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Mercoledì, 29 Maggio 2024
Cronaca

Falsa sentenza di divorzio, salta il matrimonio: condannata pseudo avvocatessa

Inflitta una condanna a un anno e quattro mesi a una 42enne di Lecce che ha truffato un coppia brindisina, realizzando una falsa sentenza di divorzio dalla prima moglie dell’uomo

BRINDISI – Era convinto di aver divorziato dalla ex moglie, ma in realtà la sentenza che aveva ricevuto dalle mani della sua avvocatessa, altro non era che un falso creato dalla stessa professionista. Anzi, falsa professionista, perché la 42enne Paola Pittini, di Lecce,  esercitava abusivamente la professione forense. La donna è stata condannata a un anno e 4 mesi di reclusione con sentenza emessa nei giorni scorsi dal giudice del tribunale di Lecce, Silvia Saracino. 

La vicenda

In questo modo, salvo eventuali ricorsi in Appello, si è chiusa una vicenda iniziata nel 2012, quando un brindisino si rivolse alla Pittini per avviare l’iter di separazione dalla ex: condicio sine qua non per sposare la sua nuova compagna. La Pittini aveva riferito al cliente di essere un avvocato iscritto all’albo degli avvocati di Lecce e per la pratica in questione aveva chiesto il compenso di 1400 euro, da corrispondere in parte tramite un bonifico da 1000 euro e in parte in contanti. La sedicente legale fornì alla vittima le coordinate bancarie del bonifico, riferendo che questo doveva essere effettuato nei confronti di un avvocato del foro di Lecce che collaborava con lei e che per motivi fiscali doveva intascare la somma.

Dopo aver effettuato il pagamento, il cliente e la compagna contattarono più volte la Pittini, chiedendo delucidazioni riguardo alla pratica di divorzio. Confortati dalle rassicurazioni ricevute, convinti che non vi fossero ostacoli alla celebrazione dell’unione, fissarono la data delle nozze per il 12 dicembre 2014.

“I preparativi – si legge nella sentenza – consistettero nella prenotazione della sala ricevimento versando un acconto di 500 euro, nel pagare l’abito di cerimonia per un costo di 474 euro, nel pagare le bomboniere con un acconto di 232 euro, versando, infine, un anticipo per il viaggio di nozze pari a 80 euro”.

La scoperta della truffa

Nell’ottobre 2014, l’imputata consegnò al cliente la sentenza. Ma attraverso successivi controlli presso il tribunale di Brindisi, i malcapitati si resero conto del raggiro, poiché la data della sentenza (18 maggio 2014) corrispondeva a una domenica, il cancelliere non era più in ufficio a quella data e non era più in uso quel particolare tipo di timbro impresso sulla sentenza contraffatta. Messa di fronte al fatto compiuto, la Pittini non negò l’accaduto ma chiese a entrambi di avere pazienza, altrimenti sarebbe andata in galera. Ma per nulla impietositi dalla richiesta della falsa avvocatessa, la coppia, rappresentata dagli avvocati dell’ufficio legale dell’Adoc Brindisi, Marco Elia e Marco Masi, nel dicembre 2014 ha sporto denuncia presso la procura della Repubblica di Brindisi.

Oltre al danno di nature economica, del resto, le vittime, sulla base di quanto ravvisato dal giudice, hanno subito anche un danno di natura morale, se si considera che la donna era in stato interessante (poi interrottosi per aborto) all’epoca dei fatti, “sicché ha certamente vissuto la vicenda con maggiore preoccupazione ed ansia”.

Il processo e la sentenza

Nel settembre 2016, il pm della procura di Lecce, a conclusione delle indagini preliminari, ha disposto la citazione diretta a giudizio dell’imputata. Le due vittime si sono costituite parte civile. Su richiesta dell’avvocato di fiducia della Pittini, il processo è stato celebrato con rito abbreviato.

Dagli accertamenti effettuati dai carabinieri è emerso che la Pittini non era iscritta nell’albo degli avvocati né nel registro dei praticanti avvocati del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce. Inoltre la stessa non aveva studio professionale né collaborazioni con altri studi legali. L’indirizzo da lei fornito, corrispondeva a quello della sua abitazione. Per completare il quadro, la titolare delle coordinate bancarie comunicate alla vittima era in realtà la madre.

Alla luce di tale quadro probatorio, la Pittini è stata condannata per i reati di esercizio abusivo della professione, falsità materiale commessa dal privato e truffa. Tenendo conto dei "precedenti penali (per altro della stessa specie)" a carico dell’imputata e per le “concrete modalità del fatto che denotano una evidente gravità della condotta, acuita dall’intensità dell’elemento oggettivo”, il giudice non ha riconosciuto le attenuanti generiche. Oltre alla condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, dunque, la Pittini è stata condannata anche al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, da liquidarsi in separata sede.

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