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Jihadisti in Kosovo: quell'area di pericolo oltre l'Adriatico

Un focus di Giovanni Giacalone, membro dell'Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies, pubblicato dalla rivista online dell'Ispi (Istituto per gli Studi di Politica internazionale) il 29 luglio, sulle enclave di fiancheggiatori dell'Isis nel Kosovo

In un focus di Giovanni Giacalone, membro dell'Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies, pubblicato dalla rivista online dell'Ispi (Istituto per gli Studi di Politica internazionale) il 29 luglio, sulle enclave di fiancheggiatori dell'Isis nel Kosovo, la regione dei Balcani tra Albania, Macedonia e Serbia ad alta instabilità politica (dove peraltro opera come forza di interposizione il contingente militare italiano più numeroso all'estero), emerge con chiarezza la ragione per cui anche i porti pugliesi adriatici, quindi anche Brindisi, sono considerate interfacce altamente sensibili per le possibili infiltrazioni di elementi jihadisti nel nostro Paese, provenienti dai porti albanesi e greci.

Le recenti operazioni di polizia effettuate in Italia nel corso dell’ultimo anno e mezzo hanno fatto emergere importanti evidenze circa l’esistenza di una cosiddetta “pista balcanica” del terrorismo. Le indagini hanno rilevato l’esistenza di uno o più network collegati tra loro e attivi tra Macedonia, Bosnia e Kosovo. Proprio quest’ultimo paese, risulta essere il caso più seguito dagli operatori di sicurezza e dagli analisti a causa delle sue connessioni regionali con il fenomeno del radicalismo islamico[1].

Soltanto a Kaçanik, una delle cittadine con il più alto tasso di radicalizzazione e che conta 30.000 abitanti, sarebbero partiti 24 jihadisti, tra cui il “macellaio” Lavdrim Muhaxheri, a capo di una brigata balcanica dell’Isis in Siria e le cui sorti sono ancora ignote.

Dati che risultano in linea con quanto esposto recentemente dal Kosovar Center for Security Studies (Kcss), secondo cui il Kosovo sarebbe il paese che avrebbe fornito il maggior numero di foreign fighters in rapporto alla popolazione (tra i 22 paesi inclusi nella lista citata):

“Kosovo has 125 foreign fighters per capita for every 1 million citizens, making it the highest ranking country among the 22 listed countries, followed by Bosnia with 85, Belgium with 42, and Albania with 30 cases of foreign fighters per capita for every 1 million citizens”.

Kosovari sono inoltre i predicatori radicali come Shukri Aliu, Rexhep Memishi, Zeqirja Qazimi, Shefqet Krasniqi, Mazllam Mazllami e Ridvan Haqifi (che è apparso nel video ISIS per i Balcani, "L'onore è Jihad" sotto il nome di Abu al-Muqatil Kosovi), i quali hanno svolto un ruolo di primo piano nella divulgazione dell’ideologia radicale nell’area balcanica.

Zekirja Qazimi, imam attivo a Gjilan e Kaçanik, noto per essere l'insegnante di Lavdrim Muhaxheri e Ridvan Haqifi, esponenti di spicco del jihadismo kosovaro in Siria, è stato condannato lo scorso maggio a 10 anni di reclusione da un tribunale di Priština, con l’accusa di aver reclutato combattenti andati ad ingrossare le fila dello Stato islamico (Isis) e di Jabhat al-Nusra.

Mazllam Mazllami veniva invece ospitato anche in Italia presso il centro islamico kosovaro di Motta Baluffi, in provincia di Cremona.

Rexhep Memishi, kosovaro trapiantato in Macedonia ed ex imam della moschea Yahya Pasha, ha invece svolto un ruolo di primo piano nella radicalizzazione di musulmani di etnia albanese a Skopje e dintorni. Memishi veniva condannato da un tribunale macedone lo scorso 25 marzo a sette anni di reclusione, con l’accusa di essere a capo di una rete attiva nella propaganda e il reclutamento per l’Isis.

Condannati a pene che vanno dai cinque anni ai cinque anni e mezzo anche Ahmet Dedrista, Fejsula Edemovski, Resul Saiti, Fazli Sula e Muhamed Shehu, seguaci del predicatore.

Memishi, allievo di Shukri Aliu (anch’egli cittadino macedone di etnia albanese, figura di spicco dell’estremismo islamico kosovaro ed ex miliziano dell’Uçk), nel 2000 veniva espulso dall’Arabia Saudita, dove studiava teologia. La motivazione è la medesima con la quale veniva espulso anni prima il suo “maestro” (Aliu): deriva radicale di matrice takfirista, che metteva a rischio l’ordine pubblico del regno degli al-Saud. Secondo fonti del Kcss, un parente stretto di Memishi sarebbe stato ucciso mentre combatteva nelle fila dell’Isis in Siria. 

A inizio luglio la polizia macedone arrestava poi altri quattro presunti militanti: Bunjamin Gashi, Faruk Izeiri e Ergin Useini a Skopje e Mustafa Memeti a Tetovo, con l’accusa di avere legami con l’Isis, mentre alcuni altri risultano ancora latitanti[7].

Kosovo-jihadista-2

Il timore per l’Italia

Il timore è che elementi radicalizzati o jihadisti di ritorno possano utilizzare il Kosovo e la Macedonia come luoghi dove mettere in atto propaganda radicale, addestramento e come “rampa di lancio” per attentati all’interno dei confini dell’Unione europea.

Campi di addestramento come il “Kampet e Zeza” segnalato da alcuni media albanesi o come quello individuato nel 2012 sulle montagne nei pressi di Rastelica, entrambi definiti dalle autorità kosovare come “campeggi islamici” dove non sarebbero state trovate armi, non possono non suscitare preoccupazioni. Del resto è stato lo stesso sindaco di Kaçanik, Besim Ilazi, in un’intervista del mese scorso, ad affermare come nelle boscaglie appena fuori della cittadina ci sono luoghi dove si ritrovano i jihadisti, al cui esterno sono presenti guardie armate che precludono l’accesso ai non autorizzati.

Vale inoltre la pena ricordare che tra i partecipanti al “campeggio islamista” nei pressi di Rastelica era presente anche Sead Bajraktari, che ha svolto il ruolo di imam in un centro islamico a Monteroni d'Arbia, in provincia di Siena, che prende proprio il nome di “Rastelica” e che nel 2012 ha ospitato Bilal Bosnic e Idriz Bilibani.

A fine luglio emergevano inoltre informazioni, tutt’ora da confermare, sulla possibile presenza di altri “campeggi islamisti” nelle zone di Ferizaj, Gjakovë, Deçan, Prizren e Pejë. Tutte aree già al centro di operazioni anti-terrorismo a partire dall’agosto 2014 quando scattò quasi in contemporanea l’operazione “Damasco” in Italia e Bosnia.

Sebbene slegato da questo contesto, ma emerso in maniera sempre più evidente negli ultimi anni, è anche il tema legato alle questioni dell’immigrazione clandestina, che ha visto proprio nel Kosovo un potenziale hub logistico per potenziali connessioni con il fenomeno jihadista. Fonti del governo di Tirana hanno lanciato infatti un allarme alle autorità italiane su possibili infiltrazioni in Italia di kosovari con passaporti albanesi falsi, che potrebbero arrivare in Italia su traghetti nei porti di Bari e Ancona o con voli provenienti da Tirana. Non a caso il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha più volte affermato che il porto di Bari può essere una porta d’ingresso per i seguaci dell’Isis, sebbene al momento non siano sorte evidenze in tal senso.

Altra porta d’ingresso che desta preoccupazione è quella del nord-est, dove sono già passati jihadisti, facilitatori e predicatori balcanici come Bilal Bosnic, Idriz Bilibani, Ismar Mesinovic, Munifer Karamaleski, Elvir Avmedoski e Rok Zavbi, anche se plausibilmente meno difficoltosa da monitorare.

Per quanto riguarda i network sgominati dalle autorità italiane, vale la pena ricordare quella kosovara facente capo a Samet Imishti, che aveva preso di mira il Papa.

Samet Imishti, 42 anni, un passato da operaio nel bresciano, è stato arrestato a inizio dicembre 2015 proprio a Kaçanik, da dove proveniva e dove aveva già attirato l’attenzione delle autorità locali. La cellula Imishti aveva legami e contatti con il già citato Lavdrim Muhaxheri, con Idris Elezi, arrestato durante l’operazione Balkan Connection e Arben Suma, a sua volta legato al predicatore kosovaro Rexhep Memishi.

Il rischio per l’Italia arriva dunque su tre fronti: quello della “rotta Adriatica”, a nord-est e dall’interno tra elementi provenienti da oltre-Adriatico, residenti in Italia e in potenziale fase di radicalizzazione. I casi Imishti e quello del centro “Rastelica” mostrano come vi sia un solido legame ideologico-propagandistico che lega elementi della diaspora kosovara con predicatori e reti nelle proprie zone d’origine e questo è un aspetto che non va assolutamente sottovalutato. (Giovanni Giacalone, Itstime – Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies e Ispi Associate Research Fellow)

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