Rapina alla posta e tentata estorsione mafiosa: condannati quattro imputati di Tuturano

La pena più alta inflitta a Vincenzo Bleve: 13 anni e quattro mesi. Parte civile la Provincia di Brindisi: provvisionale di 10mila euro

Un fotogramma della rapina nell'ufficio postale di Merine

BRINDISI – Il Tribunale di Lecce ha confermato le  accuse di tentata estorsione mafiosa ai danni di un imprenditore agricolo del Brindisino e di rapina nell’ufficio postale di Merine avvenuta il primo ottobre 2018, nei confronti dei quattro imputati di Tuturano. Furono arrestati dagli agenti della Squadra Mobile di Brindisi.

La sentenza: le condanne

Il palazzo di giustizia di LecceVincenzo Bleve, 49 anni, è stato condannato alla pena di 13 anni e quattro mesi di reclusione più mille euro di multa; Dario Fai, 51, a dodici anni e quattro mesi più 1.200 euro di multa; Pierpaolo Fai, 45, a di sei anni e quattro mesi più duemila euro di multa e Vito Bleve, 44, a cinque anni e quattro mesi più duemila euro di multa.

L’accusa legata al tentativo di estorsione aggravata dal metodo mafioso è contestata a Dario e Pierpaolo Fai e a Vincenzo Bleve, quella della rapina a tutti e quattro.

La sentenza è stata pronunciata nella tarda mattinata di oggi (5 dicembre 2019) dal gup del Tribunale di Lecce, Simona Panzera, a conclusione del processo con rito abbreviato (le condanne sono al netto della riduzione di un terzo della pena, per la scelta del rito alternativo al dibattimento).

Parte civile: la Provincia

Il gup ha disposto la misura di sicurezza della libertà vigilata per un anno, a pena espiata, per tutti e quattro gli imputati. E ha “condannato, in solido tra loro, al risarcimento dei danni, patrimoniali e non”, in favore della Provincia che si è costituita “parte civile, da liquidare in separata sede, con il riconoscimento di una provvisionale immediatamente esecutiva di diecimila euro a carico di ciascun imputato”.

La difesa

Le motivazioni, stando al dispositivo, saranno depositate nel termine di 90 giorni. I difensori Daniela D’Amuri, Giuseppe Guastella e Danilo Di Serio  hanno già anticipato il ricorso in Appello. La scorsa udienza, il sostituto procuratore Alberto Santacatterina della Direzione distrettuale antimafia, aveva chiesto le seguenti condanne: dieci anni e sei mesi di reclusione per Dario Fai; dieci anni per Vincenzo Bleve e Pierpaolo Fai, e otto anni per Vito Bleve, 44.

L’inchiesta

La sentenza di primo grado conferma il quadro accusatorio mosso dalla Dda, rispetto al quale il Tribunale del Riesame di Lecce ha annullato solo per Pierpaolo Fai l’accusa relativa all’affiliazione all’associazione di stampo mafioso, Sacra Corona Unita, mossa  nell’ambito dell’inchiesta chiamata Rent a car. Il nome scelto per tenere a battesimo il blitz si riferisce al fatto che prima del colpo nell’ufficio postale di Merine, uno dei quattro prese a noleggio un’auto (rent a car, appunto) per un sopralluogo necessario all’organizzazione dell’irruzione.

Gli arresti della Mobile

I quattro furono fermati dagli agenti della Mobile di Brindisi ritenendo concreto e attuale il pericolo di fuga. All’esito dell’interrogatorio, venne emessa ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del Tribunale di Brindisi e successivamente gli atti furono trasmessi a Lecce per competenza funzionale essendo  contestata anche l’appartenenza – come affiliati – all’associazione mafiosa. Sarebbero stati uomini della Sacra Corona Unita, espressione del gruppo presente e operante nella frazione di Tuturano, a pochi chilometri di Brindisi, stando a quanto svelato da alcuni pentiti, da Ercole Penna al più recente Sandro Campana.

La rapina

Nell’ufficio postale di Merine, in provincia di Lecce, i banditi fecero irruzione il primo ottobre 2018 attorno alle 8,45, subito dopo l’apertura. C’erano pensionati in fila. Non esitarono a puntare un mitragliatore Kalashnikov Ak 47 e un fucile a canne mozze, dopo aver avuto il via libera del “palo”. Lo stesso che poco prima si era lamentato al telefono dicendo agli altri: “Non ha ancora aperto il cinema, che devo fare, devo aspettare?”. E’ una delle intercettazioni leggibili nel provvedimento di arresto. L’azione durò novanta secondi. Fuggirono con 1.231 euro.

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La tentata estorsione mafiosa

Nello stesso periodo, stando all’accusa, ci sarebbe stato il tentativo di estorsione ai danni del titolare di un’impresa agricola della provincia di Brindisi: cinquemila euro a titolo di protezione, “per non fare danno”. Modalità mafiosa che avrebbe consentito, qualora la richiesta fosse andata a buon fine, di ottenere una somma da destinare ai detenuti, affiliati alla Scu.

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