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Carlo Tagliente

Carlo Tagliente

Carabiniere “infedele”, indagato per la morte del pusher

OSTUNI - Si complica ulteriormente, nell’ambito del torbido sexgate orchestrato ai danni dell’ex Governatore del Lazio Piero Marazzo, la posizione del carabiniere ostunese Carlo Tagliente (32 anni). Il militare risulta formalmente indagato dalla Procura di Roma anche per la morte di Gianguarino Cafasso, il pusher dei viados del giro di via Gradoli e via Due Ponti a Roma, morto il 12 settembre 2009 in un albergo sulla Salaria. Dopo quelle rivolte a Nicola Testini (38 anni, di Andria, tornato in carcere nelle scorse settimane con l’accusa di omicidio) nuove accuse piovono dunque anche su Luciano Simeone (31 anni, di Napoli) e sull’ostunese Tagliente, i due militari dell'Arma già detenuti per il presunto ricatto ai danni di Marrazzo.

OSTUNI - Si complica ulteriormente, nell'ambito del torbido sexgate orchestrato ai danni dell'ex Governatore del Lazio Piero Marazzo, la posizione del carabiniere ostunese Carlo Tagliente (32 anni). Il militare risulta formalmente indagato dalla Procura di Roma anche per la morte di Gianguarino Cafasso, il pusher dei viados del giro di via Gradoli e via Due Ponti a Roma, morto il 12 settembre 2009 in un albergo sulla Salaria. Dopo quelle rivolte a Nicola Testini (38 anni, di Andria, tornato in carcere nelle scorse settimane con l'accusa di omicidio) nuove accuse piovono dunque anche su Luciano Simeone (31 anni, di Napoli) e sull'ostunese Tagliente, i due militari dell'Arma già detenuti per il presunto ricatto ai danni di Marrazzo.

Omicidio volontario in concorso: questa l'accusa mossa ai due carabinieri. Un convincimento da parte degli inquirenti dovuto al fatto che uno stesso movente, per i tre carabinieri, sarebbe alla base del delitto del pusher Cafasso. Un movente che era stato definito nell'ordinanza di custodia cautelare che il 29 marzo scorso aveva portato un carcere Testini, accusato di aver compiuto materialmente l'omicidio il 12 settembre dello scorso anno.

Cafasso era diventata una persona che sapeva troppo e per questo ritenuta non più affidabile da Tagliente e dagli altri due commilitoni infedeli. Tanto ritiene la magistratura inquirente.

Per la Difesa dei due carabinieri finiti per ultimi sul registro degli indagati si tratta di "accuse fantasiose, che non stanno in piedi".

La vicenda. Non solo ricatti, dunque. Per una vicenda che di passo in passo diventa sempre più inquietante. Nei prossimi giorni, intanto, il gip di Roma Renato Laviola deciderà se accogliere la richiesta di sentire sei transessuali ed altri tre stranieri già testimoni del caso Marrazzo tramite incidente probatorio, la procedura che consente ad una atto istruttorio di assumere il valore di prova nell'eventualità di un processo. La decisione del gip dovrà tenere conto anche delle deduzioni e delle considerazioni che saranno proposte dai difensori di Antonio Tamburrino (28 anni, di Parete, in provincia di Caserta), Simeone, Testini e Tagliente: i quattro carabinieri chiamati a rispondere, a vario titolo, di estorsione, ricettazione, violazione della privacy e violazione del domicilio. Sono accusati in concorso di aver fatto irruzione il 3 luglio del 2009 nell'appartamento di via Gradoli, al cui interno si trovava l'allora presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, in compagnia di un transessuale, di nome Natalie. Incontro immortalato nelle riprese di un video, che sarebbe diventato poi oggetto di ricatto da parte dei quattro militari.

A sollecitare l'incidente probatorio sono stati il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Rodolfo Sabelli. I titolari dell'inchiesta giudiziaria ritengono necessario che la versione di questi testimoni sia acquisita per tempo alla luce del loro status di irregolari nel nostro paese (circostanza che potrebbe indurli a lasciare l'Italia) e anche dei possibili pericoli che potrebbero correre nella loro veste di testi. Tra le persone che i magistrati intendono far sentire dal gip ci sono Natalì, la trans sorpresa insieme con Marrazzo nel corso dell'anomalo blitz dei carabinieri in via Gradoli, e Jennifer, la convivente di Gianguarino Cafasso, il pusher morto all'inizio di settembre in seguito ad una overdose di eroina mascherata da cocaina.

In sede di attività di indagine, Jennifer aveva dichiarato agli inquirenti: «Gianguarino conosceva Natalie, io personalmente li ho visti insieme solo una volta, molto prima che succedesse questo scandalo, prima della vicenda Marrazzo, ma per quanto ne so lui non era il pusher di Natalie, a lei non portava droga». Ed è solo uno dei passaggi dell'interrogatorio di Jennifer, la trans fidanzata con Cafasso. Jennifer fu sentita in procura a Roma, dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli titolari dell'indagine sull'affaire Marrazzo e titolari del fascicolo aperto per omicidio volontario sulla morte di Brenda, l'altra trans deceduta, soffocata dal fumo di un incendio di un trolley nel suo appartamento. Jennifer ha confermato ai magistrati le circostanze della morte di Cafasso, spiegando di non aver assunto la sera del 12 settembre la droga, eroina tagliata con alcune sostanze perché assomigliasse alla cocaina: «Era stranamente amara».

Il viado aveva peraltro confermato la circostanza che Cafasso non fosse il pusher di Natalie, complicando di fatto la posizione dei due militari Luciano Simeone e Carlo Tagliente, rispetto alla presenza della droga nell'appartamento di via Gradoli. I due militari avevano incolpato proprio Cafasso di aver girato il video. Versione che non ha mai convinto la Procura. Tagliente e Simeone, arrestati l'ottobre scorso, sono tuttora in carcere. Contro di loro anche le accuse di altri viado (tutti destinati ad essere ascoltati già in fase di incidente probatorio), che avrebbero parlato agli inquirenti di minacce e rapine subite, precedenti all'incursione nell'alcova di Natalie.

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