British Gas: "Assolvete tutti"

BRINDISI – Giovanni Antonino e British Gas. British Gas e Giovanni Antonino. Difese intrecciate, in simbiosi: obiettivo, dimostrare che non ci fu corruzione. E non è una fatica inutile, stante la sopraggiunta prescrizione, né la ricerca della ripulitura definitiva dall’onta, bensì il presupposto per indebolire e disinnescare quell’imputazione di falso che a sua volta puntella in parte anche il reato che oggi sopravvive e ancora e blocca il cantiere di Capo Bianco dal lontano 12 febbraio 2007: l’occupazione abusiva di area demaniale marittima.

Il tribunale di Brindisi

BRINDISI – Giovanni Antonino e British Gas. British Gas e Giovanni Antonino. Difese intrecciate, in simbiosi: obiettivo, dimostrare che non ci fu corruzione. E non è una fatica inutile, stante la sopraggiunta prescrizione, né la ricerca della ripulitura definitiva dall’onta, bensì il presupposto per indebolire e disinnescare quell’imputazione di falso che a sua volta puntella in parte anche il reato che oggi sopravvive e ancora e blocca il cantiere di Capo Bianco dal lontano 12 febbraio 2007: l’occupazione abusiva di area demaniale marittima.

L’ultimo giorno di discussione al processo per il primo iter autorizzativo del rigassificatore di Brindisi, quello considerato viziato da tangenti e forzature politico-amministrative (con cinque arresti e sequestro dell’area nel febbraio di cinque anni fa), perciò lo apre di nuovo l’ex sindaco accusato di aver aperto la strada a livello locale al progetto in cambio di soldi. Non si perso un’udienza, Antonino, e alla fine si capisce perché. Il suo avvocato Massimo Manfreda chiede al presidente Giuseppe Licci di concedere all’ex primo cittadino e imputato – chiave la possibilità delle ultime dichiarazioni spontanee.

Il presidente non sembra affatto convinto che ciò sia utile al processo, e lo dice. Ma il difensore insiste, assicurando che Giovanni Antonino non farà altro che liberare lui di ampi stralci di ricostruzioni e chiarimenti, nell’arringa. Il giudice Licci alla fine acconsente, a patto che l’imputato sia conciso, preciso e si attenga strettamente ai fatti. Cioè, qualche minuto e non di più, e non certo il “tempo indefinibile” paventato poco prima dall’avvocato Manfreda. L’ex sindaco dice sì, ma comincia con un “la complessità dei coinvolgimenti istituzionali dell’epoca”, e si prende la prima severa ammonizione, ed è costretto a sfoltire il malloppo di appunti che ha davanti a sé.

Ciò che dice, in effetti, è estremamente sintetizzabile. Primo, la famosa società ISS formata da egli stesso e dall’allora amico e sodale Luca Scagliarini, indicata dall’accusa come la copertura per ottenere tangenti da British Gas sotto forma di consulenze fittizie, in realtà era stata costituita per fare affari con Mario Salucci (sì, proprio il patron della Brindisi Terminal, bidone vuoto da 200 persone lasciate sul lastrico, anzi sulla banchina quando naufragò il castello di carte del terminal container Bti). Siamo ai fatti del processo già definito in Cassazione per la Tangentopoli brindisina, e si può dire ciò che si vuole tanto tutto è prescritto, commenta qualche osservatore durante l’udienza. Mai presa una lira da quelli del rigassificatore.

Ma perché allora si fece in quattro, anzi in otto per loro? Niente di tanto complesso da spiegare: l’ex sindaco aveva come punto di riferimento un paio di cose, che lo spinsero a firmare quella famosa lettera d’intenti dell’ottobre del 1999, in cui si impegnava a non sollevare obiezioni e  opposizioni di natura amministrativa e legale al progetto di Bg Italia. Feci ciò, ha detto Antonino, perché avevo come punto di riferimento l’operazione decisa dall’Autorità portuale di spostamento a Capo Bianco del deposito carburanti della Marina: niente varianti al Piano regolatore portuale, nessun piano di bonifica, nessuna Valutazione di impatto ambientale. Era lo stesso sito del rigassificatore, e allora perché invece avremmo dovuto seguire quelle trafile per il rigassificatore?

L’altra cosa che avrebbe fatto muovere Antonino era la previsione del fabbisogno di gas per Brindisi, perché con la convenzione del 1996 si prevedeva che la centrale Enel di Cerano dovesse riconvertire a gas almeno un gruppo, e che lo stesso dovesse avvenire per parte della termoelettrica ex Enel di Costa Morena, acquisita dopo lo spacchettamento degli impianti del colosso elettrico dall’Eurogen, che poi l’avrebbe passata ad Edipower. Per la storia, nel 2002 e nel 2003 Antonino affossò la convenzione del 1996 consegnando praticamente solo nelle mani di Enel ed Edipower l’assetto del polo energetico brindisino, ma a carbone.

Subito dopo tocca a Giulia Bongiorno per gli imputati Franco Fassio, presidente di Bg Italia arrestato assieme ad Antonino, Scagliarini e ad altri due manager dell’epoca del gruppo inglese, e Gianluca Rabitti, avvocato che confezionò i contratti per le consulenze poi indagate e incriminate. La famosa penalista dice che il memoriale con cui Antonino si autoaccusava e accusava, e la successiva ritrattazione, sono inutilizzabili. Secondo, il fatto che Antonino si sia così intensamente interessato dell’operazione British Gas non sta a significare che nascondesse scopi reconditi: l’articolo 8 dello statuto del Comune di Brindisi dice che è dovere del sindaco interessarsi delle vicende e del futuro del porto.

La campagna elettorale del 2002 e i 20 mila euro che avrebbe pagato British Gas per spese di tipografia. Lo stesso pm Giuseppe De Nozza nella requisitoria ha parlato di promesse di dazioni, mentre nelle indagini preliminari aveva parlato di dazioni avvenute. A parte il fatto che non c’è la prova materiale della tangente, la semplice promessa di dazione per costituire reato di corruzione dovrebbe essere finalizzata alla corruzione. Se fosse finalizzata solo al finanziamento illecito del partito, non sarebbe neppure reato.

I contratti Iss. Ne esistevano due, uno per Antonio Manca, l’altro per Luca Scagliarini. Il primo, ha rilevato il pm, svolgeva di fatto quei servizi che invece venivano pagati alla Iss. Non sono intanto contratti identici ma diversissimi, ha sostenuto Giulia Bongiorno; poi il contratto non trovato di Scagliarini, la mancanza di riscontri cartacei, il fatto che il contratto fosse stato trovato solo nel 2006 in una cassaforte di Bg. Normale che non via sia tutta la documentazione ad anni di distanza. Normalmente dei contratti a tale distanza si trattiene solo un riferimento principale. Non c’è del resto la prova di un coinvolgimento in qualsiasi trama corruttiva di Rabitti, che stilò i contratti e li inviò dal proprio fax a destinazione, a Brindisi. E da dove si ricava che vi fosse intento corruttivo in quei due dispositivi? Rabitti, che è un avvocato, avrebbe dovuto condurre indagini preliminari sui soggetti interessati?

Di quei contratti, si è appurato che solo a due ricevute di Manca fu apposto il timbro e la firma di Franco Fassio, da poco giunto a Brindisi. Fassio è anche quello che ha interrotto il contratto in essere con la Iss, quando i gestori erano Ivonne Barton e Fabio Fontana. In realtà, ha detto Giulia Bongiorno, Fassio era per descrizione dello stesso Antonino uno che sfuggiva, che non si impegnava mai in promesse. Lo stesso dicasi per il famoso consorzio di imprese locali che egli avrebbe sollecitato a formarsi, e che in realtà non c’è mai stato – per reticenza di varie aziende a legarsi al carro di Antonino – perché gli appalti sarebbero stati concessi secondo una graduatoria formata dopo bandi internazionali.

Sul punto del falso ideologico commesso dal funzionario dell’Autorità portuale Donato Caiulo nello stilare un parere che altro non sarebbe stato che la copia di uno schema trasmesso dalla società D’Appolonia attraverso l’ingegnere Barbara Rentocchini, su suggerimento di Fassio, l’avvocato Bongiorno rileva che il contenuto di quel parere non è stato mai contestato dal pm, e che il falso ideologico presuppone appunto una difformità dalla realtà storica e l’occultamento della situazione reale, ma non può consistere nella sostituzione della paternità di un atto. Il fatto che la Rentocchini si interfacciasse spesso con Caiulo non è un fatto penalmente rilevante, e la Rentocchini infatti non è indagata. Come il fatto che l’atto fosse stato trasmesso dal fax di Fassio non vuol dire che egli fosse l’istigatore.

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Infine, il passaggio dell’avvocato Giulia Bongiorno sulla richiesta di disapplicazione delle autorizzazioni per la colmata: il giudice penale non ha il potere di disapplicare atti amministrativi che non minaccino i diritti soggettivi. Alla fine, Giulia Bongiorno ha chiesto la tribunale la verifica tra contestazioni del pm e date dei fatti, che ritiene oggetto di confusione nella requisitoria, e l’assoluzione per Fassio e Rabbitti perché il fatto non sussiste, o per non aver commesso il fatto. Anche l’avvocato Manfreda ha chiesto l’assoluzione di Antonino, confermando la tesi che l’ex sindaco si era autoaccusato per lasciare il regime carcerario che non riusciva a sopportare. Ed hanno concluso chiedendo l’esclusione delle responsabilità di British Gas e la restituzione dell’area sequestrata i due legali della società britannica. Si va al 16 marzo, probabile giorno della camera di consiglio per la sentenza.

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