Cronaca Via Benvenuto Cellini

Un terzo uomo sfuggì all'agguato in via Benvenuto Cellini

Caputo e Iurlaro si presentarono insieme a un loro amico al civio 29/B di Benvenuto Cellini, per un chiarimento dopo una lite in cui erano coinvolti i figli di Caputo. Quest'ultimo era armato di coltello

BRINDISI – Giuseppe Caputo e Cosimo Iurlaro si presentarono insieme a un terzo uomo (non indagato) presso la palazzina al civico 29/B di via Benvenuto Cellini, per un chiarimento a seguito di una lite in cui erano coinvolti i figli di Caputo. E’ quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Maurizio Saso, su richiesta del pm Pierpaolo Montinaro, che stamani i carabinieri della compagnia di Brindisi hanno notificato ai tre brindisini ritenuti responsabili della gambizzazione degli stessi Caputo e Iurlaro, avvenuta il primo pomeriggio dello scorso 30 maggio.

A sparare, armato di una pistola calibro 9x19 illegalmente detenuta, sarebbe stato l’albanese Burim Tatani, 30 anni, con la complicità dei fratelli Gianluca Volpe, 19 anni, e Mario Salvatore Volpe, 21 anni. Il primo avrebbe inseguito Iurlaro, facendolo uscire allo scoperto e colpendolo con un pugno al volto. Il secondo avrebbe condotto lo scooter T-Max col quale Tatani avrebbe inseguito Iurlaro, già ferito, per poi dileguarsi.

I militari del Norm della compagnia di Brindisi al comando del capitano Luca Morrone e del tenente Luca Colombari hanno fatto luce sul delitto grazie a una telecamera di sicurezza privata installata su un balcone al terzo piano del palazzo che ha fatto da scenario al ferimento e alle dichiarazioni rese da Iurlaro (attualmente recluso in regime di domiciliari con l'accusa di aver tentanto di assaltare dei bancomat nelle Marche, insieme ad altri brindisini): non solo quelle messe a verbale, ma anche quelle captate nella stanza del reparto di Chirurgia vascolare dell’ospedale Perrino in cui il 45enne venne ricoverato con ferite da arma da fuoco alle gambe che provocarono un iniziale shock emorragico (riportò delle fratture alla tibia e al perone, invece, Caputo).

Il carabinieri al civico 29 di via Benvenuto Cellini, al S.Elia-2

Da quanto emerge dai verbali di Iurlaro (che con gli investigatori è stato nettamente più collaborativo rispetto a quanto non abbia fatto Caputo) il terzo uomo, il brindisino V.C. (queste le iniziali del suo nome) residente al rione Sant’Angelo, la mattina del 30 maggio si era presentato presso la macelleria di Caputo per riferirgli di uno screzio avuto dai figli dello stesso Caputo con altre persone, qualche giorno prima. La questione non poteva restare in sospeso. Bisognava chiarirla subito. In tarda mattinata, Caputo si mette alla guida della sua Opel Antara, va a prendere Caputo da casa e poi i due si spostano verso l’abitazione di V.C.

Inizialmente viene valutata l’ipotesi di attendere qualche giorno prima di far visita ai ragazzi coinvolti nella diatriba con i figli di Caputo, residenti tutti in via Benvenuto Cellini. Ma alla fine si decide di procedere immediatamente e i tre (Caputo alla guida, V.C. sul sedile passeggero e Iurlaro sui sedili posteriori) si mettono in marcia verso il “collegio” (così sono state ribattezzate le case parcheggio di via Benvenuto Cellini, in quanto abitate da famiglie che in passato avevano occupato l’ex collegio navale Tommaseo situato al rione Casale).

Una volta giunti a destinazione, è Caputo il primo a scendere dalla macchina, dirigendosi verso il cortile condominiale dello stabile al civico Bossolo sparatoria via Benvenuto Cellini-229/B (già teatro il 24 aprile 2014 di un’altra sparatoria che solo per un puro caso non fece feriti). Il 58enne si presenta armato di un coltello a scatto del genere proibito che verrà successivamente trovato dai carabinieri nel corso di una perquisizione personale. Non appena Caputo mette piede nel cortile, scatta l’agguato. Sono le immagini riprese dall’occhio elettronico installato al terzo piano a documentare la fuga di Caputo, che sanguinante cade sull’asfalto e cerca riparo dietro alla sua auto, nell’indifferenza delle numerose persone che assistono alla scena. In quei concitati momenti anche Iurlaro, dopo essere stato picchiato e ferito alle gambe, si dà alla fuga dirigendosi verso la distesa di sterpaglie che delimita il lato opposto della strada, mentre lo sparatore e il suo complice fuggono a bordo dello scooter T-Max.

Da un dialogo intercettato nei giorni successivi attraverso le cimici piazzate in ospedale, emerge tutto il disappunto di Iurlaro per il comportamento di Caputo. “Che a posta – dice il 45enne rivolgendosi a una ragazza – hanno sparato. Adesso non gli do torto a quelli che hanno sparato. Che quando (Caputo, ndr) è arrivato di fronte a loro, ha messo mano dentro al marsupio, nella telecamera si vede, come se lui voleva prendere il coltello”. “Se questi vanno accavallati – prosegue Iurlaro – e vedono che metti la mano dentro al marsupio, allora sono partiti tutta a una volta”. Sempre parlando nella stanza del reparto di Chirurgia, Iurlaro afferma anche: “Questo (riferito a Caputo, ndr) ha detto a me, andiamo un attimo a Sant’Elia…mai sapendo che si doveva fermare là e che doveva succedere questo casino. Teneva tanto di coltello da macellaio”.

Nonostante un infermiere lo avesse messo al corrente dei microfoni ambientali piazzati nella stanza, Iurlaro, parlando con gli altri degenti e con i suoi parenti, fornisce dei dettagli che aiutano gli inquirenti a chiudere il cerchio nel giro di pochi giorni. La vittima, del resto, consapevole della presenza di una telecamera puntata proprio verso la scena del crimine, sapeva di non poter mentire alle forze dell’ordine. Lo stesso Iurlaro ha inoltre riconosciuto in una foto mostratagli dagli inquirenti l’albanese Tatani, dopo averne fornito una descrizione fisica.

I fratelli Volpe, invece, sono stati “traditi” dal loro scooter. Visionando le immagini riprese dalla telecamera, infatti, i carabinieri hanno notato che il T-Max era munito di una terza luce a forma di prisma, sulla parte centrale del cupolino nero. Dopo un’attività di osservazione, i militari si sono resi conto che tale dettaglio era presente proprio sul T-Max bianco in uso a Gianluca e Salvatore Volpe. Quest’ultimo inoltre ha involontariamente fornito un riscontro decisivo, avendo postato sul suo profilo Facebook delle foto in cui posava accanto al T-Max con la luce a forma di prisma.

Ma a lasciare di stucco in tutta questa vicenda, come rimarcato dal procuratore Marco Dinapoli nel corso di una conferenza stampa concovata in Propcura, è la disinvoltura con cui si fa ricorso al piombo per regolare dissidi di poco conto. “Per puttanate – dice Iurlaro - che per puttanate…mi uccidi le persone?” “Si sentono esaltati”, gli risponde l’interlocutore. “Non puoi fare – conclude Iurlaro – quella cosa la. Che fai ora? Ti sei rischiato ad uccidere una persona e stai rischiando che ti vai a fare 10 anni di carcere”. 

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