Sabato, 23 Ottobre 2021
Cronaca

Un brindisino all'Heysel: "La percezione della tragedia solo alla fine"

Ventinove maggio 1985. Ricorre venerdì prossimo il trentesimo anniversario della strage dell’Heysel, lo stadio di Bruxelles, dove persero la vita 39 persone, 32 italiane tra cui il mesagnese Alberto Guarini. Le immagini di un giorno tanto triste continuano ad essere stampate negli occhi di chi era presente. E la conferma di questo viene proprio da un brindisino, l’architetto Carlo Faccini

BRINDISI - Ventinove maggio 1985. Ricorre venerdì prossimo il trentesimo anniversario della strage dell’Heysel, lo stadio di Bruxelles, dove persero la vita 39 persone, 32 italiane tra cui il mesagnese Alberto Guarini. Malgrado il tempo trascorso, il ricordo di una notte così tragica è ancora vivo nella mente di molti. Una sfida, quella tra Juventus-Liverpool nella finale di Coppa dei Campioni dell’85, vinta, poi, dalla “Vecchia Signora, che ha segnato per sempre il mondo del calcio moderno e che, ancora oggi, è impossibile da dimenticare.

La tragedia dell'Heysel-2Le immagini di un giorno tanto triste continuano ad essere stampate negli occhi di chi era presente. E la conferma di questo viene proprio da un brindisino, l’architetto Carlo  Faccini che, contattato da BrindisiReport.it, a distanza di anni, ha ripercorso quella drammatica esperienza che ricorda come se fosse ieri. “E’ passato tanto tempo – racconta Faccini - , ma ogni volta che ne parlo mi vengono i brividi. Avevo 32 anni, ero giovane, ma con la testa sulle spalle e ricordo perfettamente che quel giorno, nonostante l’entusiasmo, la gioia di stare lì fossero immensi, sin da subito ebbi la percezione che stava per accadere qualcosa.”

Una sorta di presentimento “salva-vita” per lui e per chi era al suo fianco. Sì, perché, stando a quanto ha raccontato, Faccini, arrivato a Bruxelles,  si rese conto che in curva, dove aveva acquistato il biglietto, c’era una confusione mai vista prima, tale da capire che quella davanti ai suoi occhi di lì a poco sarebbe diventata una situazione davvero molto pericolosa.

La tragedia dell'Heysel 2-2-2“Mi accorsi, notando una serie di movimenti strani  tra la tifoseria inglese – prosegue l’architetto – che il clima non era dei migliori. Allora, mentre persi di vista mio fratello Antonio che si allontanò con altra gente, presi con me il più piccolo, Stefano e, insieme con un amico, ci allontanammo con l’intenzione di non restare lì, ma di andare a vedere la partita in un bar nelle vicinanze. Cambiammo idea, quando andando via, mi resi conto che avevano aperto l’entrata della tribuna centrale, quasi completamente vuota e dove provammo a sederci, riuscendo così a vedere tutta la partita.” Nessuno, infatti, se non i coinvolti nello scontro, si accorse della strage che era scoppiata poco prima del match per mano dei tifosi del Liverpool, i cosiddetti hooligans che, già in passato, si erano resi autori di atti vandalici e teppistici.

“A parte un po’ di caos, qualche oggetto lanciato all’inizio, noi che avevamo ormai preso posto da tutt’altro lato – dice ancora Carlo Faccini  - non ci accorgemmo di nulla: vedemmo la gara e poi, solo una volta usciti dallo stadio, non trovando più neanche il pullman che da Bruxelles doveva portarci all’aeroporto di Ostenda per prendere il volo di ritorno, venimmo messi al corrente di quanto accaduto. Furono, infatti, le forze dell’ordine che, d’accordo con gli organizzatori, decisero di far giocare ugualmente la partita tentando di ovattare la notizia il più possibile, questo per non  creare giustamente ulteriori tensioni.”

Heysel 3-2Solo la mattina dopo, attraverso tv e giornali, Faccini e gli altri scoprirono tutto, venendo a conoscenza anche di tragici eventi, quelli che occhi e orecchie mai avrebbero voluto vedere e sentire. “Il giorno seguente – ricorda Carlo - mi rincontrai con mio fratello  più grande, Antonio. Più leggevo i giornali e sempre meno era la forza che avevo per commentare. Seppi che Alberto Guarini (il ragazzo mesagnese che rimase coinvolto nel tragico evento, ndr) con cui avevo condiviso il viaggio di andata aveva perso la vita. Quella notizia per me fu come una doccia fredda, ci ho messo del tempo ad imparare a convivere con quel dolore, ancor più perché conoscevo bene quel ragazzo, più volte avevamo anche giocato insieme a tennis.”

Una tragedia che non stava né in cielo, né in terra e che non troverà mai una spiegazione valida. “Sono passati 30 anni – conclude Faccini – ma ho impresso ben in mente tutta la storia. Conservo ancora oggi il biglietto in curva per quella finale. Certo, devo dire, che il fatto che all’epoca non ci fossero telefoni cellulari, che erano poche le forme di sicurezza, credo che incise notevolmente sull’accaduto, aggravando di conseguenza tutta la situazione. Oggi, da questo punto di vista, c’è molta più attenzione. Ciò sempre fermo restando che per una tragedia del genere non esistono giustificazioni di alcun tipo. Quello doveva solo essere un giorno di festa.”

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