Martedì, 26 Ottobre 2021
Cronaca Fasano

Pena più lieve per Amati, ma non basta. Sfumano le regionali. Di Bari assolto, è sindaco

Assolto Lello Di Bari, tornerà ad essere il sindaco di Fasano. Tutt'altro epilogo, da un punto di vista politico, per Fabiano Amati, consigliere comunale sospeso che resterà tale per altri 18 mesi, e che dice addio alle regionali

BRINDISI - Assolto Lello Di Bari, tornerà ad essere il sindaco di Fasano. Tutt’altro epilogo, da un punto di vista politico, per Fabiano Amati, consigliere comunale sospeso che resterà tale per altri 18 mesi, salvo colpi di scena in Cassazione, e che dovrà molto probabilmente rinunciare alla candidatura alle regionali. La sentenza di primo grado è stata riformata candidabile, ma il bilancio si chiude comunque con una condanna per un reato contro la pubblica amministrazione che lo rende sì candidabile, ma non  non eleggibile. Per Amati, la cui difesa, sostenuta dagli avvocati Massimo Manfreda e Ernesto Sticchi Damiani ha ottenuto comunque un ottimo risultato, è stata riqualificata l’ipotesi di abuso d’ufficio da consumata in tentata. C’è stata poi assoluzione per il reato di falso. Di Bari è stato assistito dall’avvocato Dino Musa.

Il presidente della Corte D’Appello di Lecce (Scardia, Toscani, Errico) ha letto nella serata di oggi (21 gennaio) il dispositivo della sentenza che accoglie quasi del tutto l’appello dei legali. In primo grado a Fabiano Amati (Pd) e a Lello Di Bari erano stati inflitti rispettivamente 1 anno e otto mesi per abuso d’ufficio e falso e otto mesi per il secondo solo per abuso d’ufficio. Il pg Ferruccio De Salvatore, aveva chiesto la conferma in toto della sentenza del gup Maurizio Saso.

I fatti contestati risalgono al 2008: le indagini furono condotte dai poliziotti del commissariato di Ostuni e coordinate dal pm Valeria Farina Valaori. Ad Amati, che all’epoca era solo un consigliere comunale, fu dato dal sindaco, Lello Di Bari, l’incarico di occuparsi del piano di recupero dei centri storici di Fasano, Torre Canne e Savelletri. Sostanzialmente una delega che in altri casi sarebbe stata data a un assessore o a un esponente della maggioranza e che invece andò all’opposizione. Suscitò già all’epoca qualche dubbio la ‘trasversalità’ dell’operazione, ma non fino al punto da sollevare polveroni giudiziari. Ci fu però un esposto in procura che denunciavano favori a famigliari di Amati, furono avviate indagini che corsero parallelamente a un contenzioso amministrativo che non rilevò però alcun profilo di irregolarità. Ci furono, invece, secondo gli inquirenti condotte di rilievo penale.

Ecco di che genere: Amati, si sosteneva, aveva attestato falsamente nella seduta del consiglio comunale del 2 settembre 2008, riunitosi per l'approvazione del piano di recupero centri storici, che le modifiche apportate non comportavano la modifica sostanziale del Ppr adottato. Inducendo quindi il Consiglio ad approvare il piano con l'inganno.

Fabiano AmatiL'abuso d'ufficio, invece sarebbe consistito, nell'aver, in violazione di legge e Amati anche "omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio e dei prossimi congiunti, provocato ad Amati, ai suoi famigliari e alla società Alisma Srl, con sede in Fasano, "ingiusti vantaggi patrimoniali consistiti nella edificabilità con permesso di costruire diretto del palazzo storico di corso Vittorio Emanuele, nella possibilità di aumentare un piano attico e via dicendo. Tutto ciò arrecando al Comune un danno ingiusto consistito nella liquidazione pari a 92.026 euro in favore dei tre professionisti esterni incaricati di redigere il piano".

Le motivazioni della sentenza daranno una nuova interpretazione dei fatti. Spiegheranno perché Di Bari, rimasto in panchina per un anno intero, è stato ritenuto estraneo. Perché Amati invece pur non portando a termine i propri intenti, sia stato ritenuto responsabile di una condotta di cattiva gestione della pubblica amministrazione a tal punto da dover restare lontano da cariche pubbliche ancora per un po’, nella speranza che sia la Cassazione, nell’ultimo grado di giudizio, a cancellare anche l’ultima ‘macchiolina’ rimasta. Per riprendere poi a fare politica. 

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