Domenica, 20 Giugno 2021
Cronaca

Costretti a lavorare in condizioni disumane per sfamare i figli e pagare il mutuo

Non solo dovevano lavorare per 14 ore al giorno a quasi 200 chilometri da casa, senza poter andare in bagno quando ne avevano bisogno, ma dovevano anche elemosinare i pochi soldi che gli spettavano

VILLA CASTELLI – “Queste persone stanno demolite da ieri sera”, “domani scendo a lavoro, sono stata due giorni senza mangiare e senza dormire e non avevo nemmeno i soldi per potermi fare un po’ di panini”, “Chiara almeno na’ cento euro me la fai avere? Ti pregooo! ti aspettoo!” e poi ancora “Chiara domani vengo o no? Almeno fammi sapere anche perché non sono stata a giocare, ho avuto mio figlio che è stato male e anche tanto”. Non solo dovevano lavorare per 14 ore al giorno a quasi 200 chilometri da casa, senza poter andare in bagno quando ne avevano bisogno, ma dovevano anche elemosinare i pochi soldi che gli spettavano. Elemosinare la giornata lavorativa, chiedere “per favore” di non essere lasciati a casa. E’ un quadro sconcertante quello che emerge dall’operazione anti caporalato condotta dai carabinieri della compagnia di Francavilla Fontana, guidata dal capitano Nicola Maggio, unitamente ai colleghi del Nucleo operativo radiomobile, coordinato dal tenente Roberto Rampino, che nella mattinata di oggi si è conclusa con l’arresto di una donna di 45 anni Chiara Vecchio e suo figlio di 29 Vito Antonio Caliandro oltre all’emissione di un provvedimento di obbligo di dimora nei confronti di una terza complice, una donna originaria della Romania, irreperibile. 

Sono accusati di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravati”, un articolo introdotto nell’agosto del VECCHIO Chiara, classe 1971-22011 proprio per trasformare in reato un fenomeno “antico e diffuso”, ha precisato il procuratore della Repubblica Marco Dinapoli, che è quello del caporalato. I tre soggetti che si sono macchiati di questo crimine rischiano una multa da mille a 2mila euro e da 5 a 8 anni di reclusione per ogni lavoratore reclutato. Portavano i malcapitati in un’azienda agricola di Noicattaro (Ba) che si occupa della raccolta e confezionamento in cassette dell’uva. Li portavano con due furgoni da nove posti e un’auto, in ogni pulmino facevano entrare anche 17 persone, in auto 6. Lavoravano dalle 6 del mattino fino alle 18.30/19 “o anche 22 con due sole pause, la prima entro le ore 10 e la seconda entro le ore 14, e retribuzione commisurata, invece, ad un orario complessivo pari a sei ore e mezza, con straordinari pagati in modo totalmente irregolare e con sistematica violazione della normativa relativa all’orario di lavoro ed al riposo settimanale e sottoposizione a condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza e situazioni alloggiative particolarmente degradanti (anche perché, tra l’altro, operavano in spazi angusti, l’uno attaccato all’altro, e potevano fruire dei servizi igienici soltanto quando consentito da Vecchio, unico possessore insieme a L.A.M. responsabile della catena produttiva, della tessera magnetica indispensabile per accedere ai medesimi)", si legge nell'ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari Tea Verderosa.

Un quadro che ha turbato gli stessi investigatori tanto che il capitano Maggio ha intenzione di coinvolgere le caporalato condizioni disumane-2amministrazioni comunali dei paesi di origine delle persone sfruttate ma anche le associazioni di volontariato e le parrocchie per capire come aiutarle. È proprio il bisogno di sopravvivere, di sfamare i figli, di pagare il mutuo e il timore di perdere gli stessi figli per intercessione dei Servizi sociali che ha spinto queste mamme e questi papà (una 30ina tra italiani che rumeni) a lavorare in condizioni disumane. Le indagini sono durate solo tre mesi e hanno portato alla luce una situazione di sfruttamento delle persone e della dignità lavorativa ai limiti della decenza.

Tanto per fare un esempio, gli sfortunati lavoratori non potevano andare nemmeno in bagno. “Qualora durante la giornata aveva delle esigenze fisiologiche doveva sentire le lamentele di Vecchio Chiara che spesso replicava che il bagno era occupato o doveva essere pulito. Per poter usufruire del bagno era necessario, infatti, chiedere la tessera magnetica o alla Vecchio o alla responsabile della catena. L’attività lavorativa era coordinata dalla Vecchio, la quale spesso gridava e intimava alle lavoratrici di sbrigarsi, altrimenti avrebbero perso il posto di lavoro. Nonostante l’orario lavorativo fosse dalle 14 alle 15 ore giornaliere compresa la domenica, veniva corrisposta la retribuzione con busta paga per sei ore e trenta minuti al giorno, esclusa la domenica e il lavoro straordinario, che veniva pagato, fuori dalla busta paga, non tenendo conto delle effettive ore prestate. Qualora venivano chieste spiegazioni sulle divergenze la Vecchio precisava che quelle erano le condizioni altrimenti avrebbero interrotto il rapporto di lavoro”.

Fortunatamente c’è chi si è opposto e ha interrotto il rapporto di lavoro andando dritta dai carabinieri, era il 3 settembre 2015. Si tratta di una donna che ha trovato il coraggio di ribellarsi e di sgominare questa organizzazione quando un giorno insieme a lei è andato a lavorare anche il figlio poco più che ventenne, il giovane a fine giornata era distrutto e ha chiesto alla genitrice come facesse a sopportare quella situazione. “La donna aveva necessità di lavorare, era separata dal marito e percepiva solo un assegno di mantenimento pari a 200 euro mensili, che il coniuge non sempre versava. Inoltre doveva pagare le rate del mutuo ipotecario di 230 euro mensili gravante sull’appartamento di sua proprietà dove viveva insieme ai figli a suo carico, di anni 21 e anni 12”.

CALIANDRO Vito Antonio, classe 1987-2Come quelle della donna coraggio c’erano altre situazioni di necessità, tutte emerse sia dalle intercettazioni telefoniche che dagli accertamenti di polizia giudiziaria effettuati a campione nei confronti di alcune braccianti. C’era una donna separata dal marito detenuto, che abitava insieme a tre figli, una di 5 anni e due gemelli di 8, in un appartamento di famiglia, fatiscente riscaldato solo dal caminetto a legna, per 450 euro al mese (quando riusciva a lavorare tutti i giorni) si svegliava alle 3 del mattino e lasciava i figli a un’amica. Non chiedeva i sussidi per paura che i bambini le venissero sottratti. C’era una donna che viveva con il marito malato che necessitava di cure e due figli, c’era chi era stata messa alla porta dai coinquilini perché non riusciva a pagare l’affitto. 

I due indagati hanno potuto contare sul contributo della terza complice, la donna rumena che al momento si è resa irreperibile. “Oltre a essere incaricata del trasporto dei vari braccianti aveva il preciso compito di fare “da staffetta”, ossia precedere i due furgoni di nove posti sovraccaricati e avvisare immediatamente i rispettivi conducenti, circa l’eventuale presenza di forze di polizia”. Indagini sono in corso per accertare se l’azienda barese che aveva commissionato il reclutamento del personale a Vecchio e Caliandro era a conoscenza della situazione di sfruttamento cui erano sottoposti i lavoratori.  

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Costretti a lavorare in condizioni disumane per sfamare i figli e pagare il mutuo

BrindisiReport è in caricamento