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Scu, killer scarcerato: “Manca vaglio autonomo del gip sugli indizi”

Le motivazioni del Riesame alla base dell'annullamento dell'ordinanza di arresto per Carlo Solazzo, accusato dell'omicidio di Antonio Presta, e di altri 35 affiliati dopo il blitz Omega. "Nessuna lettura critica, solo elenco delle fonti di prova indicate dal pm: verbali dei pentiti e intercettazioni". Ispezione ministeriale in atto

BRINDISI – Libero il presunto killer di Antonio Presta, ucciso a San Donaci, liberi i brindisini ritenuti affiliati alla Scu, liberi anche gli indagati accusati dell’attentato ai danni di un maresciallo dei carabinieri. In 36 sono stati scarcerati, dopo il blitz Omega, dal Tribunale del Riesame perché “il giudice non ha in alcun modo dimostrato di aver sottoposto il materiale indiziario e le stesse argomentazioni del pubblico ministero ad un autonomo vaglio critico”.

Carlo Solazzo-2Quell’ordinanza è stata annullata come avevano chiesto i difensori “per carenza di autonoma valutazione delle specifiche esigenze cautelari e degli indizi che giustificano in concreto la misura disposta”. Ed è questo l’aspetto che il Ministro della Giustizia vuole approfondire con l’invio a Lecce gli ispettori: dovranno relazione su quanto avvenuto dopo la raffica di arresti eseguiti dai carabinieri il 12 dicembre. Finirono in carcere 58 brindisini su 65 indagati, per effetto del ricorso al Riesame sono tornati in libertà tutti quelli che hanno presentato istanza: da ultimo, Carlo Solazzo (foto accanto), difeso dall’avvocato Stefano Prontera, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio Presta avvenuto il 5 settembre 2012, eliminato perché diventato – secondo l’impostazione accusatoria della Dda di Lecce – scomodo nella gestione del traffico di droga, attività sotto il controllo delle frange della zona a Sud.

Ordinanza annullata anche per Raffaele Renna, alias Puffo, difeso da Francesco Cascione, e libertà sulla carta tenuto conto di altre inchieste per narcotraffico in cui è coinvolto: per la Dda è emergente della Scu affiliato a Francesco Campana, più volte tirato in ballo dal fratello pentito, Sandro. E’ stato già condannato a 30 anni in diversi processi. Liberi anche Benito Clemente e Antonio Saracino, difesi dagli avvocati Ladislao Massari (il primo) e da Carmelo Molfetta e Silvio Molfetta (il secondo), entrambi accusati dell’attentato incendiario ai danni della villetta del comandante della stazione dei carabinieri di San Donaci, Francesco Lazzari, il 19 dicembre 2012 ( i due nelle foto in basso).

Le motivazioni del Riesame, presidente-estensore Silvio Piccinno (giudici Pia Verderosa e Antonio Gatto) sono state depositate nei giorni scorsi e riconoscono le ragioni dei penalisti: hanno evidenziato l’assenza di motivazione da parte del giudice per le indagini preliminari, figura terza, rispetto all’impostazione del sostituto procuratore Alberto Santacatterina, sia sul fronte dei gravi indizi che sul piano delle esigenze cautelari. Lo stesso pm, assieme al capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, Cataldo Motta (nel frattempo andato in pensione) aveva evidenziato il “difetto” in una lettera spedita al gip Vincenzo Brancato dopo che questi aveva firmato una prima ordinanza di custodia cautelare. In sede di Riesame, infatti, i penalisti hanno scoperto dell’esistenza di un provvedimento di arresto precedente a quello eseguito il 12 dicembre, annullato e riscritto. Ma a quanto pare quel difetto di motivazione è rimasto. Tutta la documentazione dovrà essere acquisita dagli ispettori.

Benito Clemente-2Antonio Saracino-2-3Secondo il Riesame, “l’ordinanza impugnata riproduce letteralmente la richiesta di applicazione della misura cautelare relativa a 65 indagati a cui si addebitano 71 fatti reato, sino a pagina 368 delle complessive 425 di cui si compone, concentrando la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze in due distinte parti, riproducenti i controlli effettuati dalle forze dell’ordine”. I giudici hanno aggiunto: “E’ il contenuto delle poche pagine dedicate alla motivazione a non soddisfare il requisito”. E hanno ricordato come “l’obbligo di adeguata motivazione sia posto in primo luogo dalla Costituzione, con particolare riferimento ai provvedimenti restrittivi della libertà personale”.

“Nel caso di specie – si legge – ritiene il Tribunale che non si tratti di motivazione insufficiente ma proprio apparente” dal momento che il gip si è limitato “alla mera elencazione delle fonti di prova, dichiarazioni di collaboratori e intercettazioni, delle quali non viene in alcun modo la rilevanza dimostrativa in ordine ai fatti oggetto di addebito cautelare né viene compiuta alcuna lettura critica”. Più esattamente, “non viene dimostrata la perdurante operatività di un sodalizio di tipo mafioso, la cui esistenza è stata a suo tempo affermata con sentenze, né l’appartenenza con specificazione dei ruoli svolti”. Secondo il Riesame, “il giudice si è limitato ad affastellare le varie circostanze di fatto indicate nella richiesta”, né sono stati “analizzati i reati fine”.

La conclusione: “Ricorre l’ipotesi di annullamento senza che questo Tribunale possa in alcun modo procedere non già alla sua integrazione ma a una prima delibazione della richiesta cautelare”. Liberi tutti.

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