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La Prefettura di Brindisi

La Prefettura di Brindisi

Denuncia il racket, gli bruciano i mezzi, ma la Prefettura nega il ristoro: istanza fuori tempo

S.PIETRO VERNOTICO - “Con riferimento alla istanza in oggetto, si comunica che la stessa è irricevibile in quanto depositata presso questo ufficio il 2 luglio 2010, oltre il termine perentorio previsto dalla normativa in materia”, firmato “il coordinatore della Minipool, Michele Lastella”. Recita così la risposta della prefettura di Brindisi che respinge al mittente la richiesta di ristoro avanzata da una vittima del racket delle estorsioni. Non una vittima qualunque, ma un imprenditore che aveva sfidato la paura, denunciando. La burocrazia non ammette repliche, la legge non ammette ignoranza della scadenza dei termini e il coraggio non fa conto nei tempi della giustizia: domanda respinta, senza appello. L'antefatto risale all'estate del 2008. S.Pietro, un tempo feudo della Scu, è di nuovo a ferro e fuoco. Una lunga serie di attentati devasta il centro cittadino. La conta è di quelle da paura.

S.PIETRO VERNOTICO - "Con riferimento alla istanza in oggetto, si comunica che la stessa è irricevibile in quanto depositata presso questo ufficio il 2 luglio 2010, oltre il termine perentorio previsto dalla normativa in materia", firmato "il coordinatore della Minipool, Michele Lastella". Recita così la risposta della prefettura di Brindisi che respinge al mittente la richiesta di ristoro avanzata da una vittima del racket delle estorsioni. Non una vittima qualunque, ma un imprenditore che aveva sfidato la paura, denunciando. La burocrazia non ammette repliche, la legge non ammette ignoranza della scadenza dei termini e il coraggio non fa conto nei tempi della giustizia: domanda respinta, senza appello. L'antefatto risale all'estate del 2008. S.Pietro, un tempo feudo della Scu, è di nuovo a ferro e fuoco. Una lunga serie di attentati devasta il centro cittadino. La conta è di quelle da paura.

Sono 28 i mezzi dati alle fiamme per mano di attentatori ignoti fino all'alba degli arresti. Auto di privati cittadini, ma anche di militari come le due utilitarie di uno dei militari in prima linea contro la banda di mafiosi in erba. Gli stessi che, all'indomani del vertice per la legalità convocato in municipio alla presenza del prefetto, si faranno beffa delle istituzioni indirizzando al sindaco e a uno dei consiglieri comunali due teste di coniglio mozzate. Nel totale si incasella l'episodio in questione. L'imprenditore viene raggiunto telefonicamente dagli aguzzini, che formulano la richiesta con appendice di minacce "paga e poi stai tranquillo, a te ci pensiamo noi".

Copione rituale, sempre identico a se stesso. Gli estorsori danno istruzioni dettagliate su come consegnare il bottino, e lasciando al buon senso dell'imprenditore ogni decisione. Sarà questa la prima di una lunga serie di telefonate sempre più incalzanti, dai toni sempre più duri. L'imprenditore non sa che fare. Si consulta con l'antiracket, confessa la tentazione di pagare per zittire gli uomini del racket sempre più incalzanti. Ma l'associazione riesce a convincerlo che la cosa giusta da fare per rompere il giogo estorsivo è denunciare. E' così che partorisce la decisione di smettere di subire. Senza ulteriori indugi si rivolge ai carabinieri e racconta tutto quello che gli sta succedendo, senza omettere i sospetti sull'identità degli autori delle minacce.

Qualche giorno dopo, si reca sul cantiere e scopre che due degli escavatori della ditta sono stati dati alle fiamme. Disperato si rivolge nuovamente alla associazione che lo rassicura: lo Stato ristorerà i danni subiti, basterà inoltrare domanda alla prefettura compilando un modulo apposito, come prevede la legge 44 del 1999, che contempla anche un fondo per le vittime del racket e dell'usura. L'unico atto necessario per accedere al ristoro è aver denunciato, come l'imprenditore sampietrano aveva coraggiosamente fatto. Una delle denunce che, insieme al paziente lavoro investigativo dei militari ha portato in manette "i nipotini di Totò Riina", secondo la procura autori della lunga serie di attentati incendiari che avevano tenuto sotto scacco la città per un intero anno.

Ma la domanda va inoltrata entro "entro 120 giorni dalla data di presentazione della denuncia ovvero dalla data in cui l'interessato ha conoscenza che dalle indagini preliminari sono emersi elementi atti a far ritenere che l'evento lesivo consegue a un delitto commesso per finalità estorsive". Forse è la seconda formula, più accessibile agli addetti ai lavori che a un imprenditore digiuno di materie giudiziarie, che trae in inganno la vittima, che lascia trascorrere il tempo tardando fatalmente nella presentazione della domanda per il ristoro dei danni subiti. L'epilogo della storia, è quello che narrato dalle tre righe di risposta della prefettura. "Se è davvero così che stanno le cose, il difetto è nella legge. E' inaccettabile che la burocrazia annichilisca il coraggio di un imprenditore, e crei un corto circuito fra lo Stato e le vittime delle estorsioni", è il commento indignato di Ermanno Manca, presidente provinciale della associazione antiracket.

Una storia che indigna, ma che porta con sé il retrogusto amaro di un dejà vu. E' del 6 dicembre scorso la sentenza del Consiglio di Stato che ha decretato, alla vigilia dell'undicesimo anniversario della strage della Grottella, 6 dicembre 1999: nessun risarcimento per i parenti delle vittime. Le mogli, i figli, le madri, delle guardie giurate Raffaele Arnesano, Rodolfo Patera e Luigi Pulli non hanno diritto a nessun sostegno economico da parte dello Stato, perché l'eccidio fu frutto della solitaria follia criminale del brindisino Vito

Di Emidio, alias Bullone, latitante rabbioso a caccia di soldi, che però non era svincolato da ogni ossequio alla onorata società dal nome di Sacra corona unita come egli stesso aveva confessato: il bottino doveva in parte finanziare i detenuti della Scu. Ma per quei fatti, insieme al resto del commando, Di Emidio fu condannato per omicidio volontario e rapina commessi in seno ad una associazione a delinquere semplice e non di stampo mafioso. Il buco nero di questa storia annosa sta in questo dettaglio, destinato a fare la differenza su piani che si intersecano, processuale ma anche esistenziale, incrociando l'interrogativo più profondo di ciò che è mafia e ciò che non lo è.

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