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Martedì, 18 Gennaio 2022
Cronaca

I funerali di Sparaccio, il parroco: "Dignità anche per chi ha sbagliato"

"Dignità, per tutti, anche per chi nella vita ha commesso degli errori", è il cuore dell'omelia di don Nicola De Vito, vice parroco della chiesa dei Salesiani dove questa mattina, alle dieci, una folla composta e in lacrime si è riunita per dare l'ultimo saluto a Francesco Sparaccio, l'ex boss della Scu morto in cella dopo una lunga agonia

BRINDISI - "Dignità, per tutti, anche per chi nella vita ha commesso degli errori", è il cuore dell'omelia di don Nicola De Vito, vice parroco della chiesa dei Salesiani dove questa mattina, alle dieci, una folla composta e in lacrime si è riunita per dare l'ultimo saluto a Francesco Sparaccio, l'ex boss della Scu morto in cella dopo una lunga agonia, e dopo aver chiesto invano d'essere ricoverato in ospedale. Il corpo del 53enne,contrabbandiere di rango condannato all'ergastolo per omicidio, è arrivato a Brindisi nella tarda serata di ieri, dopo l'autopsia eseguita nell'istituto di medicina legale di Caserta disposta d'ufficio dalla procura campana.

Fascicolo al momento contro ignoti, almeno fintanto che l'esame necroscopico non chiarirà il perché di quella morte precoce, inattesa, tanto più dolorosa e inaccettabile. Nella lunga, appassionata omelia, il parroco ha ribadito più e più volte che "Dio riserva un posto nel suo cuore per tutti", che "gli errori commessi in terra trovano certamente il perdono del Padre, se il pentimento è profondo e sincero". Rita Russo, in prima fila accanto ai parenti del boss, la donna che aveva votato la sua vita a Francesco Sparaccio, ha ascoltato in un silenzio composto, devoto.

Aveva il volto sfigurato dal dolore e dalla stanchezza. Saputa la notizia della morte del compagno, si è precipitata nel carcere di Carinola, ha atteso in una stanza d'albergo che l'autopsia giungesse al termine, ha ripreso la strada di ritorno a casa accompagnando il corpo senza più vita del compagno. Non ha rinunciato a seguire fino all'ultimo istante il viaggio dell'uomo che amava più di se stessa, malgrado tutto. Ha cercato di proteggerlo e di salvarlo, invano.

L'ex boss della Sacra corona unita stava scontando l'ergastolo per l'omicidio di Francesco Incantalupo, scomparso la sera del 12 aprile 1992 e mai più ritrovato, uno dei primi casi di lupara bianca in terra di Brindisi. Non sarebbe mai più ritornato a una vita normale, Francesco Sparaccio lo sapeva e lo sapeva anche la sua donna, sebbene di quel delitto che gli era costato la condanna definitiva al fine pena mai, si era sempre proclamato innocente. Il Tribunale di Brindisi prima, la sentenza della Corte d'assise d'appello di Lecce del 24 marzo 2003 poi confermata in Cassazione, avevano attestato il suo ruolo nell'omicidio, sulla scorta delle testimonianze di numerosi pentiti, fra cui Vito Di Emidio.

Per l'omicidio Incantalupo Francesco, Sparaccio era detenuto dal 25 settembre 2003, giorno in cui viene scovato dalla guardia di finanza in casa della convivente dopo sei mesi di latitanza. Quella notte, Francesco Sparaccio si era rifugiato proprio in casa di lei, Rita Russo. Una sosta dalla fuga a perdifiato per sottrarsi al carcere a vita cui quella sentenza che ha sempre rigettato come ingiusta, lo condannava. Da sei anni era detenuto nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta. La donna della sua vita andava a trovarlo ogni volta che le era concesso. Qualche mese addietro l'ex boss aveva cominciato ad accusare dolori per i quali chiedeva sempre più frequentemente assistenza infermieristica.

Se ne lamentava con Rita, veniva curato con antidolorifici, anche per via endovenosa, dagli effetti sempre più blandi. Il 25 gennaio Rita Russo si reca nello studio del legale Daniela D'Amuri, chiede aiuto, "Franco sta male avvocà, sta male, noi i soldi per mandargli un medico in carcere non ce li abbiamo, lo devono ricoverare". Parte in giornata l'istanza con la richiesta di ricovero urgente. L'avvocato denuncia al magistrato di sorveglianza le condizioni di salute del proprio assistito, ne sottolinea la gravità e il timore, assai fondato, che il malessere degeneri. Se il magistrato abbia mai disposto il ricovero, non è dato sapere.

Certo è che Francesco Sparaccio in ospedale non c'è mai arrivato. E' morto a mezzanotte di domenica scorsa, nella cella dov'era recluso, l'esito dell'autopsia dirà perché e se quella morte si poteva scongiurare. Se il diritto alla salute, che è diritto universale di ogni persona, è stato riconosciuto anche all'ex boss condannato per omicidio. E' la protesta muta, silenziosa e gravida di dolore e rabbia che si è levata questa mattina all'uscita del feretro dalla chiesa dei Salesiani. Un addio accompagnato da una invocazione di giustizia.

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