Caso Cucchi, la deposizione di Tedesco: "Stefano preso a calci in faccia"

Il carabiniere brindisino, imputato insieme ad altri quattro colleghi, è stato ascoltato stamattina davanti alla prima Corte d'assise di Roma. Lettera del generale Nistri a Ilaria Cucchi: "Arma pronta a costituirsi parte civile"

BRINDISI - “Cucchi è caduto a terra, battendo la testa e Raffaele D’Alessandro ha dato un calcio in faccia a Stefano”. Questa una delle parti più significative della deposizione di Francesco Tedesco, il carabiniere brindisino imputato nel processo bis sulla morte di Stefano Cucchi, che stamani (lunedì 8 aprile) è stato ascoltato davanti alla prima Corte d'assise di Roma.

Tedesco, rinviato a giudizio insieme ad altri quattro colleghi, all’epoca dei fatti vicebrigadiere in servizio presso la stazione Appia di Roma, è stato il primo ad ammettere quanto accaduto prima e dopo le fasi dell’arresto di Cucchi, geometra romano di 31 anni morto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini di Roma, una settimana dopo l’arresto per droga, rompendo il velo di omertà che fino a quel momento aveva avvolto la vicenda. Con le sue rivelazioni, il brindisino è diventato il test chiave del processo, da cui è nata un’inchiesta stralcio a carico di altri otto carabinieri accusati di reati che vanno dal falso, all'omessa denuncia, la calunnia e il favoreggiamento. 

Il verbale di Francesco Tedesco

La svolta arrivò lo scorso 11 ottobre, quando il pm titolare dell’inchiesta bis, Giovanni Musarò, in aula, riferì dell’esistenza di un’attività integrativa di indagine, a seguito di una denuncia a carico di ignoti sporta il 20 giugno 2018 da Tedesco. Quest’ultimo ha ricostruito i fatti avvenuti la notte dell’arresto, chiamando in causa due dei militari imputati per il pestaggio. Si tratta di Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, accusati con Tedesco di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità. Inoltre secondo Tedesco il maresciallo Roberto Mandolini, imputato per il reato di calunnie a falso, e il carabiniere Vincenzo Nicolardi, accusato di calunnia, erano a conoscenza di quanto avvenuto.

Le dichiarazioni di Tedesco

"Al fotosegnalamento  - ha dichiarato Cucchi stamattina in aula - Cucchi si rifiutava di prendere le impronte: siamo usciti dalla stanza e il battibecco con Alessio Di Bernardo (carabiniere imputato,ndr) è proseguito. A un certo punto Di Bernardo ha dato uno schiaffo violento a Stefano"... poi "Cucchi è caduto a terra, battendo la testa e Raffaele D'Alessandro (anche lui cc imputato, ndr) ha dato un calcio in faccia a Stefano" ha detto Tedesco.

"Chiedo scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile" ha detto  all'inizio del suo interrogatorio. “Non era facile denunciare i miei colleghi. Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno".

La svolta dell'Arma

La deposizione del carabiniere brindisino avviene lo stesso giorno in cui il quotidiano La Repubblica divulga il contenuto di una lettera inviata lo scorso 11 marzo dal generale Francesco Nistri alla sorella di Cucchi, Ilaria Cucchi. Si tratta di una svolta importante, perché l’alto ufficiale annuncia l’intenzione dell’Arma di costituirsi parte civile contro i carabinieri coinvolti nel caso.  

Un colpo di scena, la decisione non era attesa. Secondo quanto riporta Repubblica, il generale dell'Arma ha scritto: "Abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà". E poi ancora : "Il vostro lutto ci addolora da persone, da cittadini, nel mio caso mi consenta di aggiungere, da padre".

Ilaria Cucchi: "Mi si scalda il cuore"

Non nasconde l'emozione la sorella di Stefano: "La lettera è stata per me un momento emotivamente molto forte. Perché è arrivata dopo anni in cui io e la mia famiglia ci siamo sentiti traditi. Non dimenticherò mai la telefonata del generale Vittorio Tomasone pochi giorni dopo la morte di Stefano. Disse a mia madre che i carabinieri erano estranei, mentre oggi sappiamo altro" dice a Repubblica. "Mi si scalda il cuore, finalmente non mi sento sola [...] Oggi posso dire che l’Arma è con me e non con Mandolini, imputato di calunnia nel processo, o con Casarsa, indagato per i falsi che dovevano nascondere la verità".

La lettera integrale

"Gentile Signora Ilaria Cucchi, ho letto con grande attenzione la lettera aperta che ha pubblicato sul suo profilo Facebook. - inizia Nistri la lettera - Sabato scorso, a Firenze, nel rispondere a una domanda di una giornalista, pensavo a voi e alla vostra sofferenza, che ho richiamato anche nel nostro ultimo incontro. Pensavo alla vostra lunga attesa per conoscere la verità e ottenere giustizia. Mi creda, e se lo ritiene lo dica ai suoi genitori, abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà".

"Abbiamo la vostra stessa impazienza - prosegue Nistri - perché il vostro lutto ci addolora da persone, cittadini, nel mio caso, mi consenta di aggiungere: da padre. Lo abbiamo perché anche noi la stragrande maggioranza dei carabinieri, come lei stessa ha più volte riconosciuto, e di ciò la ringrazio crediamo nella giustizia e riteniamo doveroso che ogni singola responsabilita' nella tragica fine di un giovane vita sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un'aula giudiziaria".

"Proprio il rispetto assoluto della legge - continua il generale - nella lettera ci costringe ad attendere la definizione della vicenda penale. Come vuole la Costituzione, la responsabilità penale è personale. Abbiamo bisogno che sia accertato esattamente, dai giudici, 'chi' ha fatto 'che cosa'. Nell'episodio riprovevole delle studentesse di Firenze, il contesto era definito dall'inizio. C'erano responsabilità dei militari sin da subito impossibili da negare, almeno nell'aver agito all'interno di un turno di servizio e con l' uso del mezzo in dotazione, quando invece avrebbero dovuto svolgere una pattuglia a tutela del territorio e dei cittadini. In questo caso, abbiamo purtroppo fatti sui quali discordano perizie, dichiarazioni, documenti. Discordanze che saranno pero' risolte in giudizio. Le responsabilita' dei colpevoli porteranno al dovuto rigore delle sanzioni, anche di quelle disciplinari".

"Comprendiamo l'urgenza e la necessità di giustizia, cosi' come lo strazio di dover attendere ancora. Ma gli ulteriori provvedimenti, che certamente saranno presi, non potranno non tenere conto del compiuto accertamento e del grado di colpevolezza di ciascuno. - prosegue ancora Nistri - Ciò vale per il processo in corso alla Corte d' Assise. E ciò varrà indefettibilmente anche per la nuova inchiesta avviata dal Pubblico Ministero nella quale saranno giudicati coloro che oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere". "Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita - conclude Nistri - soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell'essere accostati a comportamenti che non ci appartengono".
 

Articolo aggiornato alle 14

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