Giovedì, 28 Ottobre 2021
Cronaca

"I dati della Asl sulla salute dei brindisini non siano alibi per la politica"

Esiste una nemesi della storia ambientale brindisina che obbliga a vincere l'esitazione a mettere in guardia dal rischio paradossale che proprio i dati del pregevole lavoro della Asl di Brindisi sullo stato di salute della popolazione della provincia di Brindisi, appagando l'aspettativa a lungo inseguita di una conoscenza più "scientifica" sulla condizione sanitaria del territorio, possano silenziosamente scivolare (o fatti scivolare) in quella rassicurante dimensione nella quale la politica e le istituzioni si sentano in qualche modo "assolte" dall'intraprendere e/o dal proseguire le azioni necessarie

Esiste una nemesi della storia ambientale brindisina che obbliga a vincere l’esitazione a mettere in guardia dal rischio paradossale che proprio i dati del pregevole lavoro della Asl di Brindisi sullo stato di salute della popolazione della provincia di Brindisi, appagando l’aspettativa a lungo inseguita di una conoscenza più “scientifica” sulla condizione sanitaria del territorio, possano silenziosamente scivolare (o fatti scivolare) in quella rassicurante dimensione nella quale la politica e le istituzioni si sentano in qualche modo “assolte” dall’intraprendere e/o dal proseguire le azioni necessarie fin dagli anni ‘80/’90 al disinquinamento e al risanamento dell’area a rischio di crisi ambientale (e sanitaria), nonché  a rischio di incidente rilevante, e per questo Sito di Interesse Nazionale, che è  per lo Stato Brindisi. Né più e né meno di Taranto, anche se le evidenze epidemiologiche non sono quelle del rione Tamburi!

Questi dati, con l’asettica ma ingenerosa sinteticità dei numeri, registrano, dal 2011 al 2014, una incidenza decrescente di mortalità per patologie legate al sistema circolatorio, per i tumori e per quelle legate all’apparato respiratorio, con criticità crescenti e più specifiche nell’area a rischio. “Ho l’impressione che rispetto a questi dati ci sia una attesa “messianica”, quasi che i dati sanitari debbano evidenziare necessariamente i danni derivanti dall’inquinamento ambientale e debbano produrre le decisioni che non siamo stati capaci di prendere sinora: un errore grossolano perché è vero che siamo tutti esposti all’inquinamento, ma ci sono settori di popolazione che lo sono più di altri e, quindi, patiscono di più.

Ma sono così piccoli che ad uno sguardo di insieme sfuggono. Il recente studio del Cnr sul particolato secondario da Cerano stima da 7 a 44 decessi annuali attribuiti su una popolazione di 1 milione e 200 mila abitanti. Un danno che può essere solo stimato, ma che non verrà mai fuori da uno studio macroscopico come la Relazione sullo Stato di salute. L’errore consiste nell’attendere evidenze di danno, quando si sa che ciò a cui si espongono alcune parti della popolazione – benzene, particolato, mercurio, metalli - è sicuramente nocivo”. E’ ciò che ho sempre pensato, ma acquista ben altra rilevanza se questa ovvia riflessione viene fatta, come sopra, da un primario radio-oncologo come Maurizio Portaluri, una delle personalità, tra altre, più limpide e affidabili della cittadinanza attiva dell’ambientalismo brindisino.

Del resto, quando i “ragazzi del 96” come me spinsero a redigere una storica Convenzione che sarebbe divenuta il simbolo dell’ambientalismo nostrano, perché dava soluzione alle compatibilità ambientali (salvaguardando tutti gli occupati) necessarie al territorio, coinvolgente l’insieme dell’apparato industriale, tramite un monitoraggio globale permanente, non aspettarono né presero a base dati epidemiologici, (anche se l’Oms e diverse indagini rilevavano già allora crescenti criticità sanitarie), ma si mossero in virtù di quell’elementare principio di precauzione che intendeva prevenire più gravi impatti ambientali, rispetto a quelli già esistenti, in una piccolissima  area che ospitava un imponente complesso industriale chimico ed energetico, altamente inquinanti. Ci guidò quel ragionevole buon senso che solo l’avventatezza giovanile riuscì a superare le resistenze sistemiche che si ripresero subitamente la rivincita – come Nemesis,” la dea punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo”-, sabotando quella Convenzione appena entrata in vigore, con le conseguenze ambientali, sanitarie e occupazionali odierne!

Quindi, se Brindisi, Cellino San Marco, San Pietro Vernotico e Torchiarolo delineano un quadro sanitario più compromesso… ”Se questi Comuni – continua Portaluri- fanno parte di un’area a rischio che include un sito di interesse nazionale da bonificare (Sin), un pericolo ci sarà. Non so se compromesso sia il termine giusto. Negli anni ‘80 Brindisi e l’area a rischio avevano una mortalità per tutte le cause e per tumori superiori a quella nazionale. Allora sì il quadro sanitario era compromesso, ma non si fece nulla ugualmente. Compromessi sono il suolo e le falde del Sin , come dimostrano le caratterizzazioni. Impatto sanitario vuol dire che qualche uomo e qualche donna in più si ammalano e muoiono per l’inquinamento e per le emissioni nocive anche quando si rispettano i limiti di legge. Se i nostri rappresentanti istituzionali prenderanno coscienza di questa verità, senza delegare all’epidemiologia decisioni che non può assumere, probabilmente assisteremo ad un miglioramento della situazione ambientale e sanitaria”.

E però accade anche ai giorni nostri che se, come nel ’96, nelle aule parlamentari viene riproposta la “coscienza di questa verità” da una onorevole del territorio, anche con il contributo citato dello stesso Maurizio Portaluri, con una interpellanza che ripropone all’attenzione del Governo la questione ambientale brindisina nella sua globalità, affinché si riaccendano, dopo 18 anni, i riflettori nazionali, quella nemesi sistemica mai dormiente reagisce ora con veemenza ora con iniziative che fanno indirizzare lo sguardo verso i singoli alberi, distogliendolo dalla foresta del grandioso accumulo degli inquinanti e delle loro sorgenti nella loro totalità, che costituisce la vera peculiarità della questione ambientale brindisina, e che va affrontata perciò nel suo insieme.

La verità più vera, anch’essa paradossale, è che la tutela ambientale brindisina non è mai stata una “questione ambientale” in sé e per sé, in quanto l’universo intero ha sempre saputo fin dagli anni 80/90 che questo territorio, appositamente dichiarato allora area a rischio, andava disinquinato, senza aggiungere nemmeno un grammo di inquinamento in più, e che per esso andava riavviato uno sviluppo più sostenibile –cose tutte compendiate nella Convenzione del ’96, che non riguardava solo il polo energetico, come ci racconta anche il protocollo aggiuntivo a quella Convenzione, convenuto con lo stesso Governo. In verità, la questione ambientale brindisina è sempre stata “una questione politica”, tutta politica, che ha innestato nel corso di questi decenni una lotta titanica tra chi voleva cambiare verso con l’ottimismo dell’intelligenza, soccombendo, e il vincente pessimismo della volontà di chi ha coltivato la conservazione del nostro infelice esistente.

La sistematicità della nemesi brindisina, in servizio permanente, si è dimostrata invincibile con le generose volontà dei singoli, né la si commuove e smuove con le continue evidenze ambientali, per ultime quelle benemerite della Asl. Se la questione ambientale brindisina è una questione politica e di sistema, come ritengo, è risolvibile solo con una rigenerazione radicale, una catarsi del sistema politico brindisino, con l’avvento di una nemesi dell’interesse generale capace di porre fine alla nemesi degli interessi particolari, finora dominante, di impedire a un presente eternamente attaccato al passato di continuare a mangiarsi il futuro.  

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