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Lunedì, 24 Gennaio 2022
Cronaca

Il Tar del Lazio ha deciso: Di Napoli resta il capo della procura di Brindisi

BRINDISI - La decisione, da parte del Tar del Lazio, è presa: il procuratore capo di Brindisi è e resta Marco Di Napoli. Bocciato il ricorso del contendente, il sostituto procuratore che aveva sostituito Giuseppe Giannuzzi dichiarato incompatibile dal Csm, l’ex procuratore capo reggente Cosimo Bottazzi. L’unico, grande assente alla proclamazione del rivale nella festa per la successione, aveva chiesto l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del verbale dell’assemblea plenaria del Csm adottata il 23 settembre dello scorso anno, con il quale fu approvata a maggioranza la proposta della V Commissione di conferimento dell’incarico ai vertici della magistratura inquirente di stanza in via Angelo Lanzellotti. Il Tar laziale ha deciso altrimenti.

BRINDISI - La decisione, da parte del Tar del Lazio, è presa: il procuratore capo di Brindisi è e resta Marco Di Napoli. Bocciato il ricorso del contendente, il sostituto procuratore che aveva sostituito Giuseppe Giannuzzi dichiarato incompatibile dal Csm, l'ex procuratore capo reggente Cosimo Bottazzi. L'unico, grande assente alla proclamazione del rivale nella festa per la successione, aveva chiesto l'annullamento, previa sospensione dell'efficacia, del verbale dell'assemblea plenaria del Csm adottata il 23 settembre dello scorso anno, con il quale fu approvata a maggioranza la proposta della V Commissione di conferimento dell'incarico ai vertici della magistratura inquirente di stanza in via Angelo Lanzellotti. Il Tar laziale ha deciso altrimenti.

Il ricorso presentato contro il Consiglio superiore della magistratura, il ministero della Giustizia e l'attuale capo della procura di Brindisi portava la firma del legale Carlo Pandiscia che aveva avanzato un'istanza istruttoria per il verbale del plenum del Csm. Al momento della domanda, Cosimo Bottazzi era unico procuratore aggiunto presso il Tribunale di Brindisi e reggente dello stesso ufficio messo a concorso. Peccato capitale della commissione, l'aver "trascurato illegittimamente aspetti significativi della professionalità di Bottazzi", ma anche un presunto "eccesso di potere per difetto di istruttoria, il travisamento dei fatti, la disparità di trattamento, l'illogicità, la carenza di motivazione e l'ingiustizia manifesta". Tanto in premessa.

"Di Napoli - concludeva il ricorso - non ha ricoperto funzioni di procuratore della Repubblica, se non in sporadiche occasioni di contestuale assenza del capo e degli altri aggiunti dell'Ufficio di Bari e non ha mai stilato le tabelle organizzative di alcun ufficio giudiziario e, pur tuttavia, è stato ingiustamente preferito a Bottazzi le cui attitudini direttive sono di gran lunga prevalenti rispetto a quelle di Di Napoli", con la conseguenza che "Bottazzi, con i provvedimenti presi, subisce un gravissimo pregiudizio morale e di immagine, vedendosi pretermesso illegittimamente dal collega Di Napoli, rispetto al quale risulta prevalente, sia sotto il profilo delle attitudini che del merito".

Assunto indimostrato e indimostrabile, secondo il Tar del Lazio, che ha confermato il procuratore Di Napoli al vertice della procura brindisina. Né conto, nel giudizio della magistratura amministrativa, ha fatto il curriculum del ricorrente a confronto con quello del magistrato designato dal Csm. Se è vero infatti che molti dei procedimenti più importanti celebrati nelle aule del tribunale di Brindisi portano la firma di Cosimo Bottazzi dal primo ottobre 1997 al 23 giugno 2008, è vero anche che Di Napoli conta incarichi che vanno dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, alla Corte d'Assise d'Appello di Lecce.

Da magistrato inquirente a giudicante, passaggio essenziale nella formazione professionale che Di Napoli non manca di sottolineare come dirimente, per "guardare la verità da ogni angolazione, ogni prospettiva possibile". La storica sentenza della Corte d'Assise d'Appello contro il clan della Sacra corona unita che faceva capo a Rogoli, in lotta con il clan Antonica, porta la sua firma. Pronunciamento, la precisazione non è oziosa, integralmente confermato in Cassazione. Battaglie condotte sul terreno della lotta alla mafia, lo stesso, assai famigliare per il contendente Cosimo Bottazzi: "delicate indagini riguardanti prima di tutto la Sacra corona unita, valga per tutti il processo a carico di Oronzo Costa ed altre 23 persone, tutte arrestate e condannate dopo un'indagine complessa che portò al sequestro di un ingente quantitativo di droga, gestito dal clan Coluccia in collegamento con trafficanti meridionali.

Si è occupato, inoltre, di terrorismo e criminalità organizzata (processo contro Sonia Benedetti e altre dieci persone, tutti terroristi componenti della nota organizzazione Prima linea), ma anche di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento, al fine di lucro, dell'immigrazione clandestina organizzata tra elementi della malavita albanese e salentina (processo a carico di Donato Capraro ed altri 17 imputati)".

E' trascorso più di un anno dall'affidamento dell'incarico al procuratore capo Marco Di Napoli. Un lungo, intenso anno di attività per lui, che al fianco della nutrita schiera di sostituti ha saputo caratterizzare il volto della magistratura brindisina di una impronta tutta particolare, azzerando le distanze fra il palazzo e quelli in nome dei quali si parla di giustizia sempre, qualche volta invano: i cittadini. Se è vero come è vero che Marco Di Napoli in persona volle ascoltare e rispettare la volontà di Mirna, la donna malata di Sla che chiedeva di morire con un battito di ciglia, letteralmente, costretta a un silenzio paralizzante e ininterrotto da anni, dalla malattia.

Dettando la linea di una magistratura attenta ai desideri e i bisogni della persona, in armonia con la legge, indisponibile a compromessi con una morale, magari condivisa, popolare, e certamente bacchettona. Sempre Di Napoli, al fianco del sostituto procuratore Antonio Negro, ha condotto l'ultima, in ordine di tempo, battaglia contro il sempiterno caso del petrolchimico. I venti giorni di tempo concessi alle aziende per il ripristino di condizioni minime essenziali di legalità, stanno a significare rigore nel pretendere il rispetto delle regole, a tutela dell'ambiente e del sacrosanto diritto alla salute pubblica di questa terra martoriata dai veleni, ma anche riguardo all'effetto domino che la paralisi senza appello degli impianti avrebbe significato per lo sviluppo del territorio tutto, e ancora, per una popolazione operaia di settecento unità.

Provvedimenti che segnano la giusta distanza, fra l'umanità e il rigore della legge. Curriculum blasonati a confronto, fra i quali la giustizia amministrativa sarà di certo, nuovamente chiamata a giudicare, in una prevista e prevedibile, ulteriore battaglia.

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