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Cronaca

Usura ed estorsione: il Riesame boccia la Dda su "Mesagne" e sul metodo mafioso

Il Riesame boccia l'aggravante del metodo mafioso su cui ha tanto insistito la Dda di Lecce (dopo il no del gip) nell'ambito del procedimento in cui sono coinvolti quattro presunti usurai brindisini. Nulla da fare, per i giudici del Tribunale della libertà non v'è da discutere.

BRINDISI - Il Riesame boccia l’aggravante del metodo mafioso su cui ha tanto insistito la Dda di Lecce (dopo il no del gip) nell’ambito del procedimento in cui sono coinvolti quattro presunti usurai brindisini. Nulla da fare, per i giudici del Tribunale della libertà non v’è da discutere: inammissibile il ricorso firmato dal procuratore capo della Dda Cataldo Motta e dal sostituto Alberto Santacatterina, che non si sono recati in aula a discutere il proprio appello. Inammissibile solo relativamente alla posizione di Vincenzo Madaghiele, 74 anni, ex vigile sanitario di Brindisi che era già stato rimesso in libertà giorni addietro, dopo che l’ordinanza di custodia cautelare era stata annullata proprio relativamente all’ipotesi di estorsione. Madaghiele è difeso dagli avvocati Ladislao Massari e Albino Quarta.

Rigettato, poi, l’appello dei pm della Dda relativamente alla posizione di Tommaso De Milo, 73 anni, titolare di un’officina specializzata nella riparazione di marmitte, difeso dall’avvocato Giacomo Serio. Per De Milo sussistono i gravi indizi di reato oltre che le esigenze cautelari (si trova ai domiciliari), ma solo relativamente all’accusa di estorsione. Non sono state condivise dai giudici del Riesame (presidente Piccinno) quindi le osservazioni dell’accusa che aveva allegato all’appello numerose sentenze della Cassazione. Non è sufficiente sostenere di “avere amici a Mesagne”, per deduzione, per agire con “metodo mafioso”. L’esclusione dell’aggravante dell’articolo 7, in fase cautelare, non comporterà comunque il trasferimento di competenza dell’inchiesta: il fascicolo resterà alla Dda di Brindisi. Era già stato rimesso in libertà un altro degli indagati, Giovanni Mauramati, 55 anni. E’ ancora ai domiciliari Carlo Zuccaro, 53 anni, dipendente Multiservizi.

Vincenzo Madaghiele 3-2-2Strano caso, sempre ieri, quando le difese hanno fatto le proprie osservazioni in tutta solitudine riguardo all’appello presentato dalla Direzione distrettuale antimafia e annunciato nella conferenza stampa del 27 marzo scorso, in cui si diede notizia degli arresti, si è discusso dinanzi allo stesso Tribunale sulla posizione della presunta vittima degli usurai, Giuseppe Barletta, difeso dall’avvocato Carmelo Molfetta, arrestato pochi giorni dopo per spaccio di un’ingente quantitativo di droga. Barletta era in carcere, è stato posto ai domiciliari con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico. Sostiene di essere finito nel business illecito della droga proprio per pagare i propri debiti con gli strozzini. Insomma sono due indagini che incredibilmente si intersecano, ruoli che si ribaltano, impostazioni d'origine che vengono successivamente poste in discussione, in un quadro generale che esige forse una certa chiarezza che non v’è stata fino a oggi.

Partiamo dall’inizio. A fine marzo vengono arrestate quattro persone nell’operazione “Sanguisuga” dalla squadra mobile di Brindisi. L’ordinanza la firma il gip di Lecce Giovanni Gallo che concede i domiciliari ai quattro indagati per usura ed estorsione ai danni di Barletta, commerciante di Brindisi e che ritiene non vi sia ragione di contestare il metodo mafioso a Madaghiele e a De Milo. La Dda non è della stessa opinione e porta avanti la battaglia. Il procuratore Cataldo Motta e il sostituto Alberto Santacatterina firmano l’appello: “Il chiaro riferimento alla notoria operatività dell’associazione di tipo mafioso, tale riconosciuta giudiziariamente con decisioni irrevocabili, benché non si tratti di requisito indispensabile, con il richiamo alla città di Mesagne, località di nascita di Giuseppe Rogoli, fondatore della Scu, epicentro delle dinamiche criminali della provincia di Brindisi e notoriamente centro direzionale delle attività criminali dell’associazione mafiosa, essendo di essa nativi e in essa domiciliati tutti i maggiori esponenti che si erano avvicendati negli anni al vertice, era evidentemente diretto a rafforzare l’efficacia delle minacce a Giuseppe Barletta e idoneo alla forza di intimidazione del vincolo associativo e alla condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”.

Tommaso De Milo-2Il 2 aprile, sempre su ordinanza di custodia cautelare chiesta dal pm Luca Buccheri ed eseguita dalla guardia di finanza di Brindisi, viene portato in carcere colui il quale ha denunciato i quattro presunti taglieggiatori, due dei quali ritenuti usurai. E’ ritenuto il procacciatore di mezzi e nascondigli per un carico di 500 chili di marijuana sequestrati a Santa Sabina. L’uomo che si sarebbe occupato della logistica per conto di altre persone, arrestate in precedenza. Si giustifica Barletta. Spiega di averlo fatto per disperazione, perché finito suo malgrado in un vortice di illegalità che lo stava divorando e che ha comunque avuto il coraggio di denunciare alla Squadra mobile di Brindisi.

A conti fatti, per il Riesame (ma bisognerà conoscere le motivazioni, oltre che conoscere le valutazioni della Cassazione) gravi indizi di reato ed esigenze cautelari per usura ed estorsione vi sono solo per Zuccaro e per Mauramati. Quanto alla droga, Barletta al momento può lasciare il carcere di Brindisi e tornare a casa. Nessun “metodo” mafioso, comunque sia non vi sono esigenze cautelari. E’ oggettivo, dunque, che l’intera vicenda sia, quantomeno all’apparenza e per il momento, parecchio ridimensionata rispetto a com’era stata impostata inizialmente. 

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