“Tentò di uccidere il cognato”: condannato a sei anni e quattro mesi

Il pm aveva chiesto 14 anni per Gianluca Polito con l’accusa di aver investito con l’auto Teodoro Capasa, dopo una rissa familiare. Trovati messaggi su Facebook. La difesa in Appello

BRINDISI – Per il Tribunale di Brindisi, Gianluca Polito, 45 anni, residente in città, tentò di uccidere il cognato Teodoro Capasa che aveva problemi di deambulazione e che per questo si aiutava con le stampelle, investendolo con l’auto, dopo una rissa familiare in via Carducci, rione Paradiso: l’imputato è stato condannato a sei anni e quattro mesi di reclusione, a fronte dei 14 anni chiesti dal pubblico ministero in relazione a quanto avvenne il 16 giugno 2018, dopo lo scambio di messaggi su Facebook tra alcuni parenti.

La sentenza

Il tribunale di BrindisiIl verdetto di primo grado porta la firma del giudice Francesco Cacucci, di fronte al quale si è svolto il processo con rito abbreviato ottenuto dai difensori  Giuseppe Guastella del foro di Brindisi e Giuseppe Corleto del foro di Lecce. I penalisti hanno già anticipato la volontà di ricorrere in Appello per chiedere la riqualificazione dell’imputazione: da tentato omicidio, accusa mossa dalla Procura già nell’immediatezza dei fatti, a lesioni colpose, con conseguente riduzione della pena.

La difesa

L’imputato, ristretto ai domiciliari, si è sempre professato innocente. In sede di interrogatorio dinanzi al gip, in occasione dell’udienza di convalida, disse di “essere stato aggredito dal cognato, di non averlo visto per terra, di non aver sentito il rumore del suo corpo sotto l’auto, dopo averlo investito e di non ricordare dove andò dopo l’investimento”.

Con la sentenza del Tribunale, invece, è stata accolta in toto la ricostruzione sostenuta dal rappresentante della pubblica accusa nel corso della requisitoria. Con un differente conteggio in nome della giustizia, perché il giudice ha escluso l’aggravante di aver commesso il fatto nei confronti di un affine in linea retta e ha escluso anche l’aumento per la recidiva. Le motivazioni saranno depositate nel termine di 60 giorni.

L’accusa di tentato omicidio

L’accusa di tentato omicidio è stata mossa “in concorso con persona non identificata”. Polito avrebbe “compiuto atti diretti in modo non equivoco a cagionare la morte del cognato Teodoro Capasa”. “In particolare – si legge nel capo d’imputazione – dopo una rissa (vicenda oggetto di altro procedimento penale, ndr) a cui l’indagato partecipava attivamente in conseguenza della quale la parte offesa cadeva a terra, saliva a bordo di un’auto e dopo aver atteso qualche secondo che gli altri si allontanassero e che rimasse solo il cognato, iniziava la marcia”.

Polito avrebbe “deviato il percorso in direzione di Capasa che era già per terra, a bordo del marciapiede, e lo investiva sia con le ruote anteriori che con quelle posteriori, per poi riguadagnare il centro della carreggiata e darsi alla fuga”.

Il cognato

Il cognato di Polito è stato riconosciuto parte lesa ma non si è costituito in giudizio ai fini della richiesta per ottenere il risarcimento dei danni. Stando al referto medico, Capasa riportò “lesioni personali consistite in fratture costali multiple, giudicate guaribili in 30 giorni”. L’imputato, inoltre, avrebbe “approfittato del fatto che il cognato fosse affetto da patologie che gli comportavano problemi di deambulazione”.

La rissa

La lite degenerata in rissa avvenne la mattina del 16 giugno dello scorso anno, attorno alle 11,50, in via Carducci. I carabinieri della stazione del Casale ne vennero a conoscenza da alcuni cittadini, i quali segnalarono la necessità di un intervento incrociando l’auto dei militari. Quando i carabinieri arrivarono, trovarono un uomo a terra “con evidenti ferite al volto e varie escoriazioni sulle braccia”. Era Teodoro Capasa.

Iniziarono, quindi, ad ascoltare alcuni familiari dell’uomo i quali fecero il nome del cognato come responsabile di quanto accaduto, indicando anche il tipo di auto e riferirono anche di un’aggressione avvenuta 24 ore prima.

Le immagini delle telecamere

via Carducci brindisi-2-2-3Gianluca Polito venne indicato come l’autore del ferimento di uno dei figli di Capasa che sarebbe stato poi investito con l’auto. Non sarebbe stato da solo, ma accompagnato da “un altro uomo” che non è mai stato identificato. Nonostante la scena sia stata ripresa dalle telecamere di alcuni esercizi commerciali della zona. Quelle immagini rappresentarono “gravi indizi di colpevolezza a carico di Polito” che venne arrestato a stretto giro, dopo il ricovero del cognato in ospedale.

Dalla visione del video, emerse che “Gianluca Polito raggiunse via Carducci a bordo di una Renault Modus di colore grigio”. Scrisse così il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi nell’ordinanza di custodia cautelare, all’esito della convalida dell’arresto. “Uscì dall’auto brandendo un’arma impropria per colpire più volte, alle spalle, un uomo”, poi identificato nel figlio del cognato. Quest’ultimo intervenne in difesa del figlio, ma nella colluttazione perse l’equilibrio.

Le immagini mostrarono l’auto fare retromarcia: “Nonostante Polito avesse la strada perfettamente libera davanti a sé, egli sterzò verso sinistra in prossimità del marciapiede investendo il cognato con tutte e quattro le ruote.

Il movente e i messaggi sulla chat di Facebook

Nell’ordinanza, il gip riportò anche il racconto di una donna, la cui bimba di sei anni vide la scena dal balcone e iniziò a urlare. Ascoltata come persona informate sui fatti, la donna riferì che i rapporti tra Capasa e Polito erano “particolarmente tesi a causa di un episodio avvenuto circa un anno fa”. Secondo questo racconto, “Polito colpì alla testa una parente di Capasa affetta da problemi di ischemia. Capasa reagì colpendo Polito con uno schiaffo e Polito gli diede un pugno facendolo cadere per terra”.

I carabinieri acquisirono anche messaggi sulla chat di Facebook tra uno dei figli di Capasa e uno dei figli di Polito. “Sia di testo che vocali, dal contenuto chiaramente minaccioso: ‘ridete che mo’ ridiamo noi tra poco, ha detto la mamma tre posti in ortopedia, quando scendete li trovate spezzati”. Lo scambio avvenne il giorno precedente all’investimento che tanto per la Procura, quanto per il Tribunale fu un tentativo di omicidio.

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