Giovedì, 21 Ottobre 2021
Cronaca

"Atlantide", il continente sommerso dei fiancheggiatori del contrabbando

Si chiude definitivamente un capitolo della lunga storia del contrabbando brindisino, con la sentenza della Corte di Cassazione sull’Operazione Atlantide, la più complessa indagine condotta sul fenomeno che affondò il bisturi nella fitta rete di fiancheggiamento sociale, tessuta dalla più potente e finanziariamente organizzata delle associazioni di trafficanti di sigarette operante nel capoluogo, fondata sull’alleanza tra le famiglie Morleo, brindisina, e D’Oriano, trasferitasi in città dalla Campania

BRINDISI – Si chiude definitivamente un capitolo della lunga storia del contrabbando brindisino, con la sentenza della Corte di Cassazione sull’Operazione Atlantide, la più complessa indagine condotta sul fenomeno che affondò il bisturi nella fitta rete di fiancheggiamento sociale, tessuta dalla più potente e finanziariamente organizzata delle associazioni di trafficanti di sigarette operante nel capoluogo, fondata sull’alleanza tra le famiglie Morleo, brindisina, e D’Oriano, trasferitasi in città dalla Campania. E con la sentenza della Suprema Corte diventa definitiva anche la confisca di beni per 17 milioni di euro, che da questo momento sono di proprietà dello Stato e non più rivendicabili dagli imputati.

“Atlantide”, il continente sommerso, era un nome appropriato per l’indagine che vide impegnati l’allora sostituto procuratore Giorgio Lino Bruno e il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Brindisi. Come partì l’indagine lo spiega la “Relazione sullo stato della lotta alla criminalità organizzata nella provincia di Brindisi” (relatore il senatore Ottaviano Del Turco), approvata dalla Commissione parlamentare antimafia nella seduta del 13 luglio 1999. Ovviamente sui fatti sono poi intervenute le ricostruzioni e le responsabilità cristallizzate nella sentenza definitiva, ma qui vale il fatto storico e documentale.

Il pm Giorgio Lino Bruno“Secondo quanto enunciato dal pubblico ministero circa la «genesi del procedimento», , le indagini della cosiddetta «operazione Atlantide» hanno avuto  origine da una segnalazione del comando del nucleo provinciale di Polizia tributaria di Brindisi, relativa a talune operazioni anomale eseguite  dal Della Porta Roberto, fino al mese di dicembre del 1995 preposto alla filiale di Brindisi della Banca Tamborino Sangiovanni (ora Credito Emiliano). Sul punto  il pubblico ministero non richiama alcuna segnalazione di operazione  sospetta, né da parte della Banca Tamborino né da parte della Credem,  sicché deve ritenersi che i sintomatici e rilevanti fatti ricostruiti dall’inchiesta giudiziaria non erano mai stati segnalati in precedenza, ex art. 3 della legge 197 del 1991, come sospetti o anomali”, si legge nella relazione. (Nella foto, il pm Giorgio Lino Bruno)

“Parimenti non  è dato desumere alcun ulteriore elemento dalla richiamata nota del Questore di Brindisi, datata 18 marzo 1999, avente ad oggetto «quadro riepilogativo delle segnalazioni di operazioni bancarie sospette ai  sensi della legge 197 del 1991, effettuate fino al settembre 1997 da  intermediari finanziari operanti nella provincia».  In essa, in relazione agli  anni 1994 e 1995 vengono genericamente richiamate, rispettivamente, 9 e 24 segnalazioni, indicate alla data del 18 marzo 1999 ancora come  «in trattazione» (questi ultimi aspetti saranno oggetto in prosieguo di  autonoma trattazione)”, riassume la Commissione antimafia nel luglio del 1999.

“Tornando alla vicenda processuale, va preliminarmente  riferito che dall’attività d’indagine preliminare conseguente alla segnalazione della Guardia di finanza sono emerse «numerose e  gravi irregolarità» nelle operazioni su certificati di deposito eseguite dal  Della Porta, indicato come «il referente di vari gruppi delinquenziali brindisini». In particolare  sono stati delineati i rapporti tra detto funzionario e tale Lucia  Allegrino, madre di Giuseppe Morleo, detto Pino, capo indiscusso dell’omonimo clan, indicato dal pubblico ministero come «il gruppo più  agguerrito e numeroso operante in Brindisi nel settore del contrabbando dei Tle». Ulteriori concomitanti  indagini, confluite nel medesimo procedimento, hanno consentito di avvalorare l’originario spunto investigativo e di individuare  una pluralità di operazioni aventi ad oggetto «certificati di deposito  al portatore», che avrebbero costituito – secondo gli inquirenti –  una parte della «cassa comune» del gruppo malavitoso Morleo-D’Oriano”. Ecco un tassello fondamentale della costruzione della rete dei fianchggiatori, alcuni dei quali ricevevano in premi anche auto.

Scafi blu e nave sequestrata-2“Significative sono  apparse, tra l’altro, le dichiarazioni rese dal collaboratore di  giustizia Francesco Trane, sul pacifico contesto ambientale in cui  il grande flusso del contrabbando avveniva : « [...] Di fatto  sulla struttura portuale  di Costa Morena esercitava un controllo incontrastato il gruppo Morleo-D’Oriano. Alla banchina attraccavano infatti quotidianamente gli scafi contrabbandieri dell’organizzazione [...], i cui aderenti provvedevano  indisturbati allo sbarco del Tle». L’importanza di tale gruppo  criminale, dotato di una significativa capacità di accumulazione di  capitali illeciti connessi alla lucrosa attività contrabbandiera, è stata poi  confermata dai legami con il clan camorristico facente capo al gruppo campano  dei D’Alessandro, al punto che convergenti interessi criminali hanno   fatto ritenere l’esistenza di un «asse delinquenziale «Brindisi-Castellammare di Stabia»”.

“In tale  contesto – prosegue la relazione - è stata evidenziata una tecnica di riciclaggio dei proventi illeciti  «attraverso l’acquisto da parte di prestanome di certificati di deposito al portatore», ritenuta dal pubblico ministero «acquisizione nuova  per quanto concerne il brindisino» ma già indicata dal collaboratore di  giustizia Raffaele Fienga quale «strumento privilegiato per la ripulitura dei capitali illeciti da parte del clan D’Alessandro» . Le indagini successive al rinvenimento presso l’abitazione di Pino Morleo di  un manoscritto recante informazioni riferibili ad operazioni bancarie hanno  consentito di individuare una vasta serie di negoziazioni di certificati  di deposito, da parte di soggetti a vario titolo legati all’organizzazione, presso  importanti istituti bancari operanti in Brindisi e precisamente la filiale del Credito Italiano e la filiale del Monte dei Paschi di Siena. Ancora più  significativa appare la circostanza che ad effettuare quelle operazioni  siano state – in un ampio lasso di tempo – soggetti immediatamente riconducibili  al gruppo D’Oriano-Morleo, quasi tutti collegati da  vincoli parentali. E lo stesso pubblico ministero sottolinea che tra gli indagati si riscontrano la madre, il fratello e la cognata di Pino Morleo”.

“Una fase  ulteriore delle indagini ha consentito di accertare l’esistenza di altri numerosi libretti, certificati di deposito al portatore, emessi dal  Credit, dall’agenzia di Brindisi della Banca Mediterranea e dalla filiale brindisina  del Monte dei Paschi di Siena per importi rilevanti. E il requirente  ha sottolineato l’esistenza di «numerosi momenti di collegamento» tra  i vari filoni investigativi, desumendone «un quadro complessivo fortemente coeso», in cui il preposto alla filiale di Brindisi della Banca  Tamborino Sangiovanni (Della Porta) avrebbe costituito per molti anni «un riferimento continuo e sicuro» per i contrabbandieri brindisini, in  un contesto di «assoluta carenza e inefficacia dei meccanismi di controllo  interno, se non addirittura per effetto di coperture e collusioni da parte degli organi direttivi ed ispettivi della stessa Banca Tamborino Sangiovanni». Tale quadro è reso ancor più complesso essendo risultate tracce dei rapporti del  Della Porta con il direttore della Cassa rurale e artigiana di Ostuni e con funzionari di altri istituti”.

Il tribunale di Brindisi“Alla stregua di quanto sopra, appare evidente che anche nella piazza brindisina,  come altrove, operazioni anomale connesse alla negoziazione di  certificati di deposito al portatore, peraltro mai segnalate in quanto sospette, hanno consentito una marcata operatività nel settore del riciclaggio dei  proventi del crimine organizzato collegato al contrabbando internazionale di Tle”, rileva la Commissione parlamentare antimafia nella relazione Del Turco, approvata nel luglio 1999. “Dall’esame degli atti appare evidente che il consolidato e omertoso equilibrio raggiunto  da tale illecito traffico è stato infranto solo da un fattore esterno, individuabile nella fusione per incorporazione tra Credito Emiliano SpA e Banca Tamborino Sangiovanni, perfezionatasi il 31 dicembre 1995”.

“Sul punto, va menzionato il contenuto della relazione dell’ufficio auditing del Credito Emiliano in merito alle «anomalie riguardanti l’operatività in  Cd»: anomalie che, come ha espressamente osservato il pubblico ministero procedente, non erano risultate nell’ambito dell’attività di  vigilanza della Banca d’Italia (il riferimento è all’accertamento ispettivo compiuto  dal 10 ottobre 1994 al 10 febbraio 1995, dal quale emersero talune  irregolarità in ordine ai rapporti intercorsi tra il Della Porta e  tale Giuseppe Annicchiaro, presidente del comitato promotore della Cassa rurale e artigiana di Carovigno)”.

Questi erano gli scenari in cui si mossero il pm Lino Giorgio Bruno e la Guardia di Finanza, costretti a passare al setaccio tutti i conti correnti dei brindisi, peraltro tra le proteste di certa politica che gridò alla violazione dei diritti dei cittadini e della privacy, e di abuso di potere da parte del magistrato inquirente e della polizia giudiziaria. Ma questo lavoro fece crollare la fortezza. Questa attività investigativa dopo venti anni dal quel 1995 anno di inizio, ha portato alla condanna di 42 imputati per contrabbandando e riciclaggio; al sequestro preventivo – emesso dal Tribunale di Brindisi e finalizzato alla confisca – di tre aziende, immobili, veicoli ed a quelle centinaia di rapporti bancari utilizzati per “ripulire” i proventi dell’illecita attività di contrabbando. Con l’intervenuta acquisizione definitiva al patrimonio dello Stato dei beni appartenuti alle organizzazioni colpite, il cui valore complessivo è, come già detto, di 17 milioni di euro, la partita è chiusa.

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