Il maresciallo si difende: "Mi volevano uccidere, e sono stato arrestato"

BRINDISI – “Mi volevano uccidere e invece sono stato arrestato”. Vito Maniscalchi, maresciallo dell’Arma dei carabinieri pronuncia queste parole tra le lacrime. Un omone grande e grosso, abituato ad un lavoro duro come può essere quello dei carabinieri, cede all’emozione e al dolore per la vicenda che lo coinvolge assieme ai suoi superiori e a colleghi dell’Arma. Una vicenda, secondo l’accusa, di falsi verbali, di un attentato inventato (contro Maniscalchi dovevano lanciare una o due bombe a mano), arresti arbitrari.

Il capitano Damiano Delli Santi

BRINDISI – “Mi volevano uccidere e invece sono stato arrestato”. Vito Maniscalchi, maresciallo dell’Arma dei carabinieri pronuncia queste parole tra le lacrime. Un omone grande e grosso, abituato ad un lavoro duro come può essere quello dei carabinieri, cede all’emozione e al dolore per la vicenda che lo coinvolge assieme ai suoi superiori e a colleghi dell’Arma. Una vicenda, secondo l’accusa, di falsi verbali, di un attentato inventato (contro Maniscalchi dovevano lanciare una o due bombe a mano), arresti arbitrari.

“Noi abbiamo fatto solo in nostro dovere – dice con voce concitata Maniscalchi nel corso dell’interrogatorio cui è stato sottoposto questa mattina -. Mi volevano uccidere. Maria Loparco si voleva vendicare di me perché io avevo ficcato il naso nei suoi traffici di droga e avevo perquisito l’abitazione di Mary Palmisano, una ragazza di Ostuni che lavorava per lei. Carmelo Vasta (convivente della Loparco, ndr) era solo ospite all’epoca nella casa della Loparco. E’ lei che mi voleva morto, Vasta ha fatto solo da intermediario”.

Il processo inizia attorno alle 10. Assente l’albanese Marvin Strazimiri, (detenuto per altra causa, ha rinunciato a comparire): è stato lui dopo avere collaborato sul presunto attentato a Maniscalchi con i carabinieri della Compagnia di Fasano, presso la quale lavorava il maresciallo, ad accusarli di avere montato tutto, di essere stato istruito sul da farsi e su quello che doveva dire. Non è presente nemmeno il colonnello Agostino Squeo,  all’epoca comandante provinciale.

L’udienza, così come calendarizzata, sarà dedicata esclusivamente all’interrogatorio di Vito Maniscalchi, attualmente agli arresti domiciliari a seguito dell’ordinanza emessa qualche giorno fa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari Michele Parisi per il reato di concussione: con il suo collega Luigi Lops, appuntato, entrambi in servizio nella stazione carabinieri di Locorotondo, al termine di una perquisizione si sarebbero fatti consegnare una decina di salami che un 64enne di Locorotondo aveva prodotto per sé.

Ovviamente è tutto da dimostrare. C’è la parola dei due carabinieri contro quella del denunciante la cui abitazione fu perquisita dai due dopo che era stato consumato un furto di bestiame e, a loro dire, sospettavano che ce li avesse questo signore. Ma torniamo al processo in corso. Ci sono tutti gli altri imputati: il capitano Cosimo Delli Santi, il tenente Vincenzo Favonio, i marescialli Gioacchino Bonomo, Stefano De Masi e Denis Michelini, gli appuntati Vito Bulzacchelli e Fabrizio Buzzetta, tutti all’epoca dei fatti (è il 18 gennaio 2005 quando vengono arrestati), in servizio presso la compagnia di Fasano.

Presenti Carmelo Vasta e Maria Loparco, costituitisi parte civile per l’arresto arbitrario cui furono sottoposti la notte del 6 marzo 2004, quando, sempre stando all’accusa, i carabinieri, servendosi di Strazimiri, portarono due bombe a mano nella loro casa, a Ostuni. Prima di iniziare l’interrogatorio di Maniscalchi, il difensore del capitano Delli Santi, avvocato Mariani, ha eccepito l’inutilizzabilità dell’incidente probatorio  a cui furono sottoposti Maniscalchi, Vasta, Loparco e Strazimiri. “La norma parla di esame di persona su responsabilità di altri e non sulle proprie responsabilità, come è stato nel caso del maresciallo Maniscalchi”.

Il pubblico ministero Antonio Negro ha spiegato al Tribunale (presidente Perna, giudici De Angelis e Toscano) che Maniscalchi fu sentito sui reati degli altri imputati e non sui suoi, “tanto è vero – ha affermato – che il giudice Alcide Maritati e gli stessi difensori di Maniscalchi, quando sono stati toccati punti che potevano riguardare lui in prima persona, hanno bloccato le domande”. Dopo un camera di consiglio di una ventina di minuti, la richiesta dell’avv. Mariani, alla quale si erano associati tutti gli altri difensori degli imputati, è stata respinta.

E’ iniziato l’interrogatorio di Maniscalchi da parte del suo difensore, avvocatessa Zito.  Innanzi tutto il sottufficiale ha raccontato come si è avvicinato all’Arma. Figlio di carabiniere, ha prestato servizio a Carovigno come vice comandante. Da quella stazione viene trasferito su due piedi per incompatibilità ambientale. “Perché facevo il mio dovere, non guardando in faccia a nessuno – dice al Tribunale -. Avevo arrestato il figlio del comandante dei vigili urbani perché avevo scoperto che coltivava droga e questo mi costò il trasferimento”.

Arrivò a Fasano quando a comandare giunse il capitano Delli Santi. “Mi volle nel Nucleo operativo, nella prima squadra, quella che si dedicava prevalentemente alla criminalità organizzata. Dovevo controllare i malavitosi di Locorotondo, Ostuni e Carovigno. Soprattutto Ostuni e Carovigno erano territori brutti. Ostuni la definivo ‘l’accademia delle rapine’, Carovigno era terreno di Vito Di Emidio, con il quale ho avuto dei conflitti a fuoco”.

Strazimiri lo conosce dopo un arresto. Da quel momento l’albanese chiede di collaborare. “Ci consegna una pistola – racconta Maniscalchi – ma non vuole andare in carcere. E lo sistemiamo in un albergo, assieme alla sua compagna. L’Arma dei carabinieri è una piramide. Io prendevo disposizioni dal mio diretto superiore, il tenente Favoino”.

Le domande dell’avvocatessa Zito approdano all’attentato che Maniscalchi doveva subire. “Quel pomeriggio Strazimiri mi volle vedere a tutti i costi. Ero stanco, tornato appena dal lavoro. Quando venne a casa mia lo ricevetti sulla porta e lui mi spinse dentro perché non voleva che qualcuno lo vedesse. Mi disse che volevano uccidermi”.

Da quel momento la vicenda assume contorni concitati. Viene contatto Favoino, che a sua volta contatta il capitano Delli Santi e questi il colonnello Squeo. Parla della riunione serale nella compagnia di Fasano alla quale partecipa Squeo nel corso della quale l’alto ufficiale avrebbe detto: “A questi gli dobbiamo rompere il c… andateli a prendere”. Maniscalchi non vorrebbe andare. “Non mi sentivo bene – dice – ma il capitano, mentre uscivo dalla stanza  mi prese per un braccio dicendomi che non potevo mancare”.

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Quindi ha raccontato delle bombe trovate in casa di Vasta e Loparco, del loro arresto. Ed ha parlato anche del suo arresto, dell’incredulità di fronte a quel provvedimento restrittivo. Ha spiegato che ogni cosa che faceva era verbalizzata. Che lui non è stato mai colluso con i malviventi. Che quando ha dato il numero del cellulare al confidente Strazimiri ha immediatamente fatto una relazione al suo superiore. L’udienza si è protratta sino alle 17. Maniscalchi è stato interrogato solo dal suo difensore. Il processo è stato aggiornato al 30 aprile. Ci sarà il controesame del maresciallo da parte del pubblico ministero.

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