Synedrium: tentano di estorcergli del denaro, lui reagisce sparando

Poteva avere gravi conseguenze uno dei tentativi di estorsione attribuiti al clan Romano/Coffa ricostruiti dai carabinieri tramite le intercettazioni, insieme ad altri episodi in cui si parla di armi

BRINDISI – Volevano estorcergli una somma di denaro, ma la vittima apre il fuoco, costringendoli alla fuga. Poteva avere gravi conseguenze uno dei tentativi di estorsione attribuiti al clan Romano/Coffa, frangia brindisina della Scu, emersi nell’ambito dell’inchiesta Synedrium. Da quanto appurato dai carabinieri del comando provinciale di Brindisi, sotto la direzione della Dda di Lecce, i protagonisti della vicenda sarebbero i brindisini Vito Simone Ruggiero (foto in basso), 30 anni, sottoposto a misura cautelare in carcere insieme ad altri 15 indagati, e il 29enne A.R., indagato a piede libero.

RUGGIERO VITO SIMONE CLASSE 1990-2

L’episodio, verificatosi la notte del 12 novembre 2014, è stato ricostruito grazie a dialoghi intercettati all'interno dell'appartamento di Alessandro Coffa, ritenuto elemento di spicco del sodalizio, in cui gli indagati parlano dell’accaduto. Ruggiero in particolare riferisce a Coffa che poco prima, insieme ad A.R. e a un altro paio di persone non identificate, si era recato presso l’abitazione della vittima. Da quanto si evince da un pizzino attribuito allo stesso Ruggiero e presumibilmente destinato ad Andrea Romano (foto in basso), gli estorsori avrebbero riferito alla vittima di essersi recati da lui per sostenere economicamente la latitanza di Romano, datosi alla macchia l’uno novembre 2014, dopo l’omicidio di Cosimo Tedesco e il tentato omicidio del figlio Luca Tedesco.

ROMANO ANDREA CLASSE 1986-3

Il pizzino

Sul fogliettino recuperato dai carabinieri infatti si legge: “Sono andato con A.R. e appena ha sentito il tuo nome ci ha sparati sopra”. “Ora ci stiamo organizzando (con altre persone menzionate nel pizzino, di cui una non identificata e l’altra estranea all’inchiesta, ndr) a fare qualcosa ok? Tranquillo". E in effetti qualche giorno dopo, da quanto accertato dagli inquirenti, le persone cui si fa riferimento nel pizzino, insieme al soggetto non identificato, si recano dalla vittima per un incontro chiarificatore in cui si scusano per le modalità con cui era stata avanzata la richiesta di denaro. La stessa vittima, a sua volta, si scusa per come aveva reagito, e si impegna a sostenere economicamente la latitanza dei componenti del clan. 

Operazione Synedrium 3-2

Un colpo partito accidentalmente

C’è poi un altro episodio in cui l’utilizzo delle armi avrebbe potuto provocare, in maniera del tutto accidentale, una tragedia. Il 4 dicembre 2014, i carabinieri intercettano una conversazione fra Alessandro Coffa e una persona indagata a piede libero in cui si parla di una occasione in cui un membro del clan, scherzando con un amico, gli puntò contro una pistola credendo che fosse scarica, ma invece partì un colpo che quasi uccise il malcapitato.

L'incontro con i mariti latitanti

Sono numerose, del resto, le intercettazioni in cui si fa riferimento alle armi. Il 25 novembre 2014, le sorelle Angela Coffa e Annarita Coffa, entrambe raggiunte da misura cautelare in carcere, a bordo di un’auto noleggiata il giorno precedente raggiungono i rispettivi mariti, Alessandro Polito e Andrea Roman, entrambi latitanti dal giorno dell’omicidio Tedesco. I due si trovano presso un’abitazione situata nell’agro di Carovigno messa a disposizione da una favoreggiatrice, indagata a piede libero.

Una volta a destinazione, le due sorelle, insieme ai due latitanti, salgono a bordo di un’auto monitorata dai carabinieri, per allontanarsi dal nascondiglio.  “Ma i quattro, dopo pochi metri – si legge nell’ordinanza - intravedono una pattuglia dei carabinieri in lontananza e pensando che fossero lì per loro si allarmano”. A quel punto Polito e Romano abbandonano il veicolo e fuggono per le campagne circostanti a piedi. Stando ai dialoghi captati dagli inquirenti, le sorelle si preoccupano “che Romano avesse portato con sé la pistola di cui disponeva, temendo che fosse ritrovata dai carabinieri in un eventuale controllo e quindi arrestate loro per la detenzione dell'arma”.

Si fa riferimento alle armi nella disponibilità del sodalizio anche in una conversazione intercettata l’1 dicembre 2014, in cui un bambino riferisce allo zio che giorni prima un parente aveva mostrato due pistole a un terzo soggetto. Ma lo zio lo redarguisce subito, invitandolo a non raccontare l’accaduto. 

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