Caso Ferrarese, un omicidio volontario

TARANTO - Sono passati 18 anni dai fatti, nove dalla prima sentenza. L’episodio chiave di un processo infinito è rimasto sempre quello lì, quando dall’elicottero partì almeno un colpo d’arma da fuoco che colpì uno scafista che solcava le onde inseguito in cielo da un elicottero della polizia.

Pasquale Filomena

TARANTO - Sono passati 18 anni dai fatti, nove dalla prima sentenza. L’episodio chiave di un processo infinito è rimasto sempre quello lì, quando dall’elicottero partì almeno un colpo d’arma da fuoco che colpì uno scafista che solcava le onde inseguito in cielo da un elicottero della polizia.

In questi lustri non s’è fatto altro che dibattere, nelle diverse aule penali d’ogni ordine e grado, se l’uccisione del contrabbandiere Vito Ferrarese da parte di due alti funzionari di polizia, il questore di Brindisi Francesco Forleo e il vicequestore vicario Pietro Antonacci, fosse un omicidio colposo, un omicidio con colpa cosciente, con dolo eventuale, un delitto invece maturato entro il recinto tracciato dalla legge 100 che disciplina l’uso legittimo delle armi da parte degli appartenenti alle forze dell’ordine.

Tra sentenze varie, dopo l’annullamento della Cassazione con rinvio alla corte d’assise d’appello di Taranto, alla fine il verdetto e’ stato impietoso: fu un omicidio volontario. L’unico a risponderne, nell’anno domini 2013 è Pietro Antonacci, perché Forleo, colui il quale è sempre stato ritenuto al vertice del complesso disegno criminale che ha coinvolto funzionari e agenti della polizia di Stato, non è più processabile per motivi di salute. E’ gravemente malato.

Secondo l’ultima perizia disposta versa in una condizione di“declino cognitivo grave e irreversibile”,insomma in condizioni tali da non poter più stare “coscientemente” a processo. La sua posizione è stata stralciata. Antonacci, difeso da Carmelo Molfetta, invece oggi pomeriggio ha appreso di dover scontare 15 anni e 4 mesi di reclusione. Egli è stato inoltre interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. La decisione è appellabile, ma si è ristretto il campo entro il quale il pronunciamento può essere modificato.

Colpevole dei reati contestati, la gran parte per lo meno, anche l’allora capo della squadra catturandi, Pasquale Filomena, difeso dagli avvocati Augusto Conte e Paolo D’Amico: prescritta un ipotesi minore, Filomena ha ora sulle spalle una pena complessiva di 9 anni e 2 mesi di reclusione. Rispondeva di corruzione ed è imputato anche per porto e detenzione abusiva di armi in merito al ritrovamento di un borsone di armi rivenuto su una spiaggia di Serranova.

Sono state rideterminate le pene per Aldo Cigliola e Aldo De Santis, imputati per lo più di contrabbando, l’ultimo anche di rapina e di porto abusivo di arma da fuoco: 5 anni e 6 mesi per il primo, 2 anni e 9 mesi per l’altro.  Quattro anni a due poliziotti, Giovanni Perrucci ed Emanuele Carbone, 2 anni e 8 mesi per Mario Greco.

Prescritti alcuni reati contestati a un altro appartenente alla polizia di Stato, Francesco Vacca, per cui la pena complessiva è stata rideterminata in 4 anni e 3 mesi di reclusione. Tre anni a Massimo Greco, conferme per Oliver Cannalire, Fabio Fornaro, Flavio Maggio, Cosimo Patronelli e Teodoro Sciarra. Riconosciuta alle parti civili, i parenti di Ferrarese, assistiti sin dal principio dall’avvocato Giuseppe Lanzalone che ha condotto con convinzione la propria battaglia per dimostrare la volontarietà di quel delitto, una provvisionale pari a 90 mila euro.

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Così, 18 anni dopo, viene fornita una lettura dei fatti accaduti nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 1995. I due funzionari spararono per uccidere, secondo la corte d’assise d’appello di Taranto che ha 90 giorni di tempo per depositare le motivazioni. Quel che accadde dopo, tra depistaggi, false perizie e strani ritrovamenti, in parte è storia processuale ormai scritta con sentenze irrevocabili. Anche il secondo pronunciamento dei giudici ha un sapore di ‘quasi’ irreversibilità.

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