Cronaca

"Monumento al Marinaio d’Italia ancora chiuso: è il frutto della società del rischio"

Lo scorso 25 agosto, per la prima volta in 82 anni di vita, il Monumento al Marinaio è stato teatro di una scena raccapricciante, ovvero la caduta dalla cima e la relativa morte di un cittadino brindisino. E’ stato successivamente accertato che non si è trattato di un evento fortuito, bensì è stato frutto dell’intenzione di suicidarsi dell’individuo. Da quel giorno il monumento è ancora chiuso

BRINDISI - Il Monumento al Marinaio d’Italia, il simbolo della città di Brindisi insieme alla Colonna romana, non riesce proprio a trovare pace. Il 18 luglio dello scorso anno il monumento è passato finalmente dalle mani della Marina Militare a quelle del Comune, tra la soddisfazione generale derivante dalla modesta attenzione riservata oramai al prezioso monumento da parte della Marina. Per ben 9 mesi il monumento è rimasto però chiuso, finché, in concomitanza con l’arrivo delle navi da crociera, è stato riaperto nell’aprile del corrente anno.

La guardiania era stata affidata ai dipendenti della Multiservizi ed era stata riaperta anche la suggestiva cripta ai piedi del monumento. Quando tutto sembrava volgere al meglio è accaduto l’imponderabile. Lo scorso 25 agosto, per la prima volta in 82 anni di vita, il Monumento al Marinaio è stato teatro di una scena raccapricciante, ovvero la caduta dalla cima e la relativa morte di un cittadino brindisino. E’ stato successivamente accertato che non si è trattato di un evento fortuito, bensì è stato frutto dell’intenzione di suicidarsi dell’individuo.

Da quel giorno il monumento è ancora chiuso, con la conseguente mancata occasione di far ammirare un panorama mozzafiato a crocieristi e turisti che hanno visitato la nostra città. Come se non bastasse, è di questi giorni la notizia della volontà del Comune di predisporre degli interventi per mettere ancora maggiormente in sicurezza la zona in cima al monumento, prevedendo di alzare ulteriormente la ringhiera già presente od addirittura predisporre una gabbia! Insomma un vero pugno nell’occhio sia a livello estetico che per chi si reca in cima e dovrà scattare foto del panorama attraverso la ringhiera.

A seguito di questa notizia mi è venuta in mente l’analisi che il mio docente di filosofia del diritto, Raffaele De Giorgi, faceva riguardo  alla società contemporanea come società del rischio ed al paradosso che ciò comporta. Egli sostiene che il rischio è un paradosso costitutivo della modernità della società moderna, e consiste in un modus operandi utilizzato dalla nostra società, derivante dalla necessità di scegliere, nella contingenza del momento, cercando di vincolare le scelte future che costituiscono non-sapere per noi, attraverso interventi che derivano dal sapere che ci viene dall’esperienza.

Il rischio c’è e deve essere evitato, minimizzato, trattato attraverso misure di sicurezza. Lo schema della loro costruzione è uno schema elementare come la razionalità che lo sostiene. La costruzione di tale schema di rischi o di sicurezza presenta sempre gli stessi caratteri. Si percepisce una situazione come rischiosa, cioè come portatrice di un danno attuale o futuro che si vorrebbe evitare. Al verificarsi di questo danno si attribuisce la qualifica di rischio. Il rischio viene così presentato come qualcosa che ha la sua oggettività e che quindi è accessibile alla conoscenza. Il sapere impone di prevenirlo e lo strumento usato per arginarlo è la sicurezza, ovvero una condizione artificiale di stabilità e di certezza che si assume come razionale.

Si tratta di una costruzione altamente implausibile e rischiosa, perché il rischio non è qualcosa che abbia realtà ma è solo la possibilità di un evento dannoso che un’altra decisione avrebbe potuto evitare. Nel caso in esame, le misure di sicurezza che verranno utilizzate per diminuire il rischio dell’evento dannoso dei suicidi dalla cima del monumento, non faranno altro che aumentare il pericolo (ovvero la possibilità di un evento dannoso che un’altra decisione non avrebbe potuto evitare, non si può cioè fare nulla per evitare l’eventuale danno futuro connesso alle scelte di altri), ad esempio, per i passeggeri di un treno, in quanto, chi è intenzionato a suicidarsi dal monumento non sappiamo se, “persa” questa possibilità, non possa tentare il suicidio facendosi investire da un treno, con annesso ed aggiuntivo pericolo per i passeggeri.

La nostra società vive nell’illusione di poter diminuire il rischio di eventi dannosi futuri, intervenendo con misure di sicurezza, di prevenzione, rinvenienti dalla nostra esperienza passata, la quale non basterà mai per arginare l’imponderabilità del non-sapere, ovvero dell’evento futuro. Si può quindi evitare un rischio, ma solo a condizione che si corra un altro rischio senza che si sappia quale. E’ questo quindi il paradosso della nostra società, tutto il sapere del rischio si riferisce al passato ed ogni tecnica per ridurlo non fa altro che modificare il tipo di rischio ed accrescere il pericolo. Le misure di prevenzione del rischio funzionano solo per quei destinatari che non avrebbero mai corso il rischio che si vuole evitare.

Per tutto quanto detto, è bene che non si abusi di questi strumenti preventivi, soprattutto per un caso come quello oggetto dell’articolo. L’evento tragico avvenuto sul monumento non è il frutto di un evento accidentale in cui lo sporgersi eccessivamente ha causato la caduta, ma è il frutto di una scelta consapevole che, se non fosse accaduta in quella circostanza, probabilmente sarebbe occorsa con altra modalità. Se dovessimo ragionare in tale maniera dovremmo alzare una rete di protezione lungo tutti i binari che percorrono il mondo, oppure chiudere con inferriate i nostri balconi.

Ecco perché, a mio avviso, gli interventi previsti sul Monumento al Marinaio hanno del ridicolo, in quanto, oltre ad essere inutili al fine della prevenzione del fenomeno (ricordiamo tra l’altro che si è trattato dell’unico caso in 82 anni di storia del monumento), sono anche ingiustificatamente dannosi per l’immagine di una città che ha bisogno di mostrarsi con il suo vestito migliore e non può permettersi di tenere ancora chiuso un bene simbolo della sua storia e della sua bellezza. Si spera che chi investito della decisione non si faccia prendere dall’emotività per l’accaduto e faccia un’analisi fredda e serena. Ne va dell’immagine della nostra città. (Andrea Pezzuto)


 

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