“Carcere di Brindisi, detenzione disumana”: Ministero della Giustizia condannato a risarcire detenuto

Il Tribunale civile accoglie l’istanza di risarcimento presentata dagli avvocati di un brindisino: otto euro al giorno per quasi in anno in cui è stato ristretto in una cella di tre metri con quattro persone. Senza avere la possibilità di lavorare

Il carcere di via Appia, a Brindisi

BRINDISI – “Cella angusta nel carcere di Brindisi”, appena tre metri quadrati per ospitare quattro detenuti, senza neppure avere la possibilità di svolgere attività lavorativa e fruire di maggiori ore di permanenza all’esterno: una “detenzione disumana”, secondo quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, motivo alla base della condanna del Ministero della Giustizia al pagamento dei danni lamentati da un brindisino che per quasi un anno  ha vissuto in condizioni “degradanti”.

La sentenza di condanna

giuseppe guastella-3Il Tribunale civile di Lecce, Prima sezione (giudice Katia Pinto) ha accolto il ricorso presentato e discusso dagli avvocati Giuseppe Guastella (nella foto accanto) e Giuliano Grazioso, del foro di Brindisi, difensori di un brindisino ristretto nella casa circondariale di via Appia dal mese di aprile 2011 al settembre 2012. E ha riconosciuto il diritto del detenuto a essere risarcito per i danni patiti, riconoscendo la somma di otto euro al giorno per 292 giorni, conteggiati con riferimento all’effettivo periodo di permanenza in una cella “obiettivamente angusta” tenuto conto del sovraffollamento in uno spazio vitale limitato, pari a “3,1675 metri quadrati”, definito escludendo la superficie occupata dai letti a castello, dagli armadi, dagli sgabelli e dalla tv. Spazio da dividere con altri detenuti. Erano in quattro a dover convivere in quel rettangolino che per il giudice è stato “angusto”, tenuto conto di quanto stabilito dall’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, anche in relazione alle recenti pronunce della Corte di giustizia europea, dopo la sentenza “Torreggiani” dell’8 gennaio 2013.  I giudici di Strasburgo per la prima volta riconobbero un equo risarcimento alla parte lesa per le condizioni di sovraffollamento del carcere, estendendo l’indagine ad altri fattori quale la dimensione delle celle, il sistema di riscaldamento, le condizioni di areazione e illuminazione, il diritto all’ora d’aria.

Il risarcimento dei danni

La pronuncia del Tribunale, con motivazioni annesse, è dell’11 aprile scorso e sancisce, quindi, il diritto al risarcimento dei danni, per la somma pari a 2.336 euro, più gli interessi legali sino all’effettivo soddisfo. Prima ancora, ha evidenziato le condizioni disumane e degradanti che, in quel periodo, hanno segnato la detenzione nella struttura penitenziaria di Brindisi, più volte oggetto di dibattito. Si è persino ipotizzato un trasferimento ad altra sede del carcere, alle porte di Brindisi. La pronuncia, quindi, è destinata ad avere ripercussioni non solo nella discussione, ma anche per eventuali risarcimenti per condizioni di detenzione analoghe.

I difensori hanno evidenziato innanzitutto che il brindisino “era stato recluso in tre diverse celle, con annesso bagno, di 12 e 8 mq circa, celle che ospitavano contemporaneamente altri detenuti; in una sola occasione il ricorrente era stato l’unico occupante della  camera di pernottamento”. Lo spazio personale di cui aveva avuto disposizione, “al netto del mobilio e dei servizi igienici, era compreso tra i 3 ed i 4 mq”, superficie a cui fa riferimento la Convenzione europea dei diritti dell’uomo sia per garantire la tutela della salute dei detenuti, sia per assicurare la funzione rieducativa e risocializzazione della pena. Perché tali scopi, come ha ricordato il giudice nelle motivazioni,  “sarebbero del tutto vanificati ove vi fossero condizioni di vita assimilabili alla tortura, come ritenuto dalla sentenza della Corte di giustizia europea”.

Le condizioni carcerarie

Accanto all’esiguo spazio disponibile in ogni stanza di detenzione, “emergono condizioni carcerarie non solo disagevoli, come per esempio per la mancanza di scala per la salita sui letti a castello, ma afflittive per  carenze strutturali e dell’organizzazione dell’Istituto con evidente sovraffollamento dei locali di detenzione”.

I legali Guastella e Grazioso hanno evidenziato che “da un lato risulta che le finestre delle celle non garantiscono un’adeguata areazione e illuminazione date le dimensioni ridotte (appena 0,52x1,62 metri)” e dall’altro “le dichiarazioni acquisite in sede di interrogatorio confermano le precarie condizioni della struttura carceraria, in specie delle celle di pernottamento che sono sempre state così senza mai essere interessate da lavori di ristrutturazione e/o adeguamento”. Diversamente da quanto sarebbe avvenuto in altre parti dell’Istituto. Nel corso del processo civile è stato ascoltato anche il direttore del carcere di Brindisi (il 21 giugno 2016).  

Celle nel carcere di Foggia (da FoggiaToday)-2

“Val la pena di ricordare la disposizione dell’articolo 18 delle Norme penitenziarie europee, secondo cui i locali di detenzione destinati all’alloggiamento e al pernottamento dei detenuti devono soddisfare le esigenze del rispetto della dignità umana e, per quanto possibile, della vita privata, e rispondere alle esigenze minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche”, hanno scritto i difensori del brindisino. “In particolare, per quanto riguarda l’illuminazione, il riscaldamento ed il ricambio d’aria”. E ancora: “In tutti gli edifici in cui i detenuti devono vivere, lavorare o in cui si riuniscono, le finestre devono essere abbastanza grandi perché i detenuti possano leggere o lavorare alla luce naturale in condizioni normali e permettere l’ingresso di aria fresca, a meno che non vi sia un adeguato sistema di condizionamento d’aria”.

La difesa

Non solo. Sempre secondo gli avvocati Guastella e Grazioso, “l’istruttoria ha confermato la totale mancanza di un impianto di condizionamento e/o di riciclo dell’aria, la limitata disponibilità di acqua calda, concessa nelle stesse ore dedicate all’ora d’aria, il tempo quotidianamente passato in cella, pari a 20 giornaliere, con possibilità di libera uscita per quattro ore da dedicare al passeggio ovvero a pochi momenti di convivialità, socialità e attività organizzate nell’Istituto”.

Il detenuto brindisino è stato ammesso al lavoro come portantino da gennaio a settembre del 2012, nove mesi appena durante i quali ha potuto lasciare la cella, in aggiunta alle ore d’aria. Dal conteggio del risarcimento dei anni, il giudice ha sottratto tale periodo, ritenendo mitigata la violazione. Ma per i legali, avrebbero dovuto essere prese in considerazione anche le condizioni di salute, perché il detenuto, stando alla documentazione raccolta, aveva “seri problemi di salute in quanto soggetto “iperteso” e “cardiopatico”, problemi che certamente erano conosciuti all’istituto per stessa ammissione del direttore”.

via giulio cesare carcere-2Il sovraffollamento

Lo stato di sovraffollamento costituisce un dato oggettivo e incontrovertibile dei locali di detenzione all’interno del carcere di Brindisi, secondo i due penalisti. “Una situazione endemica avvalorata dalla deposizione del direttore del carcere,  secondo il quale all’epoca della permanenza del brindisino,  la presenza media giornaliera si attestava intorno alle 200 unità a fronte di una capienza regolamentare di 117 unità”. Situazione che caratterizza non solo il carcere di Brindisi, purtroppo.

Quanto alla struttura di via Appia, il giudice ha riconosciuto i danni al detenuto e ha condannato il ministero al pagamento del risarcimento con sentenza immediatamente esecutiva. Oltre che al versamento delle spese di lite.

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