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Cronaca

“Droga e bionde, spessore criminale degli indagati: contatti all’estero”

Otto arrestati in silenzio davanti al gip, solo Spina respinge le accuse. I pm: “Pagano versatile e professionale”. Rischiano tre anni

BRINDISI – “Professionali e versatili nel crimine”: il gip del Tribunale di Brindisi che ha firmato le ordinanze di arresto per sei brindisini, una donna di Lecce e due cittadini albanesi, ha delineato una “personalità negativa” descrivendo i profili di tutti gli indagati. Indagati, accusati di contrabbando di sigarette, alcool e importazione di ingenti quantità di droga, che oggi hanno preferito avvalersi della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio di garanzia, fatta eccezione per Luigi Spina.

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Gli interrogatori di garanzia

I fratelli Italo e Giuseppe Lorè, difesi rispettivamente dagli avvocati Laura Beltrami e Giampiero Iaia); Nicola Magli, difeso dall’avvocato Luca Leoci, e Luciano Pagano (difeso dall’avvocato Elvia Belmonte) hanno scelto il silenzio di fronte alle contestazioni mosse dai pubblici ministeri Milto Stefano De Nozza e Francesco Carluccio e condivise dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Stefania De Angelis. Stessa scelta è stata maturata da Luisa Savoia e da un agente spedizioniere di Bari, nonché da Keljant Llaka e Ali Gockaj.

L’unico a decidere di affrontare l’interrogatorio dopo l’arresto in carcere è stato Luigi Spina, difeso dall’avvocato Daniela d’Amuri: l’indagato ha ammesso la conoscenza con i fratelli Lorè, spiegando di aver lavorato con il capo famiglia in alcune occasioni per la raccolta dei carciofi e ha escluso qualsiasi coinvolgimento nello sbarco della droga, del mese di dicembre 2016, quando arrivarono i finanzieri. Ci fu un fuggi fuggi, ma secondo i militari era presente lo stesso Spina, stando ai contatti telefonici. Spina avrebbe spiegato al gip di aver prestato il proprio telefono, ma di non sapere da chi e per quale motivo è stato poi effettivamente usato. La penalista ha anticipato il ricorso al Tribunale del Riesame, strada che potrebbe essere seguita anche dagli altri difensori.

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La professionalità degli indagati

Al momento tutti e nove gli arrestati restano in carcere, dopo gli arresti dell'8 gennaio scorso, di fronte ai gravi indizi di colpevolezza costituiti dall’esito delle indagini delegate alla Guardia di finanza, tenute a battesimo con il nome di Musa Nera, dall’auto in uso a Pagano, al quale è stato attribuito un ruolo di primo piano, e a esigenze cautelari ritenute concrete e attuali. “Sussiste il pericolo di reiterazione dei reati della stessa specie, desumibile dalla particolare gravità dei fatti contestati, la cui commissione richiede una professionalità non comune, accompagnata da un notevole spessore criminale”, è scritto nel provvedimento di arresto.

“E’ indubbio che si tratti di delitti che presuppongono pianificazione, predisposizione di mezzi, capillare organizzazione, contatti e complicità all’estero. E ciò non vale solo per il trasporto a mezzo di natanti di un ingente quantitativo di droga”, si legge ancora nell’ordinanza. “La falsificazione dei documenti doganali finalizzata a sottrarre merce al pagamento delle imposte, richiede non solo la conoscenza della normativa doganale e del modo in cui concretamente vengono fatti i controlli, ma anche l’esatta conoscenza (il numero identificativo) dei documenti informativi concernenti i prodotti, alcol e sigarette, che entravano in Italia in regime di sospensione di imposta”.

Secondo il gip, inoltre, “confermano la suddetta professionalità, i numerosissimi contatti all’esterno di Luciano Pagano, la sua versatilità nel crimine e la capacità dello stesso di utilizzare in maniera disinvolta forme di comunicazione diversa dal telefono”.  Rischiano tutti una pena non inferiore a tre anni di reclusione.

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