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Omicidi e armi, libero il pentito Bullone: chiede la riduzione della pena

Appello bis per Vito Di Emidio condannato a 27 anni per oltre 20 omicidi confessati, da quello di don Ciccio Guadalupi a Giuliano Maglie: in questo troncone non risulta detenuto, la difesa ha ottenuto l'annullamento con rinvio dalla Cassazione. Appello bis anche per Cosimo Poci accusato di associazione mafiosa

BRINDISI – Sulla coscienza ha più di venti omicidi commessi nel Brindisino dal 1982 al 2001, per sua stessa ammissione non li ricorda neppure tutti ma risulta libero: per lo Stato, Vito Di Emidio non è più Bullone, il killer spietato vicino alla Scu, ma un pentito autentico che ha permesso di arrestare chi come lui si è macchiato le mani di sangue. Ora da collaboratore di giustizia, dopo aver evitato l’ergastolo, chiudendo il conto a 27 anni di reclusione, chiede una riduzione della pena e per la Cassazione ne ha diritto.

La Corte di Cassazione

Il trattamento sanzionatorio sarà, infatti, rideterminato dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto a cui la Prima sezione penale della Suprema Corte ha rinviato il 28 gennaio 2015. La prima udienza dell’appello bis era prevista per la mattinata di ieri, ma è stata rinviata per effetto dello sciopero degli avvocati penalisti a cui ha aderito anche il difensore di Di Emidio, Manfredo Fiormonti, del foro di Roma. Ed è in questa circostanza che si è appreso dello status di uomo libero per questa causa, vale a dire per questo troncone processuale, non più sottoposto neppure alla detenzione domiciliare.

I fatti di sangue sono stati ricostruiti con le dichiarazioni rese da Di Emidio, all’indomani dell’arresto, avvenuto il 28 maggio 2001, quando finì fuori strada con l’auto sulla provinciale per San Donaci. Venne soccorso dagli stessi carabinieri che lo stavano inseguendo e portato in ospedale, al Perrino, dove venne sottoposto a intervento chirurgico. Chiamò in correità il cognato Giuseppe Tedesco per gli omicidi di Giuliano Maglie, Giacomo Casale e Leonzio Rosselli, e altre due persone che conosceva, Pasquale Orlando e Daniele Giglio, il primo amico del quartiere Sant’Elia in cui è cresciuto, entrambi riconosciuti colpevoli degli omicidi di Casale e Rosselli. Tutti e tre sono stati condannati in via definitiva al carcere a vita, a fronte della professione di innocenza sostenuta anche nel corso delle udienze. Ergastolo inflitto in primo e secondo grado, ricorsi in Cassazione respinti. Fine pena mai da scontare.

Per Bullone, invece, non c’è stata condanna al carcere a vita come chiesto dal pm a conclusione del processo celebrato in corte d’Assise a Brindisi, ma il riconoscimento delle attenuanti della collaborazione sino ad arrivare ai 27 anni di reclusione. La condanna è stata impugnata in relazione all’aumento di pena in relazione alla detenzione di armi. Ed è su questo aspetto che dovranno esprimersi i giudici d’Appello di Taranto.

Di Emidio risulta, invece, detenuto ai domiciliari “per altra causa” in una località protetta, nota unicamente al Servizio Centrale di protezione. Nel corso del processo a Brindisi Di Emidio scivolò in un black-out temporaneo: in sede di esame disse di non ricordare molto di quel periodo essendo trascorso molto tempo. Secondo i difensori di alcuni degli imputati, si sarebbe trattato di una forma di protesta per il programma di protezione a suo carico che riguardava anche  l'insufficienza del sostegno economico alla sua famiglia. Venne arrestato e poco dopo tornò a ricordare e a ricostruire nel dettagli i fatti contestati.

I suoi ricordi permisero di  ritrovare i resti di Giuliano Maglie, alias Naca-naca, in Montenegro, sotto la cuccia di un cane, all’interno del giardino di una villa che negli anni Novanta era diventata il nascondiglio dei latitanti. Il primo omicidio commesso da Di Emidio fu quello di don Ciccio Guadalupi, l'allora presidente di Assindustria Brindisi, che fu ucciso in un tentativo di rapina messo in atto l'11 ottobre dell'86 all'interno dello stabilimento di pastorizzazione del latte che aveva sede nel rione Casale. Quel delitto gli è stato contestato in corso con un’altra persona, mai trovata. Il mistero resta da anni.

Bullone confessò di aver ucciso:  Vincenzo Zezza, anno 1991, colpito a bordo di una Citroen Dyane; Michele Lerna ammazzato a San Michele Salentino, nel 1997, in camera da letto dopo che Bullone aveva ripulito la sua abitazione. Il 26 giugno del 1998, fu ucciso Salvatore Luperti, ammazzato sulla litoranea Nord di Brindisi, poi il 22 gennaio del 1992 l'omicidio di Nicola Petrachi, che non aveva voluto pagare la quota che spettava al gruppo per il contrabbando di sigarette. Poco dopo, una decina di giorni più tardi, morì Antonio De Giorgi, sotto una pioggia di proiettili davanti a un bar del rione Paradiso. A seguire, la condanna a morte di Antonio Luperti e il ferimento di Giovanni Lonoce, e quindi anche il sequestro e l'omicidio di Giuseppe Scarcia, il cui corpo fu sotterrato. Ancora gli omicidi di Giacomo Casale e Leonzio Rosselli, al Sant'Elia di Brindisi.

Nello stesso troncone processuale, annullamento con rinvio anche per Cosimo Poci: in questo caso, la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato Fabio Di Bello, in relazione all’accusa di associazione mafiosa, per la quale l’imputato venne condannato a quattro anni di reclusione. Appello bis, quindi, a Taranto. Poci ha sempre respinto l’accusa dichiarandosi assolutamente estraneo alla Sacra Corona Unita

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