La Grande Guerra e le donne salentine tra lavoro e lotte di classe

Proseguono gli incontri organizzati per il centenario della Grande Guerra. Martedì sera si è tenuta, infatti, la sesta sessione dell'XI Convegno nazionale di studi e ricerca storica "La Puglia, il Salento, Brindisi e la Grande Guerra"

La base navale di Brindisi durante la Grande Guerra. Sotto, le foto dei relatori al convegno

BRINDISI - Proseguono gli incontri organizzati per il centenario della Grande Guerra. Martedì sera si è tenuta, infatti, la sesta sessione dell’XI Convegno nazionale di studi e ricerca storica “La Puglia, il Salento, Brindisi e la Grande Guerra”, che ha affrontato un tema di considerevole interesse: “La ridefinizione del ruolo della donna in occasione e per effetto della Grande Guerra”.

Il pubblico del convegno (2)-2-2

Il convegno, che si è tenuto nella Sala Regia del Grande Albergo Internazionale di Brindisi, è stato organizzato dal Rotary Club di Brindisi con la fattiva partecipazione della sezione di Brindisi della Società di Storia Patria per la Puglia, di Assoarma Brindisi e della Società Storica di Terra d’Otranto. Ne hanno discusso la dottoressa Giovanna Bino dell’Archivio di Stato di Lecce e i professori Salvatore Coppola e Antonio Mario Caputo della Società di Storia Patria per la Puglia.

Ad aprire il convegno, i saluti del presidente del Rotary Club di Brindisi, Salvatore Munafò, che ha definito la collocazione della donna durante il primo conflitto mondiale “un ruolo che non deve mai essere definito di secondo piano ma, al contrario, deve essere considerato sempre in prima linea, con quotidiani atti di straordinario eroismo, dettati dalle difficoltà in cui le famiglie si vennero a trovare, private della presenza maschile risucchiata nel vortice bellico”.

Domenico Urgesi, presidente della Società Storica di Terra d’Otranto, che ha introdotto e coordinato i lavori del convegno, ha ricordato che le donne svolsero un ruolo fondamentale nei diversi aspetti: nel fronte militare (impegnate nel campo dell’assistenza sanitaria), nel campo dell’interventismo, nell’industria e nell’agricoltura in particolare “perché dovettero sostituire gli uomini che andavano al fronte”. (Nella foto sotto, Giuseppe Genghi)

Giuseppe Genghi-2

Il presidente di Assoarma Brindisi, Giuseppe Genghi, nel suo indirizzo di saluto si è soffermato sullo sforzo che le donne fecero in particolare nel campo dell’agricoltura. “La società di allora era prettamente agricola”, ricorda Genghi, “molte persone erano impegnate nel campo dell’agricoltura. E quando gli uomini sono partiti militari ovviamente si è creato un vuoto. Le donne non erano abituate a questi lavori, perché veniva delegato sempre all’uomo, né l’uomo li delegava mai alla moglie o alla sorella. E quindi è stato veramente uno sforzo che hanno dovuto fare e lo hanno fatto molto bene”.

Genghi ha quindi ricordato che la donna ha sostituito l’uomo anche nel campo dell’industria, preparando gli strumenti per la guerra, e negli uffici, vincendo la ritrosia ad occupare il posto degli uomini e portando avanti il lavoro molto bene. “Si preoccupava soprattutto di fare bella figura nei confronti dei mariti e dei fratelli”, rileva il presidente Assoarma Brindisi.

Primo intervento ufficiale del convegno è stato quello della dottoressa Giovanna Bino, coordinatrice della Biblioteca dell’Archivio di Stato di Lecce, che ha parlato del ruolo delle donne salentine attraverso le fonti archivistiche.“La guerra con le sue nefandezze sconvolse il ritmo dell’esistenza quotidiana del focolare domestico”, spiega la dottoressa Bino, “si sovvertì la composizione del nucleo familiare basata sul ruolo patriarcale esercitato dal padre in assenza del marito e la donna divenne comunque protagonista principale nell’ambito domestico e nelle attività extradomestiche”. (Nella foto sotto, Domenico Urgesi, Salvatore Munafò e Giovanna Bino)

Da sinistra, Domenico Urgesi, Salvatore Munafò e Giovanna Bino-2

“Essere donne implicava uno status inferiore agli uomini e un’ambigua collocazione rispetto ai progressi sociali”, ricorda ancora Giovanna Bino, “la lotta contro l’analfabetismo la coinvolgeva, ma le scuole superiori erano ancora un privilegio per poche”. La relatrice ha rilevato poi che lo sviluppo economico offriva lavoro alla manodopera femminile, ma nelle industrie le donne avevano impieghi dequalificanti, mentre le giovani istruite potevano ambire quasi esclusivamente a mestieri considerati consoni alla natura femminile, come la maestra o l’impiegata.

Inoltre nel 1914, come rileva ancora la Bino, oltre il 65% di donne dichiarava il mestiere di contadina come attività primaria, percentuale che salì al 70% nel biennio 1915-1916 e si confermò nel 1917. “Il resto delle quote rosa esercitava l’attività di sarta, ricamatrice, filatrice, tessitrice, tabacchina ed appena una manciata di maestre”, ha rilevato ancora Giovanna Bino, che si sofferma di seguito su alcuni casi di imprenditorialità femminile del tempo.

Dal punto di vista giuridico le donne non esistevano per lo Stato e dal punto di vista economico erano malpagate. Attraverso l’esame delle fonti archivistiche la dottoressa Bino ha ricostruito un segmento importante di storia, evidenziando quanto le donne abbiano aiutato e sollevato il nostro Paese e come, alla fine della guerra, con il rientro di milioni di reduci le donne furono emarginate dal mondo del lavoro.

Nel suo intervento il professore Salvatore Coppola ha rivolto l’attenzione soprattutto al mondo delle campagne della Terra d’Otranto durante la prima guerra mondiale e ai movimenti di lotta delle donne per il pane e contro la guerra. In tutti i circondari della provincia di Terra d’Otranto c’erano state numerosissime manifestazioni di lotta delle donne che scendevano in piazza non soltanto per reclamare il pane quando il pane mancava e una migliore qualità del pane quando il pane era di cattiva qualità, ma anche contro speculatori, accaparratori, e quelli che esercitavano il mercato nero. In molti comuni le donne gridavano contro la guerra e per il ritorno dei mariti a casa. (Nella foto sotto, Salvatore Coppola)

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Il professore Coppola si è soffermato quindi sulle cause oggettive delle manifestazioni di lotta per il pane e contro la guerra( la riduzione delle razioni di pane e di altri generi di prima necessità, ma anche la cattiva qualità degli stessi e l’aumento dei prezzi; il ritardato pagamento dei sussidi alle mogli dei richiamati; gli abusi nell’assegnazione delle tessere annonarie; la propaganda a favore del prestito nazionale; la mancata concessione delle licenze agricole).

Queste cause oggettive, per Coppola, portarono a una progressiva maturazione di una coscienza femminile di classe, che portò le donne ad odiare tutti coloro che venivano ritenuti affamatori del popolo. Accanto alle cause oggettive vi erano, per il professore, cause soggettive (le sofferenze patite a seguito dell’allontanamento forzato di mariti, figli e fratelli; l’angoscia che derivava dalla mancanza di notizie sulla sorte dei propri cari; la progressiva presa di coscienza che la guerra sarebbe durata a lungo; la percezione di subire un’ingiustizia nel constatare che mentre tutti i figli delle classi povere erano al fronte, molti figli delle classi ricche riuscirono in qualche modo a rimanere a casa; nel constatare che il pane di peggiore qualità era destinato alle classi povere).

“Di tutto questo, le donne finora rimaste ai margini, si resero conto”, afferma Coppola, “e quindi la loro esplosione, la loro rabbia consentì quello che possiamo definire l’abbattimento delle barriere domestiche all’interno delle quali erano state confinate fino ad ora”. Infine, il professore si è soffermato sul carattere delle manifestazioni di lotta delle donne (erano manifestazioni di massa, con centinaia o migliaia di donne, e nascevano spontanee);  sulla reazione delle classi dirigenti locali e dei vertici militari, ed ha concluso il suo intervento con gli effetti del lungo periodo. (Nella foto sotto, Antonio Caputo)

Antonio Mario Caputo-3

L’XI Convegno nazionale di studi e ricerca storica è proseguito con l’intervento del professore Antonio Mario Caputo, segretario della sezione di Brindisi della Società di Storia Patria per la Puglia e socio onorario del Rotary Club Brindisi, che si è soffermato invece sul ruolo della donna, in campo nazionale, durante la prima guerra mondiale. In particolare il professore si è soffermato sul contributo di Elena di Savoia, regina d’Italia, nella funzione di crocerossina durante la prima guerra mondiale.

La regina Elena trasformò il palazzo del Quirinale, che nella prima guerra mondiale era la residenza dei reali d’Italia, in un ospedale militare per i feriti. “Il Quirinale”, come ricorda Caputo, “per suo merito rimase un ospedale fino al 1919, cioè fino alla fine della guerra, e fu trasformato sempre secondo un’idea della regina, in un centro riabilitativo per mutilati feriti durante il conflitto. E quindi restò aperto un altro anno”.

Il professore ha quindi ricordato un’altra esperienza di donna coraggiosa, quella della giornalista, fotografa e scrittrice ebrea Alice Shalek, unica donna reporter durante la grande guerra inviata a raccogliere informazioni e a scrivere resoconti sui campi di battaglia di Serbia, Galizia e sul fronte dell’Isonzo. Il professore ha infine ricordato le donne che rimasero a casa insieme agli anziani, i quali “guerra o non guerra, lutti o non lutti, come da consolidata tradizione, continuarono ad esercitare il loro ruolo autoritario all’interno della famiglia, gravando ancor di più sui pensieri, sacrifici e lavoro di mogli, figlie e nipotine”. Caputo ha concluso il suo intervento ricordando altre donne che parteciparono in modi diversi alla grande guerra. (Nella foto sotto, Giacomo Carito e Domenico Urgesi)

Da sinistra, Giacomo Carito e Domenico Urgesi-2  

Le conclusioni del convegno sono state affidate al professor Giacomo Carito, vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia, che ha ricordato la presenza socialista, nel Brindisino, nel 1912, con il sindaco Barnaba, e le leghe socialiste molto bene organizzate nei settori cardine della città. Carito ha rilevato come Brindisi durante la Grande Guerra fosse una città completamente militarizzata, con la presenza di circa duecento navi delle flotte alleate d’Italia e migliaia di soldati in città. Infine il professore ha evidenziato come l’evoluzione del ruolo della donna si accompagni anche ad una presa di coscienza civile della città. “Il fascismo cercò di fermare questi cambiamenti”, conclude Carito, “riproponendo un ruolo della donna ancora una volta da angelo del focolare, ma si possono rallentare i grandi processi di trasformazione, mai fermare. E ciò che accadde dopo la seconda guerra mondiale lo ha dimostrato ampiamente”.

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