Sabato, 20 Luglio 2024
Cronaca San Donaci

Ex carabiniere ucciso davanti al figlio di 11 anni, confermato l'ergastolo per l'imputato

Resta invariato il verdetto di primo grado per Michele Aportone, il 72enne di San Donaci accusato di aver ammazzato Silvano Nestola, la sera del 3 maggio 2021, mentre lasciava l'abitazione della sorella: massimo della pena, con isolamento diurno per un anno

È stata confermata la condanna all'ergastolo, con isolamento diurno per un anno, per Michele Aportone, il 72enne di San Donaci accusato dell'omicidio dell'ex carabiniere Silvano Nestola, di 45 anni, avvenuto la sera del 3 maggio del 2021, mentre lasciava casa della sorella col figlio undicenne, in contrada Tarantino, una zona di campagna fra Copertino e San Pietro in Lama.

La decisione è arrivata oggi (giovedì 4 luglio 2024), dopo una lunga camera di consiglio, dalla Corte d'Assise d'appello di Lecce, composta dalla presidente Teresa Liuni, dal collega Giuseppe Biondi e dai giudici popolari, in linea alla richiesta avanzata dalla Procura generale, rappresentata dal sostituto Salvatore Cosentino.

Nessuna modica insomma al verdetto di primo grado emesso il 21 novembre del 2023 con il quale era stato disposto un immediato risarcimento del danno di 50 mila euro (più il resto da quantificare e liquidare in separata sede) per ciascuna delle parti civili, assistite dalle avvocate Laura Minosi e Maria Luisa Avellis, e dagli avvocati Luca Puce e Gaetano Vitale.

Non appena saranno depositate le motivazioni del dispositivo, gli avvocati difensori Francesca Conte e Ladislao Massari potranno presentare ricorso in Cassazione.

Le indagini e il processo

L'anziano avrebbe ucciso la vittima a colpi di fucile perché non accettava la relazione con la figlia Elisabetta, all'epoca 36enne, fresca di separazione dal marito: fu questo il movente individuato dalle indagini svolte dal personale dell'Arma e coordinate dalla sostituta procuratrice Paola Gugliemi e dal collega Alberto Santacatterina che, da pubblica accusa nel processo, al termine della requisitoria invocò il massimo della pena.

Decisiva per l'inchiesta fu dunque la scoperta della relazione sentimentale avuta dal militare con la figlia di Aportone, e di quanto questa fosse osteggiata dalla famiglia, in particolare dalla madre Rossella Manieri (inizialmente indagata col marito, ma poi la sua posizione fu archiviata). "Eloquente" la registrazione di una discussione che la vittima ebbe con quest'ultima, tredici giorni prima di essere uccisa, di cui abbiamo dato notizia in un precedente articolo. Ma non finisce qui. Durante le perquisizioni, fu rinvenuto un gps che l'anziano avrebbe piazzato di nascosto nell'auto della figlia per monitorare, insieme alla consorte, ogni suo spostamento. In soli 35 giorni (dal 27 marzo al 2 maggio del 2021) la posizione della vettura utilizzata dalla donna sarebbe stata controllata 571 volte dall'utenza in uso a Manieri (più di sedici volte al giorno, una volta ogni ora e mezza) e 134 dall'utenza in uso al 72enne (quasi quattro volte al giorno).

Fondamentali a mettere insieme tutti i tasselli del quadro accusatorio, furono le telecamere di sorveglianza. Oltre a quella che consentì di sentire gli spari e di fissare alle 21.52 l'ora del delitto, i militari acquisirono tutti i dispositivi posizionati dall'area camping gestita dal 71enne, fino all'abitazione della sorella di Nestola. La visione fu facilitata dall'assenza di traffico in quel periodo dovuto al coprifuoco imposto alle 22 per contenere la diffusione del covid.

Per l'accusa, Aportone usò due mezzi: un camion per una prima parte del tragitto, dall'area camping da lui gestita, fino a Leverano; uno scooter, caricato sul primo mezzo, da via Torino verso l'abitazione della sorella della vittima, in contrada Tarantino. Quanto al due ruote, alcune immagini di uno scooter Piaggio blu analogo a quello ripreso dai filmati furono trovate nel cellulare della moglie dell'imputato, ma durante le perquisizioni fu rinvenuto solo un mezzo già sezionato e in parte bruciato.

La difesa

Già nel processo di primo grado l'avvocata Francesca Conte cercò di dimostrare l'infondatezza delle accuse, avvalendosi anche della consulenza del generale Luciano Garofano, già comandante del Ris di Parma, affiancato dal consulente balistico Martino Farnetti, e dell'ingegnere informatico Antonio Politi.

Per la difesa, quelle degli inquirenti sarebbero solo congetture, considerato che: l'arma non fu mai trovata; le fattezze fisiche del conducente dello scooter non sono rilevabili dai filmati; non è mai stata trovata traccia di contatti tra vittima e imputato. Quanto al controllo della figlia, inoltre, secondo l'avvocata, questo sarebbe stato solo frutto di una preoccupazione legittima dei genitori, dipesa da alcuni gravi problemi e fragilità della stessa.

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