Il giallo dello scoppio nel laboratorio

Non fu un piccolo incendio, ma una esplosione che provocò seri danni nei laboratori di via Tuscolana, dove ha sede la sezione “esplosivi” del dipartimento di polizia scientifica di Roma. Tra le 12mila pagine divise in 13 faldoni del fascicolo processuale in cui sono confluiti tutti gli atti più rilevanti dell’inchiesta sulla strage della Morvillo Falcone c’è anche la perizia tecnica sull’incidente del 2 luglio, quando uno dei reperti (si tratta di materiale esplodente di Giovanni Vantaggiato, il killer reo confesso) si autodistrusse misteriosamente.

I resti di una delle bombole caricate con nitrato di ammonio esplose davanti alla Morvillo

Non fu un piccolo incendio, ma una esplosione che provocò seri danni nei laboratori di via Tuscolana, dove ha sede la sezione “esplosivi” del dipartimento di polizia scientifica di Roma. Tra le 12mila pagine divise in 13 faldoni del fascicolo processuale in cui sono confluiti tutti gli atti più rilevanti dell’inchiesta sulla strage della Morvillo Falcone c’è anche la perizia tecnica sull’incidente del 2 luglio, quando uno dei reperti (si tratta di materiale esplodente di Giovanni Vantaggiato, il killer reo confesso) si autodistrusse misteriosamente.

Non sono chiare le cause dell’incidente. Vi sono diverse raffigurazioni, però, delle conseguenze arrecate nelle stanze della Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato. Nel corridoio che conduce alla zona in cui erano riposti i materiali si sono staccati i pannelli del soffitto. Danni anche nel laboratorio “Preparativa – settore integri” vicino alla stanza “epicentro” dell’esplosione.

Gli operatori della Scientifica che hanno effettuato i rilievi hanno constatato diverse chiazze nere sul pavimento, numerosi frammenti plastici andati in fumo, quindi il disastro, nella stanza in questione, protetta da una porta tagliafuoco (completamente aperta ma con le serrature chiuse e il telaio divelto in corrispondenza delle cerniere). Finestre rotte. I cassetti degli armadi che custodiscono i reperti del laboratorio, tutti esplosivi, erano chiusi.

“Sul pavimento a ridosso dell’armadio di destra poggiano una bombola per il gas di colore celeste, avvolta da cellophane trasparente e a seguire 4 taniche in plastica verde”. Rinvenuto anche “un cilindro di colore beige di 20 centimetri con all’estremità dei fili in metallo”. E poi ancora cartone bruciato, le pareti tutte annerite, materiale di colore verdastro liquefatto dalla combustione.

Anche altre tre stanze adiacenti sono state interessate dagli effetti della deflagrazione: in una c’è una deformazione dei muri, i mobili si sono staccati e si sono rovesciati. Si è staccato il pannello elettrico affisso alla parete. I frammenti si sono sparsi perfino all’esterno, entro un raggio di 20 metri. Cosa ha provocato il boato e le fiamme che ne sono scaturite? L’episodio non è stato spiegato, se non come un incidente avvenuto proprio per l’alta pericolosità dei materiali. Nel centro più attrezzato d’Italia per la conservazione e il trattamento di esplosivi.

L’episodio conferma l’ipotesi che Vantaggiato non producesse miscele rudimentali, ma esplosivo che richiedeva grandi cautele sia nella fase della preparazione che della conservazione. Poteva avvenire tutto ciò copiando le procedure da internet e manipolando le sostanze in un uliveto?

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