Brindisino incastrato dai parenti, ma assolto dopo sei mesi di carcere

BRINDISI - Il fatto non sussiste. Eppure Vito Fioretti, 37 anni, di Brindisi, è stato sei mesi agli arresti (tra carcere e domiciliari) con l’accusa di minaccia aggravata, spari in luogo pubblico, detenzione e porto abusivi di arma da fuoco. Il processo si è concluso con la decisione del giudice Anna Perrelli di assolvere l’operaio.

Palazzo di Giustizia

BRINDISI - Il fatto non sussiste. Eppure Vito Fioretti, 37 anni, di Brindisi, è stato sei mesi agli arresti (tra carcere e domiciliari) con l’accusa di minaccia aggravata, spari in luogo pubblico, detenzione e porto abusivi di arma da fuoco. Il processo si è concluso con la decisione del giudice Anna Perrelli di assolvere l’operaio.

Tutte le accuse che erano piovute addosso all’imputato erano praticamente infondate, costruite ad arte dai parenti stessi di Fioretti per una vicenda di eredità. Il suo avvocato, Marcello Tamburini, ha dovuto lottare per far prevalere la verità. Ma alla fine c’è riuscito e Fioretti ha potuto riassaporare la libertà e tornare al lavoro.

I fatti. Fioretti accusa alcuni familiari di occupare abusivamente un alloggio popolare riscattato dalla madre deceduta e occupato dai parenti, già possessori di altro alloggio dello Iacp, subito dopo il decesso della donna. Fioretti li denuncia. Il 19 ottobre in via Ligabue, al quartiere Sant’Elia, si scatena una lite tra gli occupanti e Fioretti. Dalla casa escono per strada. Vola qualche ceffone. Si grida come se stesse accadendo qualcosa di grave. L’operaio intuisce di essere caduto in una trappola e scappa.

Il 25 ottobre i carabinieri lo vanno a prelevare dalla sua abitazione con provvedimento di fermo a firma del sostituto procuratore Adele Ferraro. Accuse gravi. Si difende: “Non è vero niente, io non ho mai posseduto una pistola, non ho minacciato di morte nessuno e non ho sparato contro nessuno”. A conferma delle loro accuse i parenti consegnano ai carabinieri il bossolo di una cartuccia calibro 7,65.

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Le indagini non fanno emergere altro al di fuori di quando denunciato dai parenti. Ma troppo poco per sostenere un’accusa simile. Ora, dopo l’assoluzione, c’è la ferma intenzione da parte dell’operaio di denunciare per calunnia quei parenti che non solo occupano abusivamente la sua abitazione, ma lo hanno fatto finire anche in carcere.

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