Omicidio Lippolis, sentenza d’appello bis: quattro condanne

Confermati 30 anni per Guarini ed Epicoco, 20 per Cincinnato e undici per Belfiore. La difesa ricorrerà in Cassazione

BRINDISI – Dopo che la perizia genetica ha confermato che i resti scheletrici trovati a Bar, in Montenegro, dieci anni fa sono quelli di Nicolai Lippolis, scomparso nel lontano 1998, la Corte d’Assise d’Appello di Taranto ha condannato i quattro brindisini imputati accusati di omicidio di stampo mafioso, nelle logiche interne della Sacra Corona Unita, aggravato dalla premeditazione.

Le condanne

tribunale taranto-2Trent’anni di reclusione sono stati inflitti a Emanuele Guarini, 45 anni, di Mesagne, e ad Antonio Epicoco, 45, di Mesagne; venti anni a Marcello Cincinnato, 52, di Mesagne. Per tutti e tre i giudici, togati e popolari, hanno confermato la sentenza del primo processo d’Appello, celebrato dinanzi alla corte di Lecce. Condanna a undici anni per Tommaso Belfiore, collaboratore di giustizia.

La sentenza è stata pronunciata nel pomeriggio di oggi, 26 settembre 2019, a distanza di due anni dall’annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione in accoglimento dei ricorsi dei difensori. Il procuratore generale, a conclusione della requisitoria, aveva chiesto alla Corte d’Assise d’Appello di Taranto la conferma delle condanne, ribadendo in toto l’accusa nei confronti dei quattro che, dopo essere stati arrestati, scelsero il giudizio con rito abbreviato (strada processuale che consente di ottenere la riduzione di un terzo della pena).

La difesa

Guarini, Epicoco e Cincinnato furono destinatari di ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita il 14 ottobre 2013 e tornarono in libertà il 19 aprile 2018 per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare. Hanno, quindi, atteso il pronunciamento in stato di libertà, essendo sottoposti unicamente all’obbligo di firma. Belfiore era tornato in libertà precedentemente.

I difensori Raffaele Missere, Cinzia Cavallo, Rosanna Saracino e Marcello Falcone hanno già anticipato la volontà di presentare ricorso in Cassazione, una volta depositate le motivazioni della Corte.

L’accusa

I giudici, quindi, hanno riconosciuto l’esistenza di elementi sulla colpevolezza degli imputati, al di là di ogni ragionevole dubbio, rispetto all’accusa sostenuta dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, anche sulla base delle dichiarazioni messe a verbale da alcuni collaboratori di giustizia.

“In concorso tra loro e con Eugenio Carbone, deceduto, cagionavamo la morte di Lippolis, colpendolo con un piccone e con colpi di arma da fuoco, per poi seppellirlo in una fossa appositamente scavata”, si legge nel capo di imputazione. “Cincinnato e Leo avendo convinto e determinato Carbone e Belfiore a punire Lippolis, Belfiore incaricato Epicoco, suo affiliato, che unitamente a Guarini eseguiva l’omicidio”.

Quel fatto di sangue, sempre stando al capo di imputazione, sarebbe stato premeditato: “Al fine di agevolare l’associazione di tipo mafioso denominata Sacra Corona Unita, mediante l’eliminazione di chi aveva i più occasioni contravvenuto alle regole del sodalizio spacciando sostanze stupefacente senza il consenso e partecipando alla commissione di furti estranei al programma criminoso del gruppo e infine rubando un’Audi 80 di proprietà di Cincinnato”.

L’esame del Dna e i pentiti

I difensori hanno sempre contestato l’attendibilità dei pentiti e hanno ottenuto dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto lo svolgimento dell’esame del Dna, allo scopo di identificare i resti scheletrici che furono trovati sotto un ponte, a Bar, il 7 ottobre 2009. Sia in fase di indagine che successivamente, la prova genetica non era mai stati eseguita. Solo nei giorni scorsi è arrivata la conferma che quelle ossa sono di Lippolis, la cui scomparsa risalirebbe alla fine degli anni Novanta.

Non c’è certezza, in verità, sulla data dell’omicidio. Nella ricostruzione dell’accusa, l’esecuzione sarebbe avvenuta nel periodo compreso tra “dicembre 1999 e settembre 2000”. Altro elemento sul quale i difensori degli imputati hanno puntato nel corso della requisitoria per evidenziare la fragilità dell’impianto accusatorio.

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