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Violenza sulle donne e la subdola cultura della sopraffazione

La violenza di genere non è solo un problema inerente la sicurezza ed incolumità fisica e psicologica di donne minori che la subiscono, ma è la discriminazione in pectore di una cultura legata al mito della forza che svilisce la donna

Giovedì 30 giugno numerose donne hanno sfilato lungo le strade di Brindisi, al grido “Libere di essere!” Lo slogan ribadito ad alta voce dalle manifestanti, e condiviso da tutti gli individui inglobati dalla civiltà contemporanea, pone in maniera sempre più decisa l’attenzione su atti di violenza cui molte donne sono ancora vittime.

La ratifica da parte dell’Italia della convenzione di Istanbul dovrebbe dare un sincero impulso al contrasto della violenza, punendo i colpevoli e proteggendo le vittime, seguendo però un modello d’intervento nelle emergenze piuttosto che di prevenzione di questi odiosi comportamenti.

La violenza di genere non è solo un problema inerente la sicurezza ed incolumità fisica e psicologica di donne minori che la subiscono, ma è la discriminazione in pectore di una cultura legata al mito della forza che svilisce la donna limitandone la propria individualità. Le conseguenze finali si caratterizzano nella lesione dei diritti fondamentali: il diritto alla vita, alla sicurezza e alla dignità.

Se i numeri relativi le denunce lasciano ogni anno interrogativi su come sia possibile assistere ancora a certe aggressioni, desta molto più stupore il gran numero di casi di brutalità non denunciati, rendendo le vittime parte di un ciclo culturale che vede nella falsa dignità familiare e nell’omertà lo spazio di manovra in cui la violenza può propagarsi senza rimorsi.

Assistiamo al perpetrarsi di modelli sociali ancestrali che fanno ancora capolino nonostante le battaglie e le conquiste che il mondo femminile, appoggiato dalla sensibilità e dalla civiltà crescente delle nostre società, ha raggiunto nel XX secolo.

In effetti, ciò che manca è lo scardinamento dei vecchi codici di genere: non esistono donne deboli e uomini violenti, ma individui che hanno assistito a episodi de debolezza e violenza, la cui esposizione può aver fatto credere che tali modelli si debbano ripetere in modo assolutistico. La prima forma di prepotenza è lo stereotipo che crea categorie entro cui ogni individuo decide più o meno liberamente di entrarci.

In questi contesti gli uomini aggressivi diventano ombre opprimenti, quasi come se fosse nella loro natura, e le donne che subiscono abusi vengono innalzate a icone d’ingiustizia, non scardinando i meccanismi più reconditi che renderanno la violenza, sia fisica che psicologica, ancora presente e giustificabile in alcune culture.

Gli echi di questa bestialità arrivano però quotidianamente tramite messaggi subdoli anche nelle nostre case e nei nostri sistemi di valori. Infatti, non si può negare che la figura femminile spesso viene degradata a livello di prodotto commerciale con processi che promuovono l’oggettivizzazione del corpo, quale unico strumento per acquisire valore e supporto sociale.

Fortunatamente i processi culturali non sempre sono prevedibili e in pochi nel secolo scorso avrebbero previsto una cospicua presenza di donne negli ambienti accademici, universitari e produttivi della nostra società. C’è ancora tanto da fare ma tutto questo sarà ancor più semplice quando si smetterà di prestare il fianco a rari sistemi psicologici che vedono nella limitatezza del corpo e non nella totalità personale il valore di un individuo.

Il corpo è finito, ha limiti e debolezze ben visibili di cui poter approfittare, le potenzialità della psiche, viceversa, sono illimitate ed è questa la principale arma che ogni individuo possiede per prevenire situazioni di pericolo, percependone in largo anticipo il puzzo miserevole dell’arroganza e della prepotenza.

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