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Cronaca

Tentata estorsione alla festa del Casale: condannati i due imputati

Reato aggravato al fine di agevolare l'attività delle associazioni di tipo mafioso. Il 15 febbraio la sentenza del Tribunale di Lecce che ha riconosciuto colpevoli due brindisini di 44 anni e 46 anni, rispettivamente a quattro e sei anni di reclusione con rito abbreviato

Tentata estorsione aggravata al fine di agevolare l'attività delle associazioni di tipo mafioso: il gup del Tribunale di Lecce infligge due condanne ad altrettanti brindisini arrestati il 10 settembre 2022. Si tratta di Gennaro Di Lauro (44 anni) e Cosimo Carrisi (46 anni). Il processo si è svolto con rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna. Il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale salentino, Angelo Zizzari, ha letto in aula il dispositivo della sentenza: quattro anni di reclusione per Di Lauro, sei anni per Carrisi. Il pm della Direzione distrettuale antimafia, Carmen Ruggiero, aveva chiesto sei anni per entrambi. Stando alle accuse, i due avrebbero tentato di estorcere denaro e fatto pressioni sull'organizzatore della festa dell'"Ave Maris Stella" al Casale di Brindisi. 

Le indagini sono state condotte dagli agenti della Squadra Mobile di Brindisi, guidati dal vice questore Rita Sverdigliozzi, che hanno ricostruito la vicenda nei seguenti termini. Negli anni a organizzare la festa "Ave Maris Stella" del Casale ci pensa proprio Gennaro Di Lauro. Fa richiesta di autorizzazione al Comune e la ottiene. Per gli inquirenti è lui il "dominus" dell'evento, in quanto a Brindisi nessuno "osa" interferire e richiedere al Comune l'autorizzazione per l'organizzazione della festa. Ma nel 2022 qualcosa cambia. Si mette di mezzo un giovanissimo brindisino, la vittima della tentata estorsione, che ottiene i documenti per l'organizzazione e inizia a contattare gli ambulanti per le bancarelle.

E Gennaro Di Lauro? Per gli investigatori, non l'avrebbe presa esattamente bene. Tutt'altro. Insieme a Cosimo "Mino" Carrisi avrebbe iniziato a tempestare di telefonate sia la giovanissima vittima, che i suoi stessi familiari. Le frasi pronunciate al telefono, oltre a essere "pittoresche", sono molto dirette. Gli agenti della Mobile ascoltano e annotano. Gennaro Di Lauro avrebbe preteso che la vittima si togliesse di mezzo o, in alternativa, consegnasse 10 mila euro. Altrimenti "dove ti vediamo vediamo, ti facciamo buchi buchi". Notare il plurale utilizzato. Carrisi non sarebbe stato da meno: avrebbe minacciato la vittima di mandarla all'ospedale per diversi giorni, anche perché si è trovato davanti "un infame, un infamone". Avrebbe pronunciato queste parole mentre la vittima si trovava in Questura. Il cellulare era in viva voce. Ad ascoltare, gli agenti della Mobile.

Il plurale viene utilizzato sovente nelle conversazioni, quasi come se i due indagati avessero alle spalle qualcun altro. Di pericoloso, tra l'altro. E' la lettura che danno gli inquirenti, che li spingerà a contestare l'aggravante del 416 bis, l'associazione mafiosa. A Brindisi si scrive "associazione mafiosa", si legge "Scu". Gli investigatori ritengono che la forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo sia evidente. L'obiettivo è di portare la giovanissima vittima a più miti consigli. Nell'ordinanza di custodia cautelare si cita anche il collaboratore di giustizia Andrea Romano, già capo dell'omonimo clan operante a Brindisi. Per Romano, Mino Carrisi è affiliato a un brindisino dalla pesante levatura criminale. E questo lo renderebbe più forte in fase di "negoziazione", ovvero di tentata estorsione. Le motivazioni della sentenza saranno rese note entro 90 giorni. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Cinzia Cavallo e Gianvito Lillo.

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