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Domenica, 16 Gennaio 2022
Cronaca

I riti della Nuova Scu, il pentito, il sindaco-avvocato: scintille al processo

BRINDISI - Una formula di affiliazione, un interrogativo, rivolto al sindaco-avvocato di Cellino San Marco, e un progetto d’omicidio. Sono questi gli ingredienti della seconda puntata dedicata alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Davide Tafuro, romanzo criminale che vede per protagonisti i nipotini di Totò Riina, i giovani della Nuova Scu marchiata San Pietro Vernotico, tutti alla sbarra per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsioni, rapine e traffico di stupefacenti.

BRINDISI - Una formula di affiliazione, un interrogativo, rivolto al sindaco-avvocato di Cellino San Marco, e un progetto d'omicidio. Sono questi gli ingredienti della seconda puntata dedicata alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Davide Tafuro, romanzo criminale che vede per protagonisti i nipotini di Totò Riina, i giovani della Nuova Scu marchiata San Pietro Vernotico, tutti alla sbarra per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsioni, rapine e traffico di stupefacenti.

Lunga puntata che si è celebrata ieri mattina in aula, fra ragazzi dallo sguardo torvo che rischiano vent'anni, e parenti assiepati dietro i vetri dell'aula bunker, per strappare uno sguardo e un sorriso, un bacio in punta di dita, ai figli. Fra gli uni e gli altri, lo stuolo di legali del collegio difensivo, la pubblica accusa e, su tutto, la corte che sarà chiamata a giudicare su capi d'imputazione catapultati al presente da un passato che pareva remoto.

Capitolo primo, il rito. "Battezzo questo locale con ferri e catene", era questo l'incipit della formula di affiliazione per i nipotini di Totò Riina, di cui Tafuro ha parlato per la prima volta pubblicamente non lesinando particolari alla platea silenziosa e attenta. I magistrati inquirenti, Alberto Santacatterina e Milto De Nozza, hanno accolto le richieste dei legali, che chiedevano di acquisire agli atti il verbale del 12 gennaio 2010, in cui il giovane collaboratore di giustizia, 22 anni appena, svelava per la prima volta il rituale riservato agli affiliati di nuova generazione.

"La mia affiliazione è avvenuta in casa di Roberto Trenta, il mio capo, che per me era anche un fratello. Di sabato, come per tutti gli altri. C'era anche Fabrizio Annis. Dovevo portare una stecca di Marlboro, e solo di Marlboro rosse, e un vassoio di pasticcini", ha detto il 22enne. A chi chiedeva perché proprio quella particolare marca di sigarette, Tafuro non ha saputo rispondere. Al "perché i pasticcini?", ha replicato con una intuizione: "Forse perché era una festa, la mia festa". Già, una sorta di battesimo di sangue, con tanto di gozzoviglie a corredo, rituali anche quelle. "Annis mi ha chiesto cosa rappresenta un picciotto e io ho risposto che è una sentinella che gira e rigira, e tutto quello che sente e vede porta in società", domande e risposte scritte, di cui Tafuro non coglie bene il senso. Non sa fornire spiegazioni, agli avvocati che incalzano. Sa solo di avere recitato il copione con la sola consapevolezza che quello è passaggio obbligato per entrare a far parte della "onorata società".

La cerimonia finisce con il rito dei riti, il santino bruciato "nelle mani dell'affiliato, il quale non poteva lasciarlo cadere fino a quando non si fosse spenta la fiamma, anche a costo di bruciarsi le mani". Vecchi rituali e nuove precauzioni. Tafuro ha detto ancora: "Il Trenta Roberto mi disse che, a differenza di quanto accadeva in passato, nelle nuove procedure di affiliazione non venivano invitati i capi famiglia di zona dei territori circostanti, per motivi precauzionali. Adesso infatti l'affiliazione prevede la sola presenza del capozona, di colui che deve essere affiliato e della persona a carico di cui viene fatta l'affiliazione".

Capitolo secondo, il sindaco-avvocato. "Ma come avvocà, lei mi chiede se io andavo a trovare Geusa quando era ai domiciliari, non se lo ricorda che ci siamo trovati a casa sua?". Così ha risposto il giovanissimo collaboratore di giustizia al primo cittadino di Cellino San Marco, Francesco Cascione, comparso in aula nei panni di difensore dei caporioni in erba dietro le sbarre, autore di un lungo controesame dell'imputato. La replica di Tafuro ha meritato il risamaro della platea, del giudice Gabriele Perna, della pubblica accusa, dello stesso collegio difensivo, riportando prepotentemente agli onori delle cronache il conflitto, vero o presunto, di ruoli, fra il primo cittadino, protagonista dei tavoli della legalità per contrastare l'emergenza di fenomeni mafiosi, e l'avvocato, difensore di presunti mafiosi in erba.

Delle due l'una, dice più di qualcuno, "Cascione deve scegliere". E' l'invito urlato più volte, a viva voce, dall'ex sindaco di San Pietro Vernotico, Giampiero Rollo, sempre presente in aula, sempre in prima linea, anche nella costituzione di parte civile. Un conflitto che va sanato, lo ha detto anche il sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano nel recentissimo vertice convocato a Francavilla Fontana, perché se non è "questione di legittimità, è questione di etica".

Capitolo terzo, il progetto di sangue. "Dovevamo ammazzare Alessandro Blasi", ha detto candidamente Davide Tafuro. Il controesame dei difensori a carico del collaboratore di giustizia ha svelato l'incipit - e solo quello - di un terzo capitolo, che potrebbe essere oggetto di un ulteriore stralcio processuale. Il piano faceva parte di una strategia di eliminazione reciproca, la vecchia storia della guerra fra bande, necessaria a stabilire predomini e gerarchie. Due galli nello stesso pollaio non ci potevano più stare, questo ha lasciato intendere il giovane collaboratore. Ed era suonata l'ora di eliminarne uno. A dispetto del giuramento di fratellanza pronunciato all'atto dell'affiliazione. Il progetto omicida prefigura il salto di qualità nel livello criminale dei nipotini di Totò Riina, fermati in tempo. Poco prima che altro sangue, non solo quello dei conigli sgozzati e per intimidire il sindaco, fosse versato.

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