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Crocefisso Geusa

Crocefisso Geusa

I "nipotini di Riina" non risparmiarono neppure il ginecologo delle loro mogli

S.PIETRO VERNOTICO - Proseguono le testimonianze delle vittime nell’aula bunker dove questa mattina si è celebrata l’ennesima udienza del processo a carico dei giovani sampietrani devoti a Totò Riina. Di fronte al collegio giudicante presieduto da Gabriele Perna, hanno parlato il medico ginecologo Marcello Potì, il titolare di una rivendita di ricambi d’auto e la titolare di un distributore Aviolamp a Squinzano. Il medico ha parlato per primo, raccontando di avere avuto in cura le rispettive mogli di Roberto Trenta e Michele Turco, due degli imputati finiti un anno dopo alla sbarra, anche per la rapina in questione.

S.PIETRO VERNOTICO - Proseguono le testimonianze delle vittime nell'aula bunker dove questa mattina si è celebrata l'ennesima udienza del processo a carico dei giovani sampietrani devoti a Totò Riina. Di fronte al collegio giudicante presieduto da Gabriele Perna, hanno parlato il medico ginecologo Marcello Potì, il titolare di una rivendita di ricambi d'auto e la titolare di un distributore Aviolamp a Squinzano. Il medico ha parlato per primo, raccontando di avere avuto in cura le rispettive mogli di Roberto Trenta e Michele Turco, due degli imputati finiti un anno dopo alla sbarra, anche per la rapina in questione.

L'assalto subito due anni fa, esattamente il 26 marzo 2009 è stato descritto con dovizia di dettagli. I banditi sono due, armati di pistola, hanno il volto coperto. Uno preme l'arma con tanta violenza che gli escoria la tempia. La vittima consegna ai banditi tutto quel che ha, la valigetta con gli attrezzi del mestiere, 850 euro in contanti e un cellulare. Il medico torna a casa alleggerito di valigetta, all'interno della quale conservava una sonda per ecografia trans-vaginale, e di tutti i contanti, oltre che del telefonino. La borsa sarà poi ritrovata, su indicazione di Tafuro, in una cisterna di raccolta delle acque piovane e da lì a poco il giovane pentito Davide Tafuro svela nomi e cognomi dei banditi di quella notte: Crocefisso Geusa e lui stesso.

"Abbiamo fatto un primo sopralluogo - dichiara il reo confesso - in quella occasione abbiamo desistito perché vidi che il medico era una persona anziana e avevo paura che potesse accusare un malore per la rapina". La defezione irrita il capo, che ribadisce l'ordine perentoriamente, i due tornano all'assalto il 26 marzo. "Dopo aver scavalcato il muretto che delimita la ferrovia, ci siamo indirizzati verso il ginecologo che era intento a chiudere il cancelletto della villetta in cui aveva lo studio". Tafuro lo minaccia pistola alla mano, Geusa e un altro lo aggrediscono con le mani per farsi consegnare la valigetta e il denaro. "Ricordo che io gli puntai la pistola a distanza ravvicinata e questi, per chinarsi a raccogliere qualcosa che gli era caduto urtò alla pistola con la testa", dice il pentito, racconto che perfettamente coincide con la testimonianza resa in aula dal ginecologo.

Non è stata l'unica. Dopo Potì hanno parlato, ciascuno per la sua parte e con il proprio particolare carico di terrore, anche Gianmaria Macchia, titolare dell'omonima rivendita di ricambi auto in via Brindisi, a San Pietro Vernotico, e Sandra Greco, titolare di un distributore Aviolamp Squinzano. Vittima di un tentativo di estorsione il primo, di una rapina la seconda, entrambi scossi dalle rispettive esperienze a contatto con i giovani criminali di periferia. Entrambi racconti che hanno trovato puntale riscontro nei racconti del pentito, a chiudere il cerchio.

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