Domenica, 24 Ottobre 2021
Cronaca Fasano

I parroci di Fasano ribadiscono l'opposizione al casinò: "Gravi rischi sociali"

Ieri sera la decisione di inviare un appello al commissariob straordinario del Comune. Riproposto il testo di una analoga posizione assunta nel 2007: la città non può correre il rischio di subire nuovamente infiltrazioni malavitose legate al riciclaggio e all'usura

FASANO – Sono trascorsi otto anni da quando scoppiò la prima querelle attorno all’ipotesi di apertura di un casinò a Fasano (con l’intermezzo della famosa puntata di Italian Job e del finto emissario di una cordata russa), ed ora si riparla dell’apertura di una casa da gioco alla Selva. Affari, lavoro, riflessi destagionalizzati sul turismo e l’industria ricettiva locale, dicono i sostenitori del casinò, che rientrerebbe in un progetto di raddoppio della rete delle strutture per il gioco d’azzardo legalizzato in Italia, per ora appannaggio soprattutto dell’online. Un no secco invece proviene ancora una volta dalla chiesa locale.

Non è ufficialmente la Curia a schierarsi, ma sono i parroci della città. Tuttavia è significativo che il loro portavoce nella nuova opposizione al casinò sia don Sandro Ramirez, vicario per Fasano del vescovo di Conversano-Monopoli , monsignor Domenico Padovano. Stamani una nota alla stampa, che aggiorna solo cronologicamente e non nella sostanza quella che fu la posizione espressa nel 2007 dalle parrocchie cittadine e delle frazioni: no al casinò a Fasano.

La casina Municipale a Selva di FasanoAllora era più vicino il ricordo degli anni in cui Fasano era la sede di una criminalità organizzata potente, che controllava il traffico di sigarette nella zona a cavallo tra le province di Brindisi e Bari e intratteneva rapporti saldi con clan camorristici e mafiosi anche per affari di droga. Come per Brindisi, l’inquinamento economico e sociale fu pesante. La chiesa locale perciò, a sette anni dall’Operazione Primavera che aveva stroncato quei vincoli e quel mercato illegale, si oppose ai rischi che una grande casa da gioco avrebbe comportato per il territorio. L’altra faccia di un indotto che non avrebbe garantito solo benefici, ma anche il pericolo di infiltrazioni malavitose.

Il vicario del vescovo, don Sandro Ramirez, nella nota odierna, si limita praticamente a riportare lo stesso documento del 2007: “Quanto allora dichiarato viene oggi in toto riconfermato nella speranza che il commissario straordinario che oggi esercita le funzioni amministrative possa trovare soluzioni alternative dichiarando la nostra disponibilità, se lo ritenesse opportuno, a incontrarlo per meglio chiarire la nostra posizione su una iniziativa che non potrà trovarci silenziosamente consenzienti, oggi come otto anni orsono”, scrive nel comunicato stampa.

La decisione è stata presa ieri sera: i parroci riuniti “ribadiscono ferma contrarietà a tale ipotesi, confermando quanto già espresso in proposito con la lettera datata 12 luglio 2007 che fu indirizzata all’amministrazione comunale  allora guidata dal sindaco Di Bari”. Le motivazioni non cambiano, i rischi sono immutati. La società locale verrebbe esposta nuovamente, forse in maniera meno evidente ma non meno pesante, al disagio morale e materiale della convivenza con interessi legati alle attività di riciclaggio, usura e quant’altro.

Un viale a Selva di FasanoLa comunità ecclesiale di Fasano allora ripropone quel testo di otto anni fa inviato al sindaco Lello Di Bari: “Dopo aver ascoltato i confratelli parroci e facendo eco agli interventi del magistero dei vescovi italiani a riguardo, mi permetto di farle notare la inopportunità, per un territorio a rischio come il nostro, di impiantare delle attività del genere che spesso sono portatrici di un indotto legato al riciclaggio, all’usura e a tanti altri mali”.

“La storia non troppo remota di Fasano (alcune generazioni cresciute nell’illusione che i soldi non vanno guadagnati col sudore della fronte, ma recuperati in qualunque modo!) non ci consente di pensare che la nostra città abbia sviluppato tutti gli anticorpi necessari; anzi, a nostro parere – sostennero nel 2007 i parroci -  è come mettere un malato in mezzo alla corrente dopo che si è appena appena ripreso da una pericolosa broncopolmonite”. Il riferimento ai lunghi anni del contrabbando e delle presenze di mafie di altre regioni, e quindi all’Operazione Primavera, era evidentissimo.

Fasano non era ancora guarita del tutto, e per i parroci della città non lo è ancora oggi, e non può essere esposta ad alcun rischio: “Pensiamo che Fasano abbia bisogno e urgenza di tante cose, meno che di un casinò. Le statistiche, per esempio, delle fondazioni antiusura ci dicono quanto sia grave e diseducante per una comunità pensare che i problemi della vita possano essere risolti al tavolo da gioco. Quante famiglie si sono rovinate per questo, dopo aver creato dipendenza dal gioco e tanta corruzione morale e culturale.  Pensiamo che ci siano altri modi di attirare turisti a Fasano; e che comunque l’imperativo del turismo a Fasano non possa essere pagato a qualunque prezzo!”, si affermava nel documento di otto anni addietro. Un prezzo che per la Chiesa locale non va pagato neppure oggi.

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