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Estorsioni Scu alla rivendita di fiori, gli arrestati spiegano: "Solo disputa privata"

Hanno parlato tutti e tutti hanno ricondotto a un ambito del tutto personale la querelle sorta con la fioraia e regolata, secondo l’accusa, con metodi “mafiosi”.

BRINDISI - Hanno parlato tutti e tutti hanno ricondotto a un ambito del tutto personale la querelle sorta con la fioraia e regolata, secondo l’accusa, con metodi “mafiosi”. Hanno sfilato dinanzi al gip Annalisa De Benedictis, per gli interrogatori di garanzia, le cinque persone arrestate sabato scorso, Donato Borromeo, difeso da Laura Beltrami, in testa alla fila. Poi anche il fratello Giovanni, la compagna (di Donato), Serena Lorenzo, sempre difesi dall’avvocato Beltrami, e gli altri due presunti complici Luca Ferrari, difeso da Marcello Tamburini e Francesco Palma, difeso dall’avvocato Daniela D’Amuri, del giro di estorsioni,  rapine con pestaggio, per costringere la titolare di una rivendita di fiori a mollare il negozio.

Donato Borromeo ha dato la propria versione dei fatti, ricostruendo i propri rapporti con la vittima, e spiegando l’origine del dissidio che non avrebbe a suo dire nulla a che vedere con contesti mafiosi. Il suo legale ha fatto notare quanto per altro già riportato nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita da Digos e carabinieri, e cioè che Borromeo non ha alcuna condanna passata in giudicato per associazione mafiosa né per reati aggravati dall’articolo 7 con cui si attribuisce a una condotta una modalità mafiosa o la finalità di aver agevolato un’organizzazione come la Sacra corona unita.

Donato BorromeoPer gli incensurati sarà fatta istanza al giudice per le indagini preliminari, gli altri andranno sicuramente al Riesame contestando non solo la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso, ma proprio la sussistenza dei gravi indizi e delle esigenze cautelari per i reati che sono stati ipotizzati.

Sempre l’avvocato Beltrami chiederà inoltre che siano svolte ulteriori indagini a riscontro di quanto riferito dagli indagati per accertare se effettivamente i fatti siano andati così come denunciati dalla vittima o se invece siano da inquadrare in un contesto di contrapposizioni personali, per cui ci sono anche giudizi civili, che fugherebbero ogni dubbio sull’eventuale tentativo della Scu di mettere le mani sul mercato dei fiori al cimitero, passando per un solo negozio utilizzato come bancomat di regali natalizi e di “pensierini” per il detenuto Borromeo che aveva da acquistarsi la biancheria griffata. 

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