati, nella malavita è così”.

Ercole PennaRicordi forse lontani nel tempo, per essere nitidi, quelli riferiti da Passaseo: “Io e Borromeo abbiamo avuto rapporti, chiamiamoli, lavorativi: io ero del gruppo di Campana, lui non mi ricordo se di Pasimeni o Penna perché ho resettato per cui non vorrei aver fatto una gaffe”. L’avvocato Beltrami ha chiesto come mai nei verbali, mai si parla dell’imputato: “Mi sembra strano, ho parlato parecchio di lui, mi sarà sfuggito ma se Penna si rivolge a Borromeo, qualcosa significherà”.

Penna è stato sentito per ultimo: “Era affiliato ai mesagnesi, ultimamente si era avvicinato a Campana, cosa che seppi direttamente da quest’ultimo”, ha detto. “Posso anche riferire un episodio: Borromeo si riforniva di cocaina da Tobia Parisi che venne da me una volta perché non aveva avuto il pagamento della somma pari a 10mila euro, mi chiese se potesse usare il mio nome e dissi che non c’erano problemi. A distanza di giorni il problema fu risolto. Una volta, poi, il fratello di Antonio Vitale (il marocchino, ndr) disse che doveva andare a Brindisi per incontrare Borromeo che però non venne perché venne arrestata la moglie all’epoca”.

Oggi è stato ascoltato anche un camionista di Pompeo che venne ascoltato dalla Digos a giugno 2014 e che riconobbe in Francesco Palma l’autore dell’aggressione ai danni del compagno della titolare del chiosco: in aula non ha riconosciuto l’imputato, dopo essersi limitato a dire di non sapere niente della storia, se non che ricordava di un uomo con cappello e occhiali che aveva tatuaggi, il quale gli chiese di dargli le chiavi del mezzo. “Gliele diedi perché al negozio mi dissero che non erano persone buone”.

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