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Il Tribunale di Brindisi

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Finto attentato ai carabinieri, archiviazione per il pm Negro

BRINDISI – Archiviato dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Potenza il procedimento giudiziario nei confronti del sostituto procuratore Antonio Negro, in servizio nella procura di Brindisi, aperto a seguito delle accuse mossegli nel corso del processo che vede imputati sette carabinieri e un albanese, accusati di detenzione a porto abusivo di armi, arresti arbitrari e verbalizzazioni non veritiere. Il procedimento è stato archiviato su richiesta del pm.

BRINDISI - Archiviato dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Potenza il procedimento giudiziario nei confronti del sostituto procuratore Antonio Negro, in servizio nella procura di Brindisi, aperto a seguito delle accuse mossegli nel corso del processo che vede imputati sette carabinieri e un albanese, accusati di detenzione a porto abusivo di armi, arresti arbitrari e verbalizzazioni non veritiere. Il procedimento è stato archiviato su richiesta del pm.

Ma la storia non è ancora finita perché è stato presentato ricorso in Cassazione. Negro, così come è accaduto nell'udienza di giovedì del processo a carico dei carabinieri, è stato accusato dal maresciallo Vito Maniscalchi, uno dei sette imputati, di non essere stato del tutto lineare nella conduzione dell'inchiesta che parte dalla notizia di reato, fornita allo stesso Maniscalchi dall'albanese, suo confidente. E cioè di un attentato dinamitardo contro di lui voluto dall'ostunese Maria Loparco. "Dissi cose non vere - ha affermato in udienza Maniscalchi - perché volevo uscire dal carcere e perché erano le cose che il magistrato inquirente voleva saper".

Negro in questo processo si è astenuto proprio a seguito delle affermazioni fatte dal sottufficiale. Ed è stato sostituto da Raffaele Casto. La procura di Potenza, svolti gli accertamenti, compresi interrogatori di persone informate sui fatti, ha chiesto l'archiviazione del procedimento perché a carico del magistrato non è stato rilevato nulla di irregolare nella gestione dell'inchiesta. E il giudice per le indagini preliminari ha accolto tale richiesta.

Nella primavera dl 2004 Marvin Strazimiri informa Maniscalchi, il quale abita a Carovigno, che Carmelo Vasta, ostunese, convivente della Loparco, è andato ad acquistare da lui due bombe a mano che intende usare per lanciarle contro il sottufficiale in servizio presso il Nucleo operativo della compagnia di Fasano. Le ha pagate 500 euro. Consegna in serata a casa della Loparco.

Strazimiri accetta ma poi corre da Maniscalchi ad avvisarlo. Inizia il lavoro investigativo per bloccare gli attentatori e prenderli con le mani nel sacco. Vengono informati i vertici della compagnia (il capitano Cosimo Delli Santi e il tenente Vincenzo Favoino) e il comando provinciale (colonnello Costantino Squeo). La notte scatta il blitz. I carabinieri fanno irruzione nella casa di Ostuni di Vasta e Loparco. Trovano le bombe.

"Le hanno portate i carabinieri e l'albanese per incastrarci", dicono i due ostunesi che finiscono in carcere. Viene arrestato pure Strazimiri. Che vorrebbe avere lo status di collaboratore. Ma non lo ottiene e racconta al magistrato inquirente, che è Antonio Negro, una sua versione dei fatti, che parla di una messinscena per incastrare Maria Loparco e Carmelo Vasta.

Un anno di indagini e arrivano gli arresti. E' gennaio del 2005. Delli Santi, Favoino e Maniscalchi finiscono in cella, altri quattro carabinieri ai domiciliari. Il colonnello Squeo viene indagato in stato di libertà.

I primi a dire le loro verità al magistrato sono i carabinieri ai domiciliari che vengono rimessi in libertà. Poi tocca a Maniscalchi che rende spontanee dichiarazioni e accusa Delli Santi e Favoino. Accuse che ripete nel corso dell'incidente probatorio. Inizia il processo e partono le ritrattazioni. Tutti i carabinieri interrogati sinora dicono che le cose non sono andate come riferito in un primo momento.

Le bombe diventano palle di carta da imballaggio, la pistola cal. 7,65 si trasforma in una pistola giocattolo. E Maniscalchi ammette: "Mi sono inventato tutto per lasciare il carcere e ho detto le cose che il magistrato voleva che si dicessero". La storia continua, le puntate saranno ancora tante.

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